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UN INFERNO CHE CI DEVE FAR BEN RIFLETTERE

Lezioni dalla cronaca

E’ passata più di una settimana dallo sgomento suscitato in tutti noi dall’allucinante distruzione delle due torri gemelle di 110 piani del Centro del Commercio Mondiale di Nuova York, che hanno inghiottito decine di migliaia di persone, colpite da due aerei civili colmi di passeggeri, dirottati da terroristi di matrice islamica, essi stessi "sacrificati" per la loro causa. Luogo simbolo del capitalismo mondiale e della globalizzazione, essi hanno voluto colpire allo stesso modo pure il Pentagono, centrale operativa del potere militare americano e, con un quarto aereo essi avrebbero voluto colpire forse pure la Casa Bianca di Washington, ma l’obiettivo è stato mancato, probabilmente per la pronta reazione dei passeggeri, decisi a fare schiantare l’aereo in un altro luogo pur di frustrare i propositi criminosi dei terroristi.

Si discute oggi ampiamente un po’ dappertutto sul significato e sulle implicazioni di un tale avvenimento: in casa, nelle strade, nei ritrovi, in dibattiti alla radio ed alla televisione, nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle chiese. Probabilmente qualcuno sarà già stanco di sentirne parlare, ma non possiamo evitare di riflettere su questi ed altri simili fatti, perché essi ci possono dare delle lezioni importanti che non possiamo ignorare, visto che spesso ci si rimprovera che non si impari mai nulla dalla storia. In effetti di "lezioni" questi tragici avvenimenti ne danno così tante che non si saprebbe da dove cominciare.

Reazioni a questi fatti ce ne sono state molte, e molto diverse l’una dall’altra. Con le torri è caduto certamente il mito dell’intangibilità e dell’indefettibilità della potenza americana e da molti sono così salite grida di vendetta contro chi ha osato ferire il conclamato santuario e garante della libertà e della democrazia, come pure di rabbia verso chi non ha saputo difenderlo. D’altro canto, gli avversari dell’America, del capitalismo e della globalizzazione hanno più o meno apertamente gioito per un fatto che avrebbe rappresentato la rivalsa di quelle che considerano le sue vittime, e trasformato così quei terroristi, più o meno consapevolmente, in braccio armato della giustizia più o meno "divina", "eroi" delle "masse oppresse di tutto il mondo". Qualcuno, magari, oserà fare loro un monumento, probabilmente sulle ulteriori rovine e cadaveri della guerra che i governanti americani hanno loro dichiarato, sempre in nome della giustizia, considerata "infinita" (qualunque cosa voglia dire questo slogan). Insomma, questi fatti ci fanno parlare di criminali e di vittime, di innocenti e colpevoli, di santi e di peccatori, del bene contro il male, di giustizia e di ingiustizia sia umana che divina, di giusto giudizio e di vendette, e si formano allora degli schieramenti dove sia l’uno che l’altro si considerano "difensori del bene". Sembra così che il mondo diventi come un’immensa giuria popolare che dibatte ed emette le sue sentenze!

Un testo biblico significativo

Il fatto di parlare e di riflettere su avvenimenti della cronaca non è comunque un’attività oziosa ed inutile, perché lo vediamo pure fare nelle Sacre Scritture dallo stesso Signore Gesù e dai Suoi discepoli. Potremmo infatti giustamente anche chiederci che cosa direbbe Gesù su coloro che sono così tragicamente morti in quell’attacco all’America, e ne riceveremmo risposta.

Fatte le dovute proporzioni, c’è infatti un parallelo, una coincidenza fra i fatti avvenuti in America in questi ultimi giorni ed un fatto che lo stesso Gesù commenta, in cui si parla di sangue versato in maniera criminale e di torri cadute. Ascoltiamo quanto troviamo nel vangelo secondo Luca al capitolo 13 ed è il testo della Parola di Dio sul quale ci soffermeremo oggi.

"In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Gesù rispose loro: "Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro"" (Lu. 13:1-5).

I. La notizia

Che cosa era successo allora da attirare così tanto l’attenzione dei discepoli di Gesù?

1. Il fatto. Ponzio Pilato, il governatore romano della Palestina, aveva identificato un folto gruppo di Galilei che avevano fatto piani di rivolta armata contro il potere di Roma. Lui li avrebbe certamente chiamati dei terroristi, gli altri dei patrioti. Aveva così trovato l’occasione di soffocare nel sangue questa potenziale rivolta.

Pilato viene informato dai suoi servizi segreti che questi terroristi sarebbero venuti a Gerusalemme per pregare nel Tempio e ad offrire a Dio dei sacrifici. Non sappiamo se questo fosse per loro un pretesto e l’inizio di una rivolta. Fatto sta, però, che Pilato, informato, li intrappola con le sue truppe nel tempio e ne fa una carneficina "mescolando il loro sangue con quello dei sacrifici".

La cosa, evidentemente, fa grossa impressione su di tutti, aumentando così la fama di Pilato come quella di un sanguinario senza scrupoli con l’intelligenza e la forza necessaria per salvaguardare il suo potere e l’ordine stabilito. Si tratta indubbiamente è una buona fama per coloro che sono a favore del potere di Roma (collaborazionisti e profittatori) ed una cattiva e temibile fama per i suoi avversari (che riprovano i suoi gesti come degli odiosi misfatti e lo maledicono). Né, però, la santità del luogo (il Tempio) né il loro atto di culto sarebbe stata per questi patrioti/terroristi un’adeguata protezione dalla furia di un politico senza scrupoli, che, come quel giudice di cui parla Gesù, "non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno" (Lu. 18:2).

L’altare, che era usato come santuario e luogo di rifugio, era ora divenuto per loro un laccio ed una trappola, un luogo molto pericoloso dove sarebbero stati massacrati. In effetti, neanche per loro esisteva "un luogo sicuro".

2. Perché questa notizia? Perché i discepoli di Gesù gli raccontano tutto questo?

(a) Forse per loro era una notizia che essi pensavano Lui non conoscesse. A tutti noi piace raccontare – magari essendone i primi a farlo – le ultime notizie. Forse i discepoli volevano condannare fortemente questi fatti, sperando che Gesù avesse reiterato la stessa condanna: "Vedi che è successo? Vedi con chi abbiamo a che fare? Non è vero che Pilato è un odioso tiranno?". Talvolta anche noi abbiamo bisogno di conferme, meglio se può darcele Gesù. Non è detto, però, che Gesù ce le dia, perché la Sua opinione potrebbe essere diversa. Anche oggi molti spesso leggono la Bibbia per trovarvi conferma delle loro idee precostituite, non veramente per imparare ciò che potrebbe essere difforme da esse.

(b) Forse essi volevano con questo confermare, ribadire, a mo’ di illustrazione, ciò che Cristo aveva affermato al termine del capitolo precedente al nostro testo a riguardo della necessità di far pace con Dio mentre si è ancora in tempo: "Maestro, ecco un esempio calzante di alcuni che improvvisamente si sono trovati di fronte all’esecutore di giustizia, prima di aver potuto pattuire la loro condanna di fronte al giudice, prima di essersi potuti difendere. Sono stati colti dalla morte quando meno se lo aspettavano, ed è quindi vero che noi tutti si debba sempre essere pronti". E’ utile anche per noi cercare esempi vicino a noi della verità di ciò che la Parola di Dio afferma: essa ci rimarrà meglio impressa.

(c) Forse i discepoli di Gesù – comunicandogli quel fatto – avevano voluto farlo reagire, essendo Gesù stesso un Galileo ed un profeta, per fargli invocare vendetta, per fargli prendere posizione, appoggiando una reazione violenta di rivalsa contro Erode o addirittura per fargliene organizzare una. In alcuni discepoli di Gesù vi era infatti latente la speranza che Egli fosse un Messia di tipo politico, un rivoluzionario. La Sua rivoluzione, però, non era di quel tipo. Anche quando un giorno i discepoli invocano: "Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi? Ma egli si voltò verso di loro e li sgridò. E disse: "Voi non sapete di quale spirito siete animati. Poiché il Figlio dell'uomo è venuto, non per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle". E se ne andarono in un altro villaggio" (Lu. 9:54-56). Dovremmo ricordarcene anche noi qualora noi coltivassimo in noi stessi, per qualche motivo, desideri di vendetta.

(d) Forse gli avevano detto questo per impedirgli che pure Lui andasse a Gerusalemme per il culto com’era Sua intenzione di fare (v. 22), perché Pilato avrebbe ben potuto far fare a Lui la stessa fine di quegli altri Galilei, ed era quindi per loro consigliabile che Gesù si tenesse alla larga da Gerusalemme. La prospettiva della crocifissione era un pensiero intollerabile per molti discepoli di Gesù, i quali non comprendevano come questo avrebbe potuto essere utile alla Sua causa. Gesù, però, si sarebbe risolutamente recato a Gerusalemme, certo con timore, ma consapevole che spesso le soluzioni ai nostri problemi non coincidono con ciò che noi riteniamo meglio. Dio è molto più saggio e vede molto più lontano di noi e le vie più facili spesso non sono le migliori.

(e) La risposta che Gesù dà ai Suoi discepoli, però, lascia intendere che essi Glielo avessero detto perché avevano voluto sottolineare quello che secondo loro era un fatto: "Senza dubbio quei Galilei erano uomini cattivi, malvagi, altrimenti Dio non avrebbe permesso che Pilato li massacrasse così barbaramente. Forse non erano dei martiri, ma dei criminali che avevano meritato quella fine. Chi è causa del suo male pianga sé stesso". E’ vero che anche noi spesso pensiamo allo stesso modo cercando "una motivazione superiore" per le disgrazie altrui, intimando che – in qualche modo – essa possa essere un castigo divino su di loro, una disapprovazione di Dio del loro operato? Talvolta, ma non sempre, non è detto, …e comunque non spetta a noi giudicare. Infatti, in quella occasione, i discepoli di Gesù volevano porsi dalla parte di giudici della situazione. Lo facciamo talvolta con grande presunzione: spesso non abbiamo il diritto di farlo. Ricordate ciò che Gesù disse a quelli che "con grande spirito di giustizia" volevano lapidare una donna colta in adulterio? "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv. 8:7).

II. La risposta di Cristo

Gesù risponde alle loro questioni citando, però, un altro fatto di cronaca, un’altra notizia che parla di gente portata via, anche in quel caso, da una morte improvvisa.

1. Una seconda notizia. Non era passato molto tempo dal crollo della torre di Siloe, che cadendo, aveva schiacciato diciotto persone seppellendole nelle sue rovine. Anche questa era una triste storia. Fatti così capitano, come ben vedete, anche oggi. Le torri, costruite per motivi di sicurezza o comunque per utilità pubblica, come il Centro del Commercio Mondiale di Nuova York, spesso si rivelano trappole mortali per chi vi entra o vi passa accanto. Confidiamo spesso troppo, infatti, nelle nostre proprie risorse e sicurezze, come se esse fossero sempre "a prova di bomba". Esse rischiano di diventare per noi un idolo, un motivo di false sicurezze. Rammentate che cosa diceva Geremia agli israeliti che si ritenevano intoccabili perché possedevano la sicurezza del tempio? "Non ponete la vostra fiducia in parole false, dicendo: "Questo è il tempio del SIGNORE, il tempio del SIGNORE, il tempio del SIGNORE!". Ma se cambiate veramente le vostre vie e le vostre opere, se praticate sul serio la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimete lo straniero, l'orfano e la vedova, se non spargete sangue innocente in questo luogo, e non andate per vostra sciagura dietro ad altri dèi, io allora vi farò abitare in questo luogo, nel paese che allora diedi ai vostri padri per sempre" (Gr. 7:4-7). E’ solo in Dio, ubbidito fedelmente, che noi potremo trovare sicurezza.

2. Un uso sbagliato delle notizie. Che uso fa allora Gesù di questa seconda notizia? Egli mette anche noi in guardia dal fare un uso sbagliato, cattivo, di fatti del genere, di non fare troppo velocemente l’equazione: grandi sofferenti – grandi peccati. Egli dice: "Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico" (2,3).

(1) Forse coloro che avevano raccontato su quei Galilei erano Giudei, ed erano magari contenti di ciò che era capitato fornendo loro materia di riflessione e di critica sui Galilei. Gesù condanna severamente ogni contesa basata sul nazionalismo, la razza o la religione. Sembra loro dire: "Pensate davvero di essere migliori di loro? Guardate che cos’è accaduto ad abitanti di Gerusalemme" che giungono ad una prematura fine. Supponete che quei diciotto che erano nei pressi della torre di Siloe, erano debitori verso la giustizia divina più di quanto lo siano tutti quelli che abitano a Gerusalemme? Io vi dico di no". Avviene una disgrazia e riteniamo che quella sia il giusto castigo per i peccati di coloro che ne sono stati coinvolti. Abbiamo il diritto di pensare così? Riteniamo forse noi di essere innocenti e che noi non meriteremmo altrettanto?

(2) Le sofferenze umane possono avere anche altre cause. Possono ben essere delle prove in cui dei giusti incorrono per provare e rafforzare la loro fede. Talvolta l’oro viene messo nel fuoco non per distruggerlo, ma per purificarlo, per liberarlo dalle scorie. L’orafo non lo sta gettando via, non sta cercando di distruggerlo, ma di affinarlo. Non dobbiamo quindi essere troppo duri a censurare coloro che sono afflitti più dei loro vicini: rischieremmo di aggiungere loro afflizione ed afflizione come gli amici di Giobbe, consolatori importuni. Se vogliamo proprio fare i giudici, ne abbiamo già abbastanza a giudicare noi stessi.

(3) Se la disgrazia fosse indizio di colpevolezza ed il successo ed il benessere indizio di rettitudine potremmo concluderne che gli oppressori, dalla cui parte sta il potere ed il successo, siano i più grandi santi, e gli oppressi i maggiori fra i peccatori. Non è sempre così. Quando critichiamo gli altri, allora, usiamo lo stesso metro che useremmo per noi stessi, perché, dice Gesù, con la misura con la quale giudichiamo, anche noi saremo giudicati: "Non giudicate, affinché non siate giudicati" (Mt. 7:1).

3. Un appello al ravvedimento. Su queste notizie Gesù fonda piuttosto un appello al ravvedimento, aggiungendovi questo rilievo illuminante: "se non vi ravvedete, perirete tutti come loro" (3-5). E’ una parola dura da dirsi e da udire non è vero? Gesù dice: "Attenzione, anche voi potreste fare la loro fine se non vi ravvedete".

(1) Gesù vuole così farci ben comprendere, noi che giudichiamo, noi che ci riteniamo a posto e meglio degli altri, che noi tutti ben meriteremmo la perdizione d’anima e corpo, di …andare in malora tanto quanto loro. Ce ne sarebbe, infatti, ben motivo: siamo tutti peccatori. Dice la Scrittura, infatti: ""Non c'è nessun giusto, neppure uno. Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno". "La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode". "Sotto le loro labbra c'è un veleno di serpenti". "La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza". "I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. Rovina e calamità sono sul loro cammino e non conoscono la via della pace". "Non c'è timor di Dio davanti ai loro occhi". Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio" (Ro. 3:10-19)

E’ questo il pensiero che deve moderare i nostri giudizi e le nostre critiche e che ci farà capire non solo che noi siamo peccatori, ma altrettanto peccatori di loro e che quindi noi abbiamo altrettanti peccati da cui ravvederci di quanto essi abbiamo dovuto soffrire.

(2) Gesù, poi, vuole che ci sia assolutamente chiaro che noi tutti dobbiamo ravvederci, essere dispiaciuti per ciò che abbiamo commesso o che non abbiamo fatto rispetto ai doveri che Dio esige da noi, e non farlo più. I giudizi di Dio sugli altri sono un fortissimo appello a che noi ci ravvediamo. Il ravvedimento serio, diligente, attento, è un requisito indispensabile della nostra salvezza eterna. Ravvedimento significa cambiare idea, cambiare le nostre concezioni, valori, obiettivi, modi di fare, parlare, agire, per vivere in modo diverso, in modo conforme alla volontà di Dio. Non c’è salvezza senza ravvedimento.

L’appello al ravvedimento è fondamentale nella predicazione di Giovanni Battista, di Gesù, degli Apostoli, del Cristo glorificato nell’Apocalisse. Esso compare nel sommario della predicazione di Gesù, quella che deve essere portata a tutto il mondo: "…e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme" (Lu. 24:47). Corrisponde ai costanti appelli dei profeti dell’Antico Testamento. Il ravvedimento viene sempre presentato come via per la remissione dei peccati e il ristabilimento nel favore di Dio, mentre l’impenitenza è la via che porta solo alla rovina. Il ravvedimento è l’unico modo per sfuggire alla perdizione, ed è una via sicura. Il Signore Gesù vuole che noi ce ne rendiamo ben conto. Se noi non ci ravvediamo, certamente periremo – Egli dice – come è avvenuto ad altri prima di noi. Se non ci ravvediamo, periremo eternamente. Su queste cose non si scherza e guai ad illuderci immaginando un perdono a buon mercato.

E’ lo stesso Gesù che ci chiama al ravvedimento perché il regno di Dio è vicino. E’ Lui che ci esorta a ravvederci altrimenti periremo.

Conclusione

Vedete allora come gli episodi della cronaca possano e debbano essere cosa su cui ben riflettere e lezioni da imparare. Gesù stesso se ne avvaleva, e così deve essere anche per noi. Quali conclusioni trarne dagli ultimi tragici avvenimenti di queste settimane. Le riflessioni possono essere di diverso tipo. Gesù ha utilizzato gli avvenimenti dolorosi del suo tempo per chiamarci al senso di responsabilità rispetto alla nostra salvezza eterna. L’inferno che gli uomini creano sulla terra a causa della loro malvagità e dei loro peccati deve rammentarci che vi sono anche spaventose conseguenze eterne a causa dei nostri peccati per la nostra anima. L’inferno – benché non sia di moda parlarne e sia negato dagli increduli – è una temibile realtà, persino confermata dall’inferno che noi sappiamo creare sulla terra.

La Parola di Dio ci dice: "Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna" (Ga. 6:7,8). Questa parola vale per i risultati del peccato, su questa terra e per l’eternità. Un proverbi dice: "Uomo avvisato, mezzo salvato".

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(Gentilmente concesso da Paolo Castellina, giovedì 20 settembre 2001. Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte dalla versione Nuova Riveduta, ediz. Società biblica di Ginevra, 1994).

Testi biblici: (1) Salmo 2, (2) Deuteronomio 9:1-19 , (3) Romani 3:9-31.

Inni: (1) N. 35 (Rallegrati alma mia), (2) N. 15 (Perché, Signore), (3) N. 8 (Come cerva che assetata), (4) N. 47 (Mi amasti o mio Signor).

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