Hillary: «Dio mi ha aiutata negli scandali»

Notizia inserita il 6/6/2007 alle 15:26 nella categoria: Rassegna Stampa

NEW YORK - Non è la Hillary del dibattito televisivo di domenica sera: tiratissima, truccatissima, espressione volitiva e battuta pronta.

Stavolta il volto è segnato dalle rughe, di trucco ce n'è poco e la voce è bassa, quasi esitante, quando dice che non sa se, senza la sua fede in Dio, sarebbe riuscita a riprendersi dallo scandalo dell'infedeltà del marito, negli anni passati alla Casa Bianca. A poche ore dal faccia a faccia tra gli otto candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, i tre battistrada - Barak Obama, John Edwards e, appunto, Hillary Clinton - tornano sui teleschermi della Cnn. Per parlare, stavolta, non di politica, ma del loro rapporto con Dio.

Le confessioni di Hillary che, come Edwards, afferma di pregare tutte le sere, possono suscitare un legittimo scetticismo, C'è, poi, il timore che l'ingresso della religione nella campagna elettorale inasprisca il confronto e renda più difficile il rispetto della separazione tra Stato e Chiesa.

Ma, in un Paese nel quale 82 cittadini su cento si definiscono cristiani e 91 su 100 credono in un Dio, la fede ha inevitabilmente il suo peso nella selezione del leader. George Bush non avrebbe vinto nel 2000 (e, probabilmente, nemmeno nel 2004) se il suo stratega, Karl Rove, non fosse riuscito a catturare il voto della destra cristiana, soprattutto gli integralisti evangelici.

Insomma, i repubblicani sanno già da anni come ci si può servire della fede in politica. Mara Vanderlislice, la consulente che seguì i temi religiosi per il ticket Kerry-Edwards durante la campagna del 2004, ricorda che il candidato democratico non voleva mal parlare della sua fede cattolica. E quando, bollato dal repubblicani come un progressista «senza Dio», cambiò rotta, lo fece in modo goffo, rievocando le sue esperienze giovanili di chierichetto.

I democratici non vogliono ripetere l'errore di Kerry, tanto più che gli integralisti evangelici, delusi da Bush, non sono più compatti. Si sta aprendo uno spazio anche per i movimenti religiosi più progressisti, ed è proprio uno di questi, «Sojourners», l'organizzatore del dibattito a tre svoltosi lunedì sera alla George Washington University.

Edwards ha commosso tutti quando ha detto che è stata la fede ad aiutarlo a superare le prove più dure: la scomparsa di un figlio sedicenne, morto nel 1996 in un incidente stradale, e il cancro che ha colpito la moglie qualche anno fa e che ora si è riaffacciato, Ma gli applausi più scroscianti sono andati alla Clinton, mentre Obama, interrogato soprattutto sull'ammissibilità di scelte politiche condizionate da una visione religiosa, ha ribadito la sua fede cristiana (messa in dubbio da alcuni conservatori per l'infanzia parzialmente trascorsa in un Paese musulmano, l'Indonesia) e poi ha insistito sulla necessità di tenere separate fede e politica, per evitare ogni radicalizzazione. Chi inserisce la religione nella sua piattaforma - ha ammonito il candidato nero - tende poi a considerare i nemici della sua politica come nemici di Dio.

Un confronto come quello di lunedì sera (i tre candidati hanno risposto a una serie di do­mande, ma non hanno discusso tra loro) sarebbe impensabile in Italia. Non ha stupito, invece, l'America che, affidandosi a un unico leader, è abituata da sempre a scandagliare la vita dei candidati, a dare un valore politico anche alle loro vicende private, le bugie dette alla moglie, perfino lo stato di salute.

Del resto negli Usa, nati dalle colonie dei pellegrini sfuggiti alle persecuzioni religiose in Europa, il cristianesimo è religione civile e collante sociale, prima ancora che visione teologica.

Questo spiega l'apparente contraddizione tra una separazione tra Chiesa e Stato che ha sempre sostanzialmente tenuto (almeno fino alla presidenza del “cristiano rinato” Bush, peraltro accusato dalla destra evangelica di aver tradito la promessa di combattere davvero l'aborto e le unioni gay) e l'abitudine di democratici e repubblicani di usare pastori e chiese delle varie denominazioni come trampolini elettorali.

Il politico che, alla vigilia del voto, affianca sul pulpito il pastore e parla ai fedeli è spettacolo abbastanza comune in molte chiese americane. Negli ultimi anni su quei pulpiti sono saliti soprattutto i candidati repubblicani, quelli che davano più garanzie ai cristiani conservatori sui temi etici più sentiti, dall'aborto alla ricerca sulle cellule staminali. Non è stato sempre così. Negli anni '60 e '70 le chiese erano più vicine alla sinistra: il partito dei poveri e delle battaglie per i diritti civili. Poi è venuto il tempo dei grandi predicatori conservatori.

Ma ora che la generazione di Jerry Falwell (scomparso qualche giorno fa), Pat Robertson e James Dobson sta cedendo la scena a leader religiosi più aperti il partito di Hillary punta a un nuovo capovolgimento di fronte: con gli evangelici disorientati da un candidato repubblicano pro-aborto come Rudolph Giuliani e dal mormone Mitt Romney, l'ago della «bussola etica» potrebbe spostarsi verso temi - la lotta all'Aids, la difesa dell'ambiente, l'aiuto ai poveri - sui quali l'iniziativa ce l'hanno i democratici.

Non sono solo ragionamenti astratti di strateghi elettorali, Hillary ha cominciato a battere le comunità cristiane all'indomani della sconfitta elettorale di Kerry e il marito, Bill, ha promosso - insieme a un altro ex presidente democratico, Jimmy Carter - un'alleanza delle chiese evangeliche «centriste», La «New Baptist Covenants» è stata concepita proprio per togliere spazio alle congregazioni della destra conservatrice e terrà la sua prima «convention» all'inizio del 2008, in piena campagna elettorale.

La Clinton - femminista e senatrice «liberal» di New York «travestita» da persona profondamente religiosa che ringrazia i «prayer warriors», i «guerrieri della preghiera» che la sostengono con le loro orazioni - può sembrare un politico cinico, pronto a tutto per conquistare la Casa Bianca. Hillary ha di certo un'esperienza enorme e, all'occorrenza, sa essere spregiudicata, ma la sua religiosità, benché mai esibita («noi metodisti non amiamo esibire la fede come una medaglia» ha detto l'altra sera alla Washington University) sembra essere reale. Tra le persone che le sono tuttora più vicine c'è il reverendo Dan Jones, un ministro metodista che quarant'anni fa la portava ad ascoltare i discorsi di Martin Luther King, che l'ha visitata spesso alla Casa Bianca, confortandola nei mesi difficilissimi del caso Lewinsky e che ancora oggi è un suo consigliere spirituale.

Decisamente meno spirituale è, invece, l'appoggio promesso a Hillary da Darrell Jackson, senatore della Carolina del Sud e pastore della Bible Way Church, la più grossa congregazione protestante nera dello Stato: nelle primarie del 2004 appoggiò Edwards, ma stavolta sembrava orientato a schierarsi con Obama. Ha cambiato idea davanti all'intervento di Bill Clinton («il primo presidente nero della storia americana» secondo la celebre definizione della scrittrice Toni Morrison) e a una consulenza di 10 mila dollari ai mese, fino alle elezioni.

di: Massimo Gaggi
da: Corriere della Sera
data: 6/6/2007

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