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Gli Speciali di Evangelici.net

Mondiali, evangelici e i media
di Paolo Jugovac


Il Brasile vince e alla fine della partita i suoi giocatori si inginocchiano insieme per pregare, esibendo magliette che inneggiano alla fede e alla propria cristianità attiva, non solo di maniera. Ai commentatori non deve essere sembrato vero trovare uno spunto così ghiotto proprio a margine di una finale mondiale: e infatti in due giorni il più autorevole quotidiano del nostro paese sforna due commenti di prima pagina sul tema. Per spiegare? Per informare? Per analizzare? Magari: l’uno e l’altro, redatti in maniera formalmente magistrale dai colleghi del Corrierone (leggi articoli), si limitano a un commento banale, superficiale, confuso e decisamente poco politicamente corretto in un’epoca dove ormai anche le persone basse sono soltanto "verticalmente svantaggiate".

Una confusione che lascia basiti: se è vero che nel nostro paese non ci si può non definire cristiani, secondo la nota e condivisa tesi di Benedetto Croce, stupisce altresì quanta ignoranza ci possa essere sul tema.

Nei pezzi si mescolano allegramente fede, religiosità e superstizione, confondendo la preghiera di fine incontro con i braccialetti della tradizione pagana, l’evangelizzazione (come può essere il dono di una Bibbia) con le stravaganze prepartita (come l’uso di farsi la croce o percuotere i propri giocatori con un pugno propiziatorio).

Si confonde poi altrettanto impropriamente il cristianesimo con il cattolicesimo, usando i due termini come sinonimi: ci chiediamo cosa siano allora, per esempio, gli oltre 300 mila evangelici italiani.

Ce lo spiegano, bontà loro, gli illuminati articoli in questione: sono membri di sette, nient’altro che questo. Gente di cui diffidare, insomma: perché non abbiamo mai sentito usare il termine setta in un significato meno che dispregiativo (per quanto il professor Introvigne volesse convincere tutti a un uso neutro del termine: ma questa è un’altra storia).

Così gli Atleti per Cristo, associazione di sportivi di fede evangelica che usano la loro notorietà per diffondere il messaggio dell’evangelo e quei valori della cui scomparsa universalmente ci si rammarica (al contrario di tanti atleti di altre fedi, che sui giornali vediamo piuttosto in pose poco edificanti con le vallette di turno), diventano solo una "setta". Persone stravaganti, insomma, che seguono dottrine non ben precisate, di cui comunque diffidare.

Se poi qualcuno di questi ha anche una chiamata (i cattolici direbbero "vocazione") al ministero pastorale, peste lo colga: "Atleta di Dio non si nasce, si diventa - scrive Gaia Piccardi -. Per superstizione, bisogno d’assoluto, ignoranza, business, convinzione o semplicemente broccaggine, la più blasfema di tutte le fedi. Non sei capace? Fatti prete".

A parte la definizione di prete, così lontana dalla realtà evangelica, a parte l’acre pregiudizio che si percepisce in queste parole, a parte la confusione - ancora una volta - tra fede e superstizione... non ci risulta che Alemao fosse proprio così brocco. Né il tennista Michael Chang. Né il calciatore Cha Bum, o Marco Aurelio, o Taffarel. Nemmeno Eric Liddel o, più di recente, Jonathan Edwards, se guardiamo all’atletica. E nemmeno Ayrton Senna, che pure nel silenzio coltivava la sua fede in Dio.

Certo, le stravaganze si trovano in tutte le famiglie. Ma se da parte evangelica c’è chi prega in pubblico, dall’altra c’è chi segue un vescovo africano le cui esternazioni hanno fatto storcere il naso a più di qualcuno anche dalla sua stessa parte. Se gli atleti evangelici testimoniano apertamente la loro fede personale in Dio, preferiamo di gran lunga questo loro impegno (che magari sembrerà petulante ai meno interessati), alla superstizione e all’ipocrisia di chi va a messa alla domenica mattina e al pomeriggio dimentica una religione di cui si sa poco o niente.

Perché la fede è una cosa seria, ed esige rispetto. Da parte di chi crede, da parte di chi non crede. E soprattutto da parte di chi informa.

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