Fase 2, si parte a chiese chiuse

Articolo inserito il 4/5/2020 alle 15:10

In chiesa, ma non subito: la fase 2 non prevede, almeno all'inizio, la ripresa delle funzioni religiose ordinarie. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente del consiglio, che nella sua ultima apparizione televisiva ha annunciato le novità previste per la fase 2 (ecco il testo del nuovo dpcm) sottolineando che tra le attività pubbliche consentite dal 4 al 17 maggio non sono comprese, salvo rare eccezioni, le celebrazioni religiose.

Dura la reazione della Conferenza episcopale italiana, a lungo impegnata in una trattativa specifica con il governo: «nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia - ha risposto a stretto giro con un comunicato - la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale», aggiungendo che «dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti».

La posizione, a sorpresa, è stata indirettamente smussata da papa Francesco, che il giorno dopo a Santa Marta è sembrato più accondiscendente nei confronti delle disposizioni governative: «preghiamo il Signore - ha commentato Bergoglio - perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni».

Sfumata anche la posizione protestante: la commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (Ccers) rivela di aver indirizzato al ministro Lamorgese una lettera in cui si sollevano alcune questioni significative («la possibilità di spostarsi per i ministri di culto cui sono affidate più comunità pastorali sul territorio italiano; la necessità di consentire quanto prima la ripresa dei culti pubblici, sia pure in modo contingentato; di conseguenza la possibilità per i fedeli di raggiungere i luoghi di culto»), chiedendo nel contempo «che venga stipulato un protocollo ad hoc, quando le circostanze lo permetteranno, proprio perché non vogliamo che la nostra attività rappresenti in alcun modo un rischio per la salute pubblica».

Insomma, il desiderio di celebrare insieme la propria fede comincia a pesare, e non è il caso di temporeggiare: «agli italiani è stato tolto molto fino a oggi - scrive Andrea Riccardi sul Corriere - e molto sarà chiesto in una fase ricostruttiva. Non si possono togliere i riferimenti religiosi, compagnia secolare di tanti credenti di vario sentire o anche non credenti. Le motivazioni (religiose e non) sono un propulsore decisivo per la ripresa del Paese».

foto: riforma.it



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