Bambini non nati, polemica sulle sepolture

Articolo inserito il 7/10/2020 alle 11:59

Una distesa di croci poco curate, accompagnate da targhette che indicano una serie di nomi scritti a mano: si presenta così, nel cimitero romano del Flaminio, il campo dedicato ai bambini non nati. Non sarebbe una notizia, viste le condizioni generali in cui versano i cimiteri romani, non fosse che in questo caso i nomi non si riferiscono ai piccoli ma alle madri, e spesso pare siano stati apposti - per un pasticcio amministrativo - senza il permesso delle dirette interessate.

La polemica è montata sui media, chiamando in causa il dolore, l'imbarazzo, la rabbia di quante hanno scoperto il proprio nome su una croce e si sono sentite gelare il sangue; tra le reazioni riportate dai media qualcuno ha ipotizzato l'intenzione di colpevolizzare la libertà di scelta, mentre altri hanno collegato l'operazione a un presunto assalto contro la legge 194; su quasi tutti i giornali si è colta l'occasione per rievocare la legge sulla sepoltura dei bambini non nati («la legge 285 del 1990 prevede che i feti abortiti entro le 20 settimane possano essere soggetti a inumazione, pratica che diventa obbligatoria dopo la 28esima settimana... Tra la 20esima e la 28esima, invece, sarà la Asl a occuparsi della sepoltura senza che i genitori ne debbano fare richiesta», riassume La Stampa), una normativa che - si è spesso aggiunto - andrebbe precisata e aggiornata.

In tutto il dibattito però, nota Antonella Mariani su Avvenire, «c’è un grande assente, che paradossalmente è il protagonista: il figlio non nato», cui ora «si toglie la pur minima dignità denominandolo freddamente solo e soltanto "rifiuto ospedaliero", "prodotto del concepimento", "parti anatomiche riconoscibili". No, a questo non ci si può rassegnare. Non importa se ha calcato o no questa terra - conclude Mariani -, né per quanto tempo lo ha fatto: una persona, un figlio è stato concepito e da qual momento è vita. Sacra».



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