La strada per l'insuccesso

Editoriale del 10/6/2009

Modestamente parlando, noi evangelici certe cose possiamo insegnarle. Ora ci diranno che no, che è una caratteristica nazionale, ma i fatti ci danno ragione: in certe cose non ci batte nessuno. Vi racconto una storia.

C'era una volta un movimento di ampi consensi, erede di una tradizione importante, di una dottrina che aveva tentato di cambiare il mondo. Il suo fondatore aveva intuito che, per farlo, era necessario cambiare l'uomo, eliminando alcune sue caratteristiche come l'egoismo, ed enfatizzando la fraternità verso il prossimo.

Come tutte le realtà che si prefiggono uno scopo ambizioso, anche il movimento in questione, nel corso del tempo, era passato da un nucleo di fedelissimi a una secolarizzazione; in questo passaggio aveva perso una buona parte del suo smalto e talvolta, nel mettere in pratica la sua dottrina, aveva finito per applicare in maniera distorta gli insegnamenti del suo fondatore e dei suoi profeti.

Con il passare delle generazioni il movimento ebbe modo di confrontarsi con quello che comunemente chiamiamo "il mondo": la politica, il sociale, le religioni. Di fronte alle sfide aveva sempre trovato soluzioni - più o meno ortodosse, più o meno condivisibili - per dare una risposta alle domande che la società, nel suo incedere, aveva posto.

Il movimento aveva perfino un suo Stato, che si considerava depositario univoco dell'autentica dottrina: non era condiviso da tutti - anzi, vi erano nel mondo ampie aree di dissenso rispetto a questa presunta autorità -, ma non si poteva non riconoscerlo come un punto di riferimento internazionale per credenti e laici, e un elemento con cui confrontarsi nel parlare di certi argomenti.

Di fronte a scandali, errori e atrocità, come pure davanti all'impossibilità di reggere il peso della storia e dei suoi sviluppi, ci fu chi tentò una riforma: con il passare del tempo gli eretici - chiamiamoli così - si fecero sempre più numerosi e riuscirono a organizzarsi in maniera autonoma.

Entrambe le realtà avevano ancora numeri rilevanti, ma si sa: quando si comincia a dividere, non si sa dove si va a finire. Così i distinguo dei dissidenti si fecero sempre più numerosi, portando a una frammentazione sempre più numerosa.

Qualcuno, a un certo punto, ebbe un barlume di buonsenso: abbiamo la stessa fede, la stessa dottrina, possibile che non possiamo andare d'accordo? La sua voce fu travolta dall'indignazione delle varie correnti, indisposte di fronte all'idea di rinunciare a una sacrosanta autonomia nemmeno per poter comparire con una rappresentanza ragionevole di fronte allo Stato e ottenere, così, benefici per se stessi e - va da sé - per la società.

Ognuno si credeva l'erede più autentico della dottrina, e di fronte alla proposta di venirsi incontro non ci fu verso di trovare una soluzione. Anzi: con un impeto di masochismo c'era sempre chi, di fronte alla visibilità dell'altro, recriminava: «Chi lo ha autorizzato a parlare a nome di tutti? Perché è stato invitato lui, e non noi?», senza rendersi conto della comicità delle sue parole e del cattivo servizio che stava rendendo a quella causa che, a parole, era ancora comune: fratelli sì, ma ben separati. Per quale motivo concreto non lo sapevano nemmeno i desolati sostenitori, che non si sentivano poi tanto diversi da chi stava dall'altra parte della barricata.

L'inconciliabilità delle posizioni tra i vari movimenti venne sbeffeggiata a lungo: i giornalisti parlarono di scissione dell'atomo, i comici diedero fondo al tema per creare gustosi tormentoni. Gli unici che non capivano erano loro, gli eredi del movimento: nell'imbarazzo generale si moltiplicavano le sedi, le organizzazioni, i siti, i festival, i concerti (e, ovviamente, le spese relative). Ci si accapigliava per accaparrarsi i testimonial, sempre meno, mentre la popolarità diminuiva: le risorse a disposizione, così frazionate, non permettevano una campagna in grande stile, che si sarebbe potuto agevolmente organizzare uniti.

Uniti, bella parola. Si sarebbe potuto fare di più e meglio, avere maggiore visibilità, ma di fronte alla prateria gli eredi del movimento preferivano rimanere padroni del proprio orto, pur di non cedere la posizione. Come dire: meglio una vittoria di Pirro che una vittoria condivisa.

Alla fine venne la classica prova del nove. L'occasione pubblica che tutti aspettavano da anni. C'era bisogno di un certo numero di consensi. I numeri, contando il totale dei sostenitori suddivisi nei vari movimenti, ci sarebbero stati tutti per superare la prova senza affanni.

Serviva solo una prova di umiltà per raggiungere l'obiettivo comune. Anzi: volendo essere cinici e un po' malevoli, si sarebbe potuto mettere da parte l'orgoglio per qualche mese, e tornare nel proprio orto subito dopo il successo.

Facile a dirsi. Le trattative non portarono a nulla. Erano tutti troppo perfetti per accordarsi con chi, per una minuzia, non era in perfetta sintonia con loro. Contro ogni logica e buonsenso andarono avanti divisi, convinti probabilmente che un miracolo avrebbe dato una spinta alla bontà della loro causa. Ma si sa: per vedere avverarsi i miracoli non basta una parola: bisogna creare le condizioni.

La conclusione della storia è intuibile: nessuno dei movimenti raggiunse l'obiettivo. E tutti restarono fuori dalle ampie opportunità che quel traguardo avrebbe garantito loro in termini di mezzi, risorse, visibilità. Sic transit gloria mundi.

I protagonisti? Li lascio scegliere a voi.

Gli esponenti di questa realtà orgogliosa e frammentata, che non riescono a dialogare tra loro nemmeno nel momento del bisogno, potrebbero essere gli eredi del movimento comunista: presentatisi ben divisi alle elezioni europee, hanno ottenuto rispettivamente il 3,37 (Rifondazione comunista, Partito dei comunisti italiani, ) e 3,12 (Sinistra e libertà). Insieme avrebbero superato di gran lunga la soglia minima (lo "sbarramento") del 4%, giungendo perfino a insidiare l'UDC come quinto partito nazionale.

Oppure, rileggendo la storia, gli ostinati depositari di questa grande realtà che non possono condividere con nessuno potrebbero essere altri, molto più vicini a noi. In questo caso suonerebbe come una storia che va avanti da quasi cinquant'anni, e da cui gli sciocchi eredi del movimento comunista italiano hanno solo preso qualche lezione in occasione delle ultime Europee.

biblicamente - uno sguardo cristiano sull’attualità

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