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L’Intifada di Al-Aqsa è fallita

di Johannes Gerloff - Gerusalemme, 17 Giugno 2002 (trad. MARILENA LUALDI)

Yasser Arafat non ha raggiunto i propri scopi. Questa consapevolezza è d’obbligo quando si cerca di riassumere l’ondata senza precedenti di violenza dal Capodanno ebraico 5761 del 30 settembre 2000. L’esercito israeliano non si è ritirato dai territori dell’Autorità palestinese. Al contrario, i palestinesi oggi possono muoversi senza ostacoli in pochi territori, rispetto a 18 mesi fa. L’ondata di terrore non ha spezzato il morale dell’opinione pubblica israeliana e le aspettative palestinesi di una mobilitazione del mondo arabo non si sono realizzate.

Arafat non fa niente, ma proprio niente, per combattere il terrore dalle sue file. I rappresentanti di Israele non si stancano di ripetere continuamente questo concetto. I servizi informativi dello Stato ebraico riconoscono che l’Autorità palestinese non è d’ostacolo alle attività terroristiche, anzi: tutti i movimenti all’interno della società palestinese, compresa Al Fatah di Arafat, sono attivi negli attentati contro i civili e l’esercito israeliani. I rappresentanti palestinesi vengono rimproverati perché l’apparato di sicurezza negli scontri degli ultimi tempi ha dovuto incassare duri colpi. I militari israeliani considerano l’operazione "Muraglia di difesa" un successo.

L’"Infrastruttura del terrore palestinese" è stata smantellata in diversi punti. Molti attivisti autorevoli sono stati arrestati. D’altro canto – così assicurano gli israeliani – queste azioni militari rimarranno senza frutto, se non saranno accompagnate da un processo politico. E – su questo tutti i rappresentanti dei vari partiti concordano – al momento non si vede alcun referente serio da parte palestinese.

Come successo dei mesi passati, in cui un processo di pace – per quanto possa essere riconosciuto – non aveva fatto alcun passo avanti, forse da parte palestinese si può valutare un fatto, e cioè che oggi il raggiungimento di uno stato indipendente sembra essere il comune denominatore di tutte le proposte di soluzione del conflitto mediorientale. Prima dell’Intifada di Al Aqsa una Palestina indipendente era solamente una proposta tra le altre per una soluzione del problema palestinese, che ancora non era garantita per iscritto nei documenti del cosiddetto "processo di Oslo", sebbene fosse quella preferita non solo dai rappresentanti palestinesi, bensì anche dall’opinione pubblica occidentale.

Una novità nella società palestinese è la critica che riguarda la leggendaria persona di Abu Amar, come viene chiamato comunemente Arafat. Particolarmente doloroso per i palestinesi è stato che il Rais (rappresentante, presidente) abbia autorizzato la deportazione dei "combattenti per la libertà" palestinesi. Questa era una delle condizioni – accanto all’arresto di altri palestinesi di spicco – poste dagli israeliani per togliere l’assedio al quartier generale di Arafat a Ramallah.

Israele, gli Stati arabi moderati, a partire dall’Egitto, e gli Stati Uniti chiedono una riforma dell’Autorità palestinese. In campo politico consiste nella classica divisione fra poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, come mai è accaduto finora nell’Autorità palestinese. Inoltre i critici del regime di Arafat chiedono una concentrazione degli attuali 12 (indipendenti l’uno dall’altro) apparati di sicurezza palestinese in un unico ente che possa così rendere conto. E infine un controllo migliore degli apparati finanziari dell’Anp è irrinunciabile. Da queste riforme Israele (e non solo) si aspetta un controllo effettivo della violenza palestinese e una base più ampia per futuri processi politici. Ciò significherebbe anche una limitazione dei poteri personali di Arafat, per cui il capo palestinese finora a queste richieste è venuto incontro semmai esitante. La ristrutturazione del direttivo palestinese nelle scorse settimane, gli stessi palestinesi la definiscono solo "cosmetica".

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