Riso e fede, la disfida infinita

Media&Fede del 25/4/2020

"Gesù, nei Vangeli, non ride mai": la considerazione è più antica di quanto si pensi. Risale addirittura al medioevo, quando Ambrogio Autperto, vissuto nel VIII secolo, espresse il concetto con un lapidario: «Flevisse lego, risisse numquam» ("leggo che ha pianto, mai che abbia riso"). Lo ricorda Roberto Righetto su Avvenire, tornando su una questione che, nei secoli, ha visto confrontarsi modi diversi di interpretare la vita cristiana: «è vero che Gesù amava la compagnia dei discepoli - ricorda Righetto -, mangiava e beveva con loro e non disdegnava il ristoro. Eppure, non una riga compare nel Nuovo Testamento sul suo riso; molti autori se ne sono occupati, da Baudelaire a Umberto Eco».

E se per il poeta francese «agli occhi di Colui che sa tutto e può tutto, il comico non esiste», per parte sua Eco incardinò sulla questione la vicenda raccontata nelle pagine de Il nome della rosa. Se i Vangeli sull'argomento non si esprimono, altrove nella Bibbia qualche traccia la si può individuare: lo storico Francesco Remotti registra «quattro casi nell'Antico Testamento in cui Dio ride, tre nei Salmi e una nei Proverbi», anche se in quelle vicende, «più che ridere, deride l'uomo o il suo popolo, come segno della sua superiorità». Nella Bibbia dunque si ride poco, ma quando succede è - potremmo quasi dire - riso di qualità: proprio alla risata di Sarah, raccontata in una delle vicende più note della Genesi, si ispirerà il nome del figlio prediletto di Abrahamo.

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