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   La Filosofia di Heidegger riguardo al morire.
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   Autore  Topic: La Filosofia di Heidegger riguardo al morire.  (letto 230 volte)
Sandro_48
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La Filosofia di Heidegger riguardo al morire.
« Data del Post: 25.08.2018 alle ore 18:36:59 »
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MARTIN HEIDEGGER (1889-1976) 3
 
Essere per la morte
Tra i vari progetti di vita ve n'è uno diverso dagli altri al quale l'uomo non può sfuggire: la morte. Delle principali categorie di esistenziali l’essere per la morte, accanto all’essere nel mondo e all’essere fra gli altri, è la terza e la più rilevante presa in esame da Heidegger. L'uomo è poter essere; è possibilità di qualcosa che ancora manca. Ciò che invece all'uomo, all'esserci, non può mancare è la sua fine, la sua morte. La morte è definita come possibilità, e non come fatto fermo, poiché l’uomo singolo non può mai fare esperienza della propria morte bensì solo della morte altrui. Per il singolo, fintanto che rimane in vita, la morte non è un fatto ma possibilità, però è una possibilità certa ed insuperabile. Qui, in effetti, ad Heidegger piace giocare con le parole, ma il concetto è chiaro. La morte è la fine dell'esserci. Se l'uomo è poter essere, con l'avvento della morte non gli rimane più alcun progetto da attuare. Perciò la morte è definita come la possibilità, certa, dell'impossibilità di ogni ulteriore progetto di vita. Quella della morte è la possibilità più distintiva dell'uomo singolo: se ognuno, in quanto "essere nel mondo" ed "essere tra gli altri", progetta la propria esistenza sempre con riguardo al mondo e con riguardo agli altri, quando muore, invece, muore sempre da solo, isolato dalle cose e dagli altri.
Ciononostante, la consapevolezza della possibilità certa e ultima della morte non deve portare alla disperazione; anzi, consentendo all'uomo di conoscere fino in fondo se stesso come essere finito e mortale, lo sospinge a vivere un'esistenza più autentica. Mentre la vita inautentica cerca di allontanare e rimuovere il pensiero della morte, oppure la considera con paura, l'esistenza autentica si attua pienamente proprio quando l'uomo si rende conto che è un "essere per la morte", destinato alla morte. La certezza della morte non implica, nella vita autentica, l’abbattimento, il suicidio o l'attesa della morte (il vivere aspettando solo di morire). Possiede piuttosto il merito di farci capire l'inutilità di fissarci ed intestardirci in una specifica situazione, in una specifica ed esclusiva frenesia progettuale, giacché con la morte ogni nostra progetto diventa nulla, più niente. La coscienza della morte ci consente un sufficiente distacco dalla vita grazie a cui essere in grado di non farci dominare dai nostri desideri e passioni. Heidegger chiama "decisione anticipatrice" la consapevolezza dell'inevitabilità della morte perché ci fa capire in anticipo che è illusorio, e del tutto inutile, affannarci nell’inautentica cura e attaccamento alle cose, perdendo di vista la vita autentica. Da un punto di vista negativo la morte è annullamento totale, sicché è dichiarato del tutto falso il principio per il quale dal nulla non nasce nulla; al contrario, è proprio dal nulla che nasce la “gettità” dell'esistenza, che nel nulla finisce. Con la nascita, si diceva, l’uomo si trova involontariamente gettato ad esistere dal nulla giacché fonte ignota, inesplicabile. Da un punto di vista positivo, peraltro, il pensiero della morte richiama l'uomo dalla disperazione della vita inautentica alla piena e serena consapevolezza della propria autentica condizione.
Anche la comprensione del nostro "essere per la morte" è accompagnata, come tutte le comprensioni, da una situazione emotiva. Mentre, come già visto, la situazione emotiva fondamentale della vita inautentica è la paura (di perdere le cose che si hanno), quella della comprensione dell’"essere per la morte", è invece l'angoscia: l'angoscia per l'ignoto e per il nulla totale, anche dei nostri progetti, che la morte comporta. L'uomo giunge all'esperienza dell'angoscia non mediante l'intelletto, attraverso un'analisi razionale, ma in base ad un preciso sentimento che egli avverte. L'esistenza autentica implica tuttavia il coraggio di accettare il proprio "essere per la morte". Essere per la morte provoca angoscia, ma la consapevolezza coraggiosa della morte, propria della vita autentica, ha non solo la funzione di ricordarci che nessuno dei nostri progetti di vita sarà mai definitivo, poiché con la morte diventa un niente, ma ha inoltre e soprattutto il valore di farci accettare con forza d'animo la nostra condizione strutturale di esseri finiti e limitati.
L'uomo, commenta Heidegger, è caratterizzato da una duplice negatività:  
1. l'uomo è il fondamento dei suoi progetti, e quindi del suo "poter essere" perché è l'uomo che sceglie fra le tante alternative possibili; e però, respingendo la metafisica classica, che nei concetti di "essenza" e/o di "sostanza" nutre presunzioni fondanti, l'uomo non è il fondamento di se stesso posto che si trova gettato nell'esistenza a sua insaputa, non avendolo scelto lui stesso;  
2. l'uomo, in quanto assoluta assenza di un qualsiasi fondamento di sé, è nullità di fondo dell'esistenza, destinata con la morte al nulla, nullità che, oltretutto, non deriva da colpe o mancanze sostanziali ma è condizione originaria dell'uomo; è nullità esistenziale, mancanza strutturale di esplicazione ultima.
 
Il tempo e la storia.
Dopo l’analisi sull’esserci e sugli esistenziali, Heidegger, secondo il titolo dell’opera in esame, passa espressamente all'analisi del rapporto tra l'esserci e il tempo, ossia del rapporto tra l’uomo e la storia, individuandone nella "cura" (il prendersi cura delle cose e l’aver cura degli altri) il termine di collegamento. E’ nella temporalità che il senso della "cura", ciò che la rende comprensibile, è ravvisabile. Ogni aspetto dell'esistenza è inserito nel tempo, rimanda ad una dimensione temporale: l'essere gettato nel mondo fissa l'esserci (l'uomo) nel passato della nascita; la deiezione, il decadere a cosa tra le cose, lega l'uomo al presente inautentico; il progetto proietta l'esserci verso il futuro, da Heidegger indicato come dimensione temporale fondamentale poiché consente il "poter essere", consente la progettualità, struttura invariante dell'esserci. Nell'esistenza inautentica il tempo è semplice somma, disgiuntivo accostamento di passato, presente e futuro; nell'esistenza autentica è entità unitaria, prospetticamente incentrata sul futuro. Il tempo, per di più, non è qualcosa di esterno che si aggiunge all'esistenza; la temporalità è invece segno costitutivo dell’esserci. Non ha senso il concetto astratto e astorico di uomo. L'uomo è tempo in quanto sussiste ed è comprensibile solo come essere situato nel tempo, come essere storico, calato nella storia.  
Dall'analisi del tempo Heidegger estrae tre importanti conseguenze:
1. il significato di "tempo" utilizzato nel pensiero comune, ma anche nella scienza (la misurazione del tempo), è di tipo inautentico poiché abbassato al livello delle cose (deiezione), viste come enti, come semplice presenza e solo come strumenti;
2. il tempo autentico è invece quello che sta nell’angoscia dell'esistenza che vede nell'essere per la morte l'insignificanza finale di tutti i progetti esistenziali, ma che consente all'uomo di accettare con coraggio, in una specie di "amor fati", il proprio limite temporale, vivendo la vita immuni dalle passioni e dalla cura ossessiva delle cose;
3. la natura temporale e storica dell'esserci è altresì la condizione che consente la storiografia perché la vita autentica, pur nella consapevolezza della nullità finale dell'esistenza, non elimina il mondo, le vicende naturali e storiche nelle quali ci troviamo, anzi ci rende liberi di assumere l'esistenza e il mondo così come sono, finiti ed imperfetti, e quindi di raccontarne la storia con distacco, senza pregiudizi.
« Ultima modifica: 25.08.2018 alle ore 18:38:43 by Sandro_48 » Loggato

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