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Gli Speciali di Evangelici.net

Compassion: 500.000 bambini
liberati dalla povertà, nel nome di Gesù.

Intervista col Presidente Internazionale, Wess Stafford


D. Abbiamo recentemente saputo del raggiungimento del mezzo milione di bambini nel mondo. Ci può dire qualcosa su questo bellissimo traguardo?

R. Siamo riconoscenti al Signore per questo. Se non fosse stato per Lui tutto ciò non sarebbe stato possibile. Quando parliamo di mezzo milione di bambini adottati a distanza nel mondo, intendiamo che oggi, in questo preciso momento, a livello mondiale stiamo aiutando nei nostri centri oltre 500 mila bambini. Se invece calcoliamo i bambini che finora Compassion ha aiutato in questi cinquant’anni, sono oltre 1 milione.


D. Parlando di 500 mila bambini “nel mondo” cosa si intende esattamente?

R. Sono bambini che vivono in 23 Paesi in via di sviluppo e che sono sostenuti da persone che vivono in 10 Paesi industrializzati, i cosiddetti Paesi “partner”. Ci sono quindi i bambini sostenuti da credenti statunitensi, canadesi, italiani, olandesi, francesi, inglesi, svizzeri, australiani, neozelandesi e, da pochissimo tempo anche coreani. E la Corea è proprio il Paese in cui è iniziata l’opera di Compassion più di 50 anni fa.


D. Ci può dire qualcosa in più sulla storia della vostra organizzazione?

R. La nascita di Compassion risale al 1952, quando Everett Swanson, pastore evangelico, andò in Corea per evangelizzare i soldati impegnati nel conflitto tra nord e sud del Paese. Vide moltissimi bambini rimasti orfani di entrambi i genitori; vide i camion che lungo le strade caricavano i corpicini dei bambini morti. E questo uomo incredibile fu mosso a compassione e capì che quello di cui avevano bisogno era molto più di una coperta o di un piatto di minestra. Avevano bisogno di veder cambiare completamente le circostanze in cui vivevano e di essere guidati da qualcuno in questo. Mentre tornava negli Stati Uniti, il motore dell’aereo gli ronzava nelle orecchie, quasi a dirgli: “E adesso, cosa farai? …Cosa farai? …Cosa farai?”. In presenza di un qualsiasi problema sociale, che sia un divorzio o una guerra, i bambini sono sempre quelli che soffrono maggiormente. Non sono organizzati, non hanno nessuno che li rappresenti, non hanno risorse finanziarie né potere politico – hanno bisogno di qualcuno che sposi la loro causa. Compassion fa proprio questo: si dedica interamente alla causa dei bambini. Everett Swanson ebbe il cuore spezzato e disse a se stesso: “Devo assolutamente fare qualcosa…!”. Così è nata Compassion.


D. Perché, secondo Lei, è così importante essere coinvolti nella vita di questi bambini?

R. Quella di adottare un bambino a distanza, credo sia una tra le decisioni più importanti che una persona possa prendere per manifestare l’amore di Dio. Ogni bambino ha bisogno che qualcuno creda in lui, preghi per lui, se ne prenda cura. L’adozione a distanza è qualcosa di speciale, perché coinvolge il sostenitore nella vita del bambino. Molte organizzazioni si accontentano di usare la quota mensile dei sostenitori per costruire strade, o scavare pozzi, dando per scontato che la vita dei bambini cambierà se si apportano miglioramenti all’ambiente. In effetti, a volte accade, ma in molti casi non è così. Compassion non cerca di cambiare l'ambiente sperando che i bambini ne ricevano un beneficio. Noi crediamo nei bambini. Crediamo nell’importanza di cambiare i bambini, in modo che crescendo possano a loro volta modificare l'ambiente in cui vivono.


D. Forte della sua esperienza di cristiano coinvolto attivamente nel problema, come definirebbe la povertà?

R. La povertà è un problema terribile, ma è molto di più della semplice mancanza di beni materiali. La povertà è un messaggio distruttivo che penetra anche nel cuore di un bambino. Un messaggio che gli fa dire: “Io non valgo nulla”. Quando un bambino comincia a pensarlo – e perché non dovrebbe visto che già i nonni, i genitori e tutte le persone che conosce ragionano così – quando un bambino comincia a crederlo, è allora che diventa povero.


D. Che soluzione propone Compassion a questa povertà spirituale, oltre che materiale?

R. Per uscir fuori dalla povertà occorre ritrovare l’autostima. Per questo motivo noi, come organizzazione cristiana, parliamo di Cristo ai bambini. Quando un bambino capisce che Dio lo conosce e sa perfino quanti capelli ci sono sulla sua testolina, è allora che si rende conto di essere importante. “Se Dio mi ha tanto amato da mandare suo Figlio a morire per me, devo essere veramente importante.” Così, un passo alla volta, li aiutiamo a passare dall’oppressione della povertà alla consapevolezza di ciò che sono in Cristo e di ciò che possono fare nel mondo.


D. Come siete organizzati dal punto di vista pratico, nelle nazioni in cui operate?

R. Chi svolge l’opera nella vita di questi bambini è la chiesa. Ogni singolo centro operativo viene infatti gestito da un gruppo locale di credenti, opportunamente addestrati e formati. Queste persone lavorano in prima linea, e a loro va l’onore. Noi siamo dei collaboratori, un aiuto nel servizio. Inoltre, siamo fieri di poter dire che quasi tutto il personale che lavora nei nostri centri è originario delle Nazioni in cui operiamo. Sono persone del posto, uomini e donne che conoscono la lingua, le usanze, la mentalità del loro Paese e sanno come muoversi nel loro ambiente. Molti membri del nostro personale provengono dalla povertà e sono stati adottati a distanza quand’erano piccoli; hanno frequentato i nostri centri e sono sicuramente le persone più indicate per svolgere questo tipo di lavoro.


D. Come scegliete i bambini da aiutare?

R. Compassion si impegna ad aiutare il più povero dei poveri in ogni villaggio in cui opera, e i bambini da inserire nei programmi vengono scelti dalle persone che li conoscono meglio. I centri operativi sono gestiti da un Comitato che di solito è composto dal pastore della chiesa, dal direttore della scuola e da alcuni membri del personale, che spesso fanno anche parte del comitato dei genitori. Queste persone conoscono a fondo le varie famiglie del villaggio e i singoli bambini, e sono in grado di segnalarci le necessità specifiche caso per caso. Questo non si può fare né dalla Capitale del Paese, dove c’è l’Ufficio Nazionale, né tanto meno dalla nostra Sede di Colorado Springs. La selezione dev’essere effettuata il più vicino possibile al bambino. Ogni sostenitore ha un rapporto personale con un bambino in particolare – è il SUO bambino. Noi, come organizzazione, lavoriamo per delega. Aiutiamo ogni bambino in nome e per conto del suo sostenitore.


D. Come fa il sostenitore (o il donatore) ad essere sicuro del corretto impiego dei fondi?

R. Eseguiamo controlli a livelli diversi; a livello internazionale verifichiamo l’operato delle nostre sedi nel mondo. Una società esterna di revisione dei conti ogni anno ci richiede di visitare un Paese diverso e di incontrare personalmente alcuni bambini in particolare per accertarsi del corretto utilizzo dei fondi… e a livello nazionale ogni singolo centro operativo viene sottoposto a controlli finanziari che ne misurano l’efficienza. Ma non ci accontentiamo di questo: andiamo anche a verificare se il nostro personale a ha realizzato nella vita del bambino quanto era stato promesso al sostenitore.


D. Quali sono i bisogni che riscontrate con più frequenza nella vita di questi piccoli?

R. La povertà è sicuramente mancanza di denaro. Ma molti pensano che sia questo il problema principale. Certo, è una grossa parte del problema, ma non è tutto. Così ci sono altri obiettivi che vogliamo realizzare nella vita di questi bambini. Interveniamo nella vita dei bambini in modi diversi, che variano da luogo a luogo a seconda dei bisogni specifici. Spesso il bisogno più critico è la mancanza di cibo. In alcuni Paesi si dice: “Uno stomaco vuoto non ha orecchie”. Come dire: “Non cercare di insegnarmi a leggere, non parlarmi di amore, di fede, o di qualsiasi altra cosa, non ti sento: ho fame!” Per questo noi affrontiamo prima di tutto i problemi materiali per passare solo in seguito alle necessità emozionali e spirituali.


D. Che cosa sono i “centri studenteschi”?

R. Abbiamo sviluppato programmi denominati “Centri studenteschi”. Si tratta di veri e propri centri di sviluppo infantile appoggiati ad una chiesa locale. Sono praticamente dei doposcuola. I bambini frequentano la scuola pubblica, e il pomeriggio vengono al Centro Compassion dove gli operatori li aiutano a fare i compiti e a studiare. In questo modo, non solo i bambini possono andare a scuola, ma ottengono anche buoni risultati!


D. Che tipo di servizio e di aiuto pratico fornite ai bambini?

R. Il programma studentesco cautela il bambino in quattro aspetti fondamentali, primo fra tutti la sicurezza. Dobbiamo renderci conto che questi bambini vivono in ambienti pericolosi, e noi crediamo che ogni bambino abbia bisogno di un posto sicuro dove poter andare, dove poter studiare e giocare.

Poiché la salute è fondamentale per lo sviluppo, ci preoccupiamo di tenerla costantemente sotto controllo. Diamo delle nozioni base di igiene, ad esempio sull’acqua. L’acqua è fondamentale per la salute di un bambino, e la salute è essenziale per il suo sviluppo. Così, se il bambino a casa non dispone di acqua pulita, faremo sì che a scuola, durante le lezioni di igiene e di scienze, si parli dell’acqua; ma lavoreremo anche con i suoi genitori per insegnare loro l’importanza dell’igiene, e come usare quell’acqua in modo sano per i loro figli.

Anche l’istruzione è importante per lo sviluppo di un bambino. In ogni centro ci si chiede: “Cosa hanno bisogno di imparare i bambini in questo contesto, per sviluppare il loro potenziale?” Così il programma può prevedere istruzione sia teorica che pratica (“educazione non formale”). Spesso abbiamo dei programmi sportivi. In alcuni centri studenteschi i bambini frequentano laboratori di falegnameria, cucito, lavorazione dei vimini. Così potranno usare queste abilità manuali nella loro vita quotidiana oppure potranno produrre degli oggetti che venderanno nei loro villaggi. Noi diamo ai bambini tutto ciò di cui oggi hanno bisogno per poter dare il meglio di loro stessi domani.

Ma soprattutto diamo loro un’istruzione cristiana. Una delle cose che mi sta più a cuore per la vita dei bambini adottati a distanza tramite Compassion, è il fatto che si trovano in un ambiente in cui sentono parlare dell’amore di Cristo e possono sperimentarlo. Sappiamo quanto sia importante per ognuno di loro conoscere Dio e crescere nella fede, e li aiutiamo in questo. Abbiamo programmi di educazione cristiana in cui insegniamo loro le scritture, canti cristiani, e li aiutiamo vivere la fede nel loro contesto culturale. Il nostro desiderio è che possano diventare adulti responsabili, padri che non abbandonano la famiglia; madri che allevano i figli con amore e disciplina, e li guidano alla fede.


D. I bambini possono lasciare il centro? E per quali ragioni?

R. Compassion si impegna ad aiutare il bambino adottato a distanza per il periodo necessario ad un cambiamento significativo nella sua vita. Idealmente, fino al diploma di maturità, e fin quando trova lavoro e può prendersi cura anche di altri. Questo però non è sempre possibile. A volte un bambino lascia il centro perché la famiglia si trasferisce o perché la situazione economica migliora. Altre volte in queste nazioni ci sono sconvolgimenti politici o guerre, come in Rwanda. Ogni volta che accade il nostro cuore si spezza e avvertiamo immediatamente il sostenitore spiegandogli il motivo per cui il bambino ha lasciato il centro.


D. Cosa succede se, per motivi finanziari o altro, si interrompe il sostegno?

R. Il bambino può lasciare il centro per molte ragioni, ma sicuramente non perché il sostenitore deve interrompere il sostegno. Sappiamo che le ragioni sono diverse, circostanze difficili, problemi economici. In questi casi noi continuiamo ad aiutare il bambino, che viene messo in priorità assoluta nella ricerca di un nuovo sostenitore in modo da garantirgli uno sviluppo regolare e un’assistenza continua.


D. Quali opportunità fornite per essere coinvolti in questo ministero, oltre a quella di sostenere un bambino?

R. Certamente. Io sono veramente felice di scoprire quanto Compassion stia crescendo grazie alle persone che sono già coinvolte e sono entusiaste della loro esperienza. Molti ci chiedono: “Posso aiutare un altro bambino?” e altri: “Non posso permettermi di sostenere un altro bambino… c’è un altro modo per poter aiutare questi piccoli?” così si impegnano come volontari. Ci rappresentano nella loro chiesa o parlano di Compassion ad amici e parenti, o ancora ci aiutano nelle manifestazioni e negli eventi.


D. E’ possibile incontrare personalmente i bambini adottati a distanza?

R. Sì, infatti questa è un’altra opportunità che diamo ai sostenitori: quella di andare di persona a trovare il loro bambino. Ogni anno diverse centinaia di sostenitori si recano nei Paesi in cui vivono i bambini e il nostro personale locale è felicissimo di farli incontrare coi bambini, di farli parlare con gli insegnanti, coi genitori, con il pastore, di far visitare loro il villaggio. Così i sostenitori capiscono cosa sta facendo Compassion nella vita del loro bambino. Ogni anno organizziamo dei viaggi speciali per sostenitori in varie parti del mondo per favorire questi incontri. Così, se alcuni di loro si chiedono: “Funziona veramente?”, “Fa davvero la differenza?”, in questo modo hanno la possibilità di verificarlo di persona.


D. Che cosa può dire a chi non è ancora sostenitore?

R. Direi che l’esperienza di adottare un bambino a distanza è unica, e dev’essere provata in prima persona. Si dice spesso che una sola persona non può cambiare il mondo, ma può cambiare il mondo per una persona. E noi diciamo: “Tu non puoi cambiare il mondo, ma puoi cambiare il mondo per un bambino”

COMPASSION ITALIA ONLUS
Adozioni a distanza
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