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   Dio ama il peccatore?
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   Autore  Topic: Dio ama il peccatore?  (letto 24529 volte)
Domenico
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #195 Data del Post: 24.03.2016 alle ore 16:18:05 »


on 24.03.2016 alle ore 15:46:27, Andrea II wrote:
Su I Timoteo 2:4 direi che ci dobbiamo tornare perchè dire che li c'è scritto che Dio VUOLE salvare tutti gli uomini mi sembra un tantino azzardato... Ma magari più in la.

 
Il testo in questione recita: il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità.
 
Leggi bene il testo che non si esprime come fai tu.
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Stefanotus
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #196 Data del Post: 24.03.2016 alle ore 16:42:44 »


on 24.03.2016 alle ore 16:15:45, Vladi91 wrote:
Approvato  Buono!
Però anche nel tuo ultimo intervento, mi attribuisci spiegazioni e finalità che non ho espresso né intendo esprimere.
beh... il punto è che...
 

Quote:
Le cose che hai detto non devi dirle in contrapposizione a quello che ho espresso io, ma in accompagnamento. Io sono perfettamente d'accordo con tutte le risposte che hai dato ai miei quote nel tuo intervento finale. Ma su tutto tutto proprio! (a parte la roba sulle conclusioni teologiche..non siamo mica arrivati ad esprimerne ancora, quindi non so da dove desumi..) Hu?!

ecco appunto il punto è questo.
Se io so che tu tendi per una visione calvinistica della salvezza, mentre io tendo per una visione arminiana, per esperienza so che... bisogna essere chiari nelle analisi fin da principio, considerare le premesse e poi iniziare le analisi.
Perchè appunto per esperienza ti dico, che se un'arminiano e un calvinista iniziano a far battaglia di versi e interpretazioni.... utilizzando inconsciamente metodi diversi, arriveranno nel bel mezzo delle discussioni, dopo aver messo sul fuoco decine di versetti per poi... smontare tutto perchè si accorgono della differenza metodologica.
 
Ora è ovvio, che se tu, come Andrea II e altri, tendi per la predestinazione calvinistica e mentre io, Domenico, Marmar e altri no, l'unica strategia che abbiamo per cercare di sviscerare insieme l'argomento è quella di fare un passo alla volta e capirci BENE SU TUTTO. In modo da non tornare indietro dopo aver fatto km insieme pensando di esserci capiti.
Solo così possiamo fare discorsi COSTRUTTIVI.
 
Inoltre, molte deduzioni che tu forse non hai fatto esplicitamente e che io ho espresso come conseguenza di tue affermazioni, sono quelle che spesso vengono usate, soprattutto nei forum, per avallare questa o quella teoria. Ci vuole poco per un utente che vuole partecipare a prendere una frase tua o mia, per aggiugnere carne sul fuoco in modo "sbagliato" o in un modo che ne io o te intendevamo.
Anche questa è una cosa che ho visto accadere spessissimo.
Quindi io ho preso l'abitudine di "quotare" le frasi ambigue che lasciano spazio a queste possibilità e "metterle in riga" secondo il mio pensiero.
In questo modo ottengo due risultati. Il primo è essere certo che la pensiamo uguale in modo da non tornarci. Il secondo è evitare che più avanti, qualcuno irrompa dicendo la sua, quotando questa o quella frase.
 
Quindi a te l'onore. Potremmo dire che da solo, il testo di romani 8:28-30 dia un senso di predestinazione in senso calvinista? E' un testo utile per affermare uno dei 5 punti del TULIP?
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #197 Data del Post: 24.03.2016 alle ore 17:34:02 »

Eh l'avevo sospettato che il tuo filtro fosse dettato da passate discussioni. Se dici questo, allora appartieni a questo e quindi implichi questo etc.etc.
 
Ora, per una questione di rispetto e di mia spossatezza che vorrei evitare, amerei essere ascoltato (o meglio, letto) per quel che io dico. E punto. Almeno non finirà come l'altra discussione dove venivo ribattuto su cose di cui non stavo parlando.
Cosa abbiano detto vostri passati interlocutori non mi interessa, né vorrei che si traggano dalle mie parole implicazioni che non intendo e che derivano dal vostro vissuto. Scriverti per due pagine che mi stai muovendo come obiezioni argomenti cui io non mi oppongo è inaudito (nel senso etimologico del termine).
 
Con la stessa mancanza di filtri (per quanto possibile, è infatti più difficile) sarebbe bello procedere alla discettazione dei testi.
 
Lascio stare TULIP e calvinismo. Sono tutte scatole e non è importante incasellare. "Calvinismo" al limite lo userei esclusivamente per esprimere la macro-categoria di ciò che si oppone ad "Arminianesimo", giusto per avere una convenzionalità di termini con la quale il lettore possa avere intendimento a colpo d'occhio.
Altrimenti bisognerebbe prima discutere sul calvinismo espresso da quale autore, etc. etc. Ma quello che dico è mio e non di Calvino, Piper, Spurgeon, Moo, Beale, Wright, Sproul e le infinite schiere di biblisti: ne esce un collage bibliografico inutile e prolisso alla noia.
 
È possibile ragionare evitando incasellamenti adesso, e per parte mia procederò così.
Per la mia riflessione riassuntiva sul passo rimando a quanto detto in ultima istanza sopra, prima dell'excursus metodologico. Che gli altri riassumano le posizioni proprie al riguardo, e poi possiamo continuare con Romani 9 legandolo all'8, che ci viene bene.
« Ultima modifica: 24.03.2016 alle ore 20:18:42 by Amenachos » Loggato
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #198 Data del Post: 24.03.2016 alle ore 17:40:11 »

Caro Domenico, Paolo dice a Timoteo, immediatamente dopo, che  Cristo Gesù uomo ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti;
Mi stai dicendo che Cristo ha pagato per tutti gli uominiHu?! Quindi Dio sarà ingiusto quando getterà alcuni di loro nello stagno di fuoco condannandoli per una colpa il cui prezzo è stato già pagato da CristoHu?! Oppure in realtà tutti gli uomini saranno salvati dato che Cristo da dato se stesso appunto per riscattarli tuttiHu?!
Non so se quel tutti è da intendersi con tutti gli uomini... Si rischia di dire grandi eresie. Come ti dicevo, magari ne parliamo con calma più avanti  Sorriso
« Ultima modifica: 24.03.2016 alle ore 17:41:23 by Andrea II » Loggato
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #199 Data del Post: 24.03.2016 alle ore 17:51:11 »


on 24.03.2016 alle ore 16:42:44, Stefanotus wrote:

 
Quindi a te l'onore. Potremmo dire che da solo, il testo di romani 8:28-30 dia un senso di predestinazione in senso calvinista? E' un testo utile per affermare uno dei 5 punti del TULIP?

Personalmente, e sai che anche io tendo verso una visione calvinsta della salvezza, direi di no, non come intendevi in questo ambito se non altro, perché, come già concluso precedentemente con tutti, in questi versetti la predestinazione si riferisce alla conformità all'immagine di Cristo cosa su cui, senza dubbio, concordano tutti i credenti.  
Comunque  

on 24.03.2016 alle ore 17:34:02, Vladi91 wrote:

Lascio stare TULIP e calvinismo. Sono tutte scatole e non è importante incasellare. "Calvinismo" al limite lo userei esclusivamente per esprimere la macro-categoria di ciò che si oppone ad "Arminianesimo", giusto per avere una convenzionalità di termini con la quale il lettore possa avere intendimento a colpo d'occhio.

Questa mi pare un'ottima idea, così, finalmente, ripartiamo!
 

on 24.03.2016 alle ore 17:34:02, Vladi91 wrote:

Che gli altri riassumano le posizioni proprie al riguardo, e poi possiamo continuare con Romani 9 legandolo all'8, che ci viene bene.

Direi che l'ultimo post riassuntivo di Marmar era quello che meglio richiudeva quanto detto fino a quel punto. Da lì si può ricominciare!  
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #200 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 04:06:24 »


on 24.03.2016 alle ore 17:40:11, Andrea II wrote:
Caro Domenico, Paolo dice a Timoteo, immediatamente dopo, che  Cristo Gesù uomo ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti;
Mi stai dicendo che Cristo ha pagato per tutti gli uominiHu?! Quindi Dio sarà ingiusto quando getterà alcuni di loro nello stagno di fuoco condannandoli per una colpa il cui prezzo è stato già pagato da CristoHu?! Oppure in realtà tutti gli uomini saranno salvati dato che Cristo da dato se stesso appunto per riscattarli tuttiHu?!
Non so se quel tutti è da intendersi con tutti gli uomini... Si rischia di dire grandi eresie. Come ti dicevo, magari ne parliamo con calma più avanti  Sorriso

Credo sia necessario mettere i puntini sopra gli “i” per evitare che ci fossero delle incomprensioni o dei fraintendimenti al fine di conoscere la verità, perché come ho detto in precedenza, di verità ce né una sola, visto che lo stesso Gesù si definì, via, verità e vita (Giovanni 14:6).
 
- Dio non ha mandato l’unigenito Suo Figlio nel mondo, per un gruppo di persone, piccolo o grande che siano, ma per il mondo, cioè per l’intera umanità. Questo è dichiarato da (Giovanni 3:16).
 
- La venuta di Gesù sulla terra, aveva un duplice scopo: 1) dimostrare l’amore di Dio che aveva per l’umanità e, 2) non per giudicare il mondo, ma perché il mondo = l’umanità, venisse salvata per mezzo di Gesù. Questo è quel che afferma (Giovanni 3:17).
 
- La morte di Gesù sulla croce, è stato un sacrificio espiatorio, in senso universale, cioè per tutta l’umanità, e non per un certo numero di persone, gran o piccolo che siano, in accordo con la dichiarazione di Pietro che lo presentava come quello di un agnello senza difetto né macchia, (visto che Giovanni, parlando anche lui di “agnello di Dio”, lo definì: « Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! (Giovanni 1:29) preordinato prima della creazione del mondo (1 Pietro 2:19). Lo stesso apostolo, inoltre, precisava che, Gesù sulla croce, ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati sanati (1 Pietro 2:24).  
 
Se l’apostolo si esprimeva in quel modo, era essenzialmente perché stava parlando con la fratellanza che aveva sperimentato la salvezza di Dio nella loro vita, in modo che loro si ricordassero quel che Gesù aveva fatto per loro. Sullo stesso tema penserà l’apostolo Paolo, quando metterà in evidenza, lo scopo della morte del Figlio di Dio.  
 
Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione.
Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.
Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui
(2 Corinzi 5:19-21).  
 
A questo punto si aggiunga anche un passo del profeta Isaia, che senza dubbio fosse squisitamente Messianico e parlasse di Gesù e della Sua morte, il quale recita: tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti
(Isaia 53:4-5).
 
- “Quindi Dio sarà ingiusto quando getterà alcuni di loro nello stagno di fuoco condannandoli per una colpa il cui prezzo è stato già pagato da Cristo?” Senza dubbio sì, perché il peccatore non andrà nello stagno di fuoco a motivo del suo peccato, ma perché non ha creduto in Cristo Gesù. Questo è quel che afferma Giovanni 3:18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Infatti, la salvezza, è vincolata nel credere nell’unigenito Figlio di Dio.
 
- “Oppure in realtà tutti gli uomini saranno salvati dato che Cristo da dato se stesso appunto per riscattarli tutti?” Se tutti gli uomini credessero in Gesù e lo ricevessero nei loro cuori come il loro personale Salvatore, sarebbero tutti salvati. La realtà è però che non tutti gli uomini crederanno in Gesù.  
 
- “Si rischia di dire grandi “eresie”. Questa non è “eresia”, è il chiaro insegnamento della Parola del Signore. È invece “eresia”, quando si afferma che se un peccato, non è salvato, è perché Dio non l’ha predestinato alla salvezza.
 
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #201 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:49:20 »

Mmh visto che nessuno si butta, mi butto io  Sorridente
 
Ho buttato giù un po' di righe su Romani 9. Si parte dall'inizio, almeno è chiaro anche il discorso sul contesto.
 
C’è una transizione forte tra 8 e 9: si passa da un tono celebrativo (8:31-39) a uno di lamento (9:1-3). La realtà descritta da Paolo è che la maggioranza degli Israeliti non hanno risposto con la fede all’annuncio del Vangelo. Paolo si prenderà anche cura, nel corso della spiegazione, di dimostrare che il corso della storia salvifica non è stato fermato da questa interruzione.
Paolo ha grande cura di sottolineare l’importanza di quello che sta per dire. Al v.1 infatti afferma:
 
- dico la verità in Cristo..
- ..non mento..
- poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo
 
Cioè ripete la propria sincerità e chiama in causa la sua coscienza. Coscienza di un uomo la cui mente è rinnovata (12:1-2). Questa enfasi può forse essere dovuta al fatto che la sua missione ai Gentili lo faceva apparire alla componente giudaica come ostile, magari addirittura compiacente con il disdegno peccaminoso provato contro Israele (cfr. 11:13-24).
L’esprimersi binario del v. 1 è continuato nel 2, dove, reminescenza dello stile profetico veterotestamentario, Paolo “ha una grande tristezza e una sofferenza continua del suo cuore”. La ragione di tutto ciò è che i suoi fratelli nella carne non hanno risposto alla chiamata del Vangelo e sono sotto la condanna. Al v. 3 Paolo lo fa capire dichiarando di voler essere “anatema, separato da Cristo”, per amore di costoro, i quali si trovano proprio in questa situazione di tragedia. È l’atteggiamento di Mosé in Esodo 32, cui forse qui allude, visto che la storia mosaica è sparsamente presente nei capp. 9-11.
Paolo enumera successivamente i privilegi di Israele, ulteriore motivo del suo lamento e del desiderio di darsi in cambio dei Giudei. È un elenco che prepara alla domanda implicita cui il v. 6 dà una risposta: cosa ne è dunque delle promesse di Dio? La sua parola è venuta meno?
La disposizione degli elementi nei vv. 4 e 5 è ben organizzata. Dal termine Israeliti, Paolo fa dipendere tre relative:
 
- ai quali appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse
- ai quali appartengono i padri
- dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!
 
“Israeliti” è un termine significativo: qui Paolo quasi smette di usare “Giudei”, che ha invece una sfumatura politica e nazionalistica, in opposizione a “Gentili”. “Israeliti” è legato all’aspetto di fede, religioso. E nonostante il rifiuto nei confronti del Vangelo, essi sono pur sempre e restano Israeliti. È, in fin dei conti, la tensione che cercherà di spiegare nei seguenti capitoli.
« Ultima modifica: 25.03.2016 alle ore 05:58:47 by Amenachos » Loggato
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #202 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:50:33 »

La prima proposizione relativa presenta sei elementi, divisibili in due serie da tre.
La prima prerogativa colpisce molto: adozione. Ma Paolo ci ha appena detta che l’adozione è lo stato conferito dallo Spirito a tutti i giustificati in Cristo (8:15, 23; cfr. Gal. 4:5; Ef. 1:5). I suoi fratelli nella carne sono invece oggetto del lamento iniziale in quanto sotto la condanna. E non è nemmeno una parola che viene usata nell’AT o nel Giudaismo. Ovviamente non può avere lo stesso significato che Paolo ha appena usato per i giustificati in Cristo. Esso è, in parole povere, il risultato, la somma degli insegnamenti dell’AT su Israele in quanto figlio di Dio. E riguarda tutta la nazione, in opposizione alle altre nazioni. Per il Cristiano sono benedizioni individuali, per Israele, come Paolo ha spiegato (2:17-3:18) e dirà il paragrafo dopo (vv. 6-13) non includono la salvezza di ogni individuo. Tuttavia, il fatto che Paolo utilizzi “adozione”, che ha usato poco sopra per i Cristiani, evidenzia il riguardo che Dio ha per Israele, nonostante la sua incredulità, e forse anticipa l’opera conlusiva di 11:25-28.
Il secondo privilegio è la “gloria”: certamente riferibile alla presenza di Dio nell’AT in mezzo al suo popolo, ma anche la gloria escatologica, dato l’interesse verso l’ ”eschaton” presente in questo passo.
L’ultimo elemento della prima serie da tre sono i “patti”. Al plurale è poco usato sia nell’AT, sia nel NT. Sappiamo dalla letteratura intertestamentaria (Sir. 44:12, 18; Sap. 18:22; 2 Mac. 8:15) che il plurale era usato per designare sommariamente tutti i patti dell’AT. Lo stesso Paolo in Ef. 2:12 usa il termine in questo senso.
La seconda serie della prima proposizione relativa comprende innanzitutto l’atto di donazione della legge, a sottolineare ancora il fatto che è stato proprio Israele ad esserne recipiente.
Il servizio sacro è quello del tempio, di grandissima importanza nell’AT e nel Giudaismo. Come dice il famoso passo di Avòt: “Su tre cose il mondo sta in piedi: la Toràh, la ‘Avodàh (cioè il servizio sacro), le opere di misericordia e compassione”.  
Infine, le promesse. Probabilmente quelle fatte ai patriarchi riguardo a Israele, dato che Paolo ha molto a cuore questo concetto, in Romani stesso.
 
Gli ultimi due privilegi sono oggetto di due relative differenti.
Il primo sono i “padri”. Da essi discendono le promesse, e Paolo cercherà di dimostrare che Israele deve aspettarsi in futuro qualcosa di importante a motivo dei “padri”.
L’ultimo privilegio è espresso in una relativa costruita differentemente dalle prime due: cioè il Messia non appartiene loro, ma proviene da loro. È una differenza notevole. Infatti Israele non ha accettato questo Messia, non gli appartiene dunque. Come Paolo sopra aveva parlato di parenti secondo la carne, anche ora la relazione tra Messia e Israele, proprio per il loro rigetto, è vista secondo questo rapporto di generazione.
Ma ancora una cosa viene aggiunta al v. 5: “Dio benedetto in eterno”. Due sono le possibilità di intendere l’espressione:
 
- .. il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno (Dio si riferisce a Cristo)
- .. il Cristo, che è sopra tutte le cose. Dio benedetto in eterno! (Esclamazione di lode a Dio)
 
La storia dell’interpretazione del testo si divide. La prima opzione però ha più elementi a suo favore:
 
- l’espressione “che è” (in greco “ho òn”) è intesa più naturalmente come una relativa che modifichi quanto precede (similmente in 1 Cor. 11:31).
- le dossologie di Paolo non sono mai indipendenti, ma sempre legate strettamente a quanto precede (cfr. Rom. 1:25; 11:36; 2 Cor. 11:31; Gal. 1:5; 2 Tim. 4:18).
- le benedizioni indipendenti nella Bibbia, salvo Sal. 67:19, pongono la parola “benedetto” sempre in prima posizione. Nel testo greco invece in prima posizione troviamo “Dio”, il che ci fa unire il tutto a quanto precede. Perché mai Paolo si sarebbe dovuto allontanare dalla formularietà rigida delle benedizioni cui era tanto abituato?
- l’espressione “secondo la carne” implica un’antitesi: cioè, dopo aver descritto Cristo secondo ciò che è di questo mondo, ci si aspetta l’altra faccia della medaglia, che Paolo è solito esplicitare (Cfr. Rom. 1:3-4).
 
Unire “Dio” a “Cristo” è esegeticamente preferibile, teologicamente inobiettabile, contestualmente appropriato. Senza aggiungere altro sulla divinità di Cristo possiamo continuare l’analisi del passo.
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #203 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:52:03 »

I vv. 6-29 definiscono la promessa secondo la sovrana elezione di Dio. Quello che è successo è scioccante: la maggior parte di Israele ha rifiutato il Vangelo, ma i Gentili, esclusi dai patti veterotestamentari, aderiscono a quell’uno in cui tutte le promesse trovano adempimento. Paolo vuole spiegare che questa svolta non mina la parola e le promesse di Dio. In 6b-29 Paolo chiarisce che appartenere al popolo spirituale di Dio è sempre stato dovuto al piano grazioso e alla chiamata sovrana, non all’appartenenza etnica. Pertanto Dio può tranquillamente scegliere di restringere quelli che sembrano essere i confini della sua elezione scegliendo soltanto alcuni dei Giudei per la salvezza (vv. 6-13; 27-29). Allo stesso modo è libero di espandere il tutto ai Gentili (vv. 24-26). La sua grazia e la sua sovranità sono il fondamento, non l’etnicità. Quindi l’argomento centrale è la chiamata di un “popolo” spirituale, chiaramente evidenziato all’inizio (v. 7) e alla fine (vv. 27-29) della sezione. Sono soprattutto i vv. 6-13 e 24-29 a supportare il peso maggiore dell’argomentazione, mentre i vv. 14-23 formano un excursus nel quale Paolo affronta alcune questioni che l’insegnamento sulla libertà dell’elezione di Dio fa sorgere. In tutto il passo, Paolo parte dalla Scrittura, dimostrando che il suo insegnamento è fondato nell’AT.
 
Il fondamento del fatto che “non è che la parola di Dio sia caduta a terra” si trova nella distinzione tra un Israele etnico, più ampio, ed un Israele più ristretto, spirituale. Paolo giustifica questa distinzione con due argomenti paralleli (vv. 7-9 da un lato, 10-13 dall’altro). In entrambi gli argomenti, Paolo cita due volte l’AT per porre a confronto due fratelli (Isacco e Ismaele prima, Giacobbe ed Esaù poi). Il modello offerto da questi esempi è la spiegazione della creazione di un popolo spirituale e dell’ampio rigetto del Vangelo da parte dell’Israele secondo la carne. Il modello dimostra che la ragione per cui alcuni sono stati inclusi nel popolo di Dio e altri no è la libertà di Dio di sceglierne alcuni e non altri. La discendenza secondo la carne, non ha valore. Nemmeno per entrare a far parte del nuovo patto. Tutto ciò non sorprende, né minaccia la validità della parola di Dio. È vero, molti Giudei hanno rigettato la fede, ma non è sul lineaggio che si è mai fondata l’elezione divina. Fin da subito è importante sottolineare che l’attenzione di Paolo non è sulla salvezza di popoli, bensì sulla salvezza individuale. L’argomentazione richiede una tale comprensione:
 
- Paolo deve spiegare perché alcuni Israeliti sono salvati, altri no (vv. 3-5) per giustificare il fatto che solo alcuni sono il vero Israele (v. 6b). Una discussione su popoli su una limitata validità per Isacco e Giacobbe non incontra l’argomentazione costruita da Paolo.
 
- Parole chiave della sezione sono costantemente usate altrove da Paolo per la salvezza dell’individuo: figli di Dio (v. 8); discendenti (vv. 7 e 8); contati (v. 8); figli della promessa (v. 8); “nome” o “chiamata” (vv. 7, 12); “non per opere” (v. 12).
 
- La continuazione di 6b-13 in 24-29 mostra come l’intenzione di Paolo è dimostrare come Dio ha chiamato degli individui di mezzo ai Giudei e i Gentili per formare il suo popolo, e come questi Giudei (un Israele nell’Israele), costituisca il residuo che sarà salvato (v. 27).
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #204 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:53:19 »

Ma analizziamo il testo.
 
Il v. 6 è di transizione tra l’introduzione dei vv. 1-5 e il corpo dell’esposizione nei capp. 9-11. Il problema di Israele è il problema della parola di Dio, e, quindi, di Dio stesso. È probabile che molti dei Cristiani di Roma, Gentili e Giudei, pensassero che Dio avesse revocato i suddetti privilegi. Se quindi Dio è tornato sui suoi passi per quanto riguarda Israele, come può la Chiesa fidarsi delle promesse?
Paolo deve dichiarare: non è così, la parola di Dio è ferma! Le promesse fatte nell’AT non sono cadute. Ed entra subito a gamba tesa. La visione standard era, come detto, che se uno apparteneva secondo la carne alla discendenza di Abrahamo, Isacco e Giacobbe (chiamato anche Israele), ebbene, questi era di Israele. Paolo non nega l’etnicità di Israele, in un certo senso (cfr. 9:4-5; 11:1-2, 28). Ma nega che l’elezione corporativa di Israele in quanto popolo significhi la salvezza degli Israeliti in quanto individui. La salvezza non è mai stata basata sull’etnicità (cfr. 2:1-29; 4:1-16). Pertanto gli Israeliti non possono guardare al diritto di nascita come garanzia della salvezza personale. Quindi “non tutto Israele (in senso fisico) è Israele (in senso spirituale)”. Ora, sia chiaro, Paolo non intende con il secondo Israele, quello spirituale, la chiesa. È sempre molto attento a distinguere Gentili e Giudei e la terminologia è sempre precisa. L’Israele spirituale è esattamente l’Israele spirituale, cioè il rimanente tra gli Israeliti. Non tutti gli Israeliti fisici costituiscono il vero Israele, bensì solo il residuo. Ciò lo capiamo chiaramente facendo alcune considerazioni:
 
- L’introduzione dei vv.1-5 ci dà i parametri per intepretare l’utilizzo dei termini su Israele in Rom. 9-11. Quei versi si focalizzano sull’Israele etnico. Nei tre capitoli Paolo distingue attentamente tra Israele e i Giudei da un lato e i Gentili dall’altro. Solo dove ci sono indicatori espliciti, l’etnicità di Israele può essere abbandonata.
 
- Paolo spiega il v. 6b in 7-13 con esempi tratti da dentro l’Israele etnico
 
- I vv. 27-29, come detto, sono strettamente legati ai vv. 6-13. Essi riportano citazioni dell’AT legate al residuo di Israele etnico.
 
Pertanto il “vero” Israele del v. 6b denota un gruppo più piccolo, spirituale, residuale, all’interno del più ampio Israele fisico. Dunque, ripeto. Paolo non sta dicendo “non sono SOLO quelli che sono di Israele a essere di Israele”, ma “non sono TUTTI quelli che sono di Israele a essere di Israele”. Ciò è argomentato, come accennato sopra, in due momenti. Paolo cita e spiega l’AT per giustificare il suo insegnamento.
Inizia da dove bisogna iniziare per definire Israele: Abrahamo. La chiamata e le promesse ad Abrahamo sono il fondamento sia per l’Israele fisico, sia per quello spirituale. Per il Giudeo, tutto ciò era motivo d’orgoglio. Ma Paolo afferma chiaramente che non tutto il seme di Abrahamo è in realtà seme di Abrahamo (secondo il significato suddetto). Cioè non tutto ciò che nasce fisicamente da Abrahamo è anche discendenza spirituale. La salvezza, di nuovo, non è un diritto di nascita. Paolo motiva questa distinzione tra fisico e spirituale nella discendenza abrahamitica citando Gen. 21:12: “È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza”. Questa discendenza di cui si parla non è meramente fisica, perché Dio promise di dare discendenti fisici tanto a Isacco quanto a Ismaele (Gen. 17:20; 21:23). Il vantaggio di Isacco si trova nel reame spirituale: è con Isacco, non con Ismaele che Dio decide di stabilire il patto (Gen. 17:21), e gli individui che saranno chiamati a far parte di questo patto derivano dal retaggio spirituale di Isacco.
Il v. 7 non dà grande supporto all’asserzione che solo un residuo di Israele è il vero Israele. Infatti, affermare che la promessa spirituale passa per Isacco, e non Ismaele, è esattamente quello che i Giudei sostenevano e su cui facevano perno. Ma è la conclusione che Paolo trae dalla citazione di v. 7b che lo distanzia dal pensiero dei Giudei e dà supporto a v. 6b.
Il v. 8 si apre con un “cioè”, in greco “tout’estin” che richiama una formula usata nell’esegesi giudaica per l’interpretazione delle Scritture (cioè il “pishrò” = “la sua interpretazione è” che troviamo spesso a Qumran). Capiamo quindi come nel v. 8 Paolo stia commentando ciò che precede. In tale commentario Paolo mette in contrasto i “figli della carne” con i “figli della promessa”: solo i secondi sono veramente “discendenza” (di Abrahamo) e “figli di Dio”. Il riferimento è ovviamente a Ismaele, legato ad Abrahamo solo in senso fisico, e ad Isacco, legato fisicamente e spiritualmente. Paolo non intende per Isacco solo le promesse storico-salvifiche di cui sopra e fruite nel passato. C’è di più. Innanzitutto Paolo usa il presente “(i figli della promessa) sono considerati..”. “Figli di Dio” è sempre usato da Paolo per indicare persone che appartengono a Dio ed hanno ottenuto la salvezza (cfr. Rom. 8:16, 17, 21; Ef. 5:1; Fil. 2:5). Il verbo “sono considerati”, inoltre, è sempre usato da Paolo in riferimento a Gen. 15:6, testo che viene utilizzato per provare che la fede di Abrahamo lo ha messo nella giusta relazione con Dio (cfr. Rom. 4:3; 5:22; Gal. 3:6). Il termine “promessa” non è applicabile soltanto a quella contenuta in Gen. 21:12, bensì, alla luce di Rom. 4:13, 14, 16, 20, anche ad altro: come Dio porta le persone nella giusta relazione. Le parole ad Abrahamo in Gen. 21:12 implicano il principio secondo cui Dio conferisce le benedizioni del patto. Ciò che conta è la grazia, non la razza. E tali benedizioni, visto il linguaggio usato da Paolo, implicano la salvezza in Cristo.
Al v. 9 Paolo spiega il termine “promessa”, parafrasa i versi precedenti, per descrivere Isacco  nella citazione di Genesi. Isacco è nato in circostanze straordinarie, come conseguenza della promessa di Dio fatta in Gen. 17:15-16 e reiterata in Gen. 18:10, 14. Paolo enfatizza l’iniziativa di Dio nel creare il popolo del patto: non è generazione meramente naturale, è intervento soprannaturale.
Con i vv. 10-13, la seconda argomentazione, Paolo si sposta ad una generazione dopo, sempre per dimostrare l’assunto di v. 6b. Il confronto tra Giacobbe ed Esaù è chiaro nel spiegare il fatto che è per grazia e non secondo la razza. Ci sono tre partiolari chiave nella storia della scelta da parte di Dio di Giacobbe e non di Esaù che danno forza all’argomento di Paolo secondo cui la partecipazione alla benedizione salvifica dipende esclusivamente dalla chiamata di Dio:
 
- Giacobbe ed Esaù avevano la stessa madre. Questo mette a tacere chi avrebbe potuto sostenere che Isacco e Ismaele avevano madri diverse.
 
- Dio scelse Giacobbe prima della nascita dei gemelli, sicché esclusivamente la volontà di Dio e null’altro (capacità naturale, devozione religiosa, fede) può determinare il destino di un individuo.
 
- Giacobbe era il più giovane: le preferenze umane non hanno nulla a che vedere con la scelta di Dio.
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #205 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:54:34 »

La transizione tra i due argomenti è “ma c’è di più!”, che lega così il secondo al primo portandolo un passo oltre. Dopo aver concluso on Sarah, ora passa a Rebecca, anch’ella sterile. Genera solo per l’intervento sovrannaturale di Dio (Gen. 25:21). Come il figlio di Sarah, anche quello di Rebecca è chiamato per diventare erede spirituale delle promesse di Dio. Analogamente, entrambi i figli della promessa hanno rivali nei fratelli. Ma qui sta la differenza: Ismaele era fratellastro, Esaù è gemello. È a questa differenza che probabilmente si allude in v. 10b quando sta scritto che nacquero “da un unico concepimento”. In ciò “c’è di più” rispetto all’esempio precedente. Stessa madre, stesso padre, stesso concepimento. Non c’è modo che uno avesse diritto maggiore dell’altro (critica suscitabile per Isacco e Ismaele).
Al v. 11 abbiamo un’interruzione nella sintassi del v. 10, che troverà il compimento del suo senso in v. 12b. Al v. 11 abbiamo le circostanze di quando la profezia fu espressa: prima che nascessero e compissero bene o male. La proposizione finale di v. 11b è ulteriormente modificata da v. 12a ed insieme formano una parentesi per spiegare il perché quella parola le fosse stata rivolta in quel momento. La sintassi che fa capriole è dovuta al fatto che Paolo vuole enfatizzare il fatto che non vi era nulla in Giacobbe o Esaù che potesse essere a fondamento della scelta di Dio. Il fatto che la scelta di Dio avviene prima della loro nascita, e quindi prima che abbiano commeso bene e male, e quindi (v. 12a) a prescindere dall’operato, è il fondamento della proposizione finale di v. 11b: perché il proposito di Dio secondo elezione possa restare. “Proposito” è un termine che ci ricollega alla sezione precedente sull’insegnamento riguardo ai “figli di Dio” (Rom. 8:18-39). In 8:28 è il piano secondo cui Dio chiama delle persone affinché diventino sue ed è sviluppato nei due vv. 29-30. Anche qui, come prima, la parola esprime un piano predeterminato (pro-thesis) che Dio usa per portare le benidizioni del patto ad Israele. Paolo usa la parola “elezione” che caratterizza questa parte di Rom. 9: bisogna dimostrare che il piano di Dio nell’AT si sviluppato sulla base del libero arbitrio, della libera scelta di Dio e su nient’altro. Isacco è stato scelto; Ismaele no. Giacobbe è stato scelto; Esaù no. Il proposito di Dio si sviluppa nella storia perché è lui a scegliere liberamente.
Nel v. 12a ripete quanto già detto. Prima ha detto che la scelta prescinde dal bene o male compiuto da Giacobbe e Esaù. Qui dice che prescinde dalle loro opere (opere in senso generale, cioè l’agire umano che può produrre bene o male. Ovviamente non opere della legge che non hanno senso per Giacobbe ed Esaù, né opposizione a fede o quant’altro). In contrasto all’agire umano come base c’è la chiamata di Dio. E qui è opportuno sviluppare un punto: la fede come base della scelta di Dio. Paolo dice innanzitutto che non è per l’agire umano, per il compiere il bene o il male, che Dio elegge. Potrebbe quindi essere per fede? Potrebbe, alla fine non ne parla. E invece no, non può, perché subito dopo afferma il criterio dell’elezione: la chiamata di Dio. Da essa tutto dipende, ed essa, come abbiamo visto, precede ogni risposta umana, l’esistenza umana stessa. Isacco e Giacobbe non sono scelti sulla base del loro retaggio, non sono scelti sulla base del loro operato, non sono scelti dalla base della loro risposta o della loro fede: sono scelti sulla base della chiamata di Dio, affinché il proponimento, cioè il piano stabilito prima della nascita, secondo l’elezione, la scelta, resti fermo. E la chiamata è ovviamente effettuale, è determinante nel senso che non è rifiutabile, poiché decretata. Noi non siamo scelti poiché crediamo, ma affinché possiamo credere. L’introduzione di un qualsiasi altro criterio contraddice apertamente il passo. Tuttavia, non bisogna sminuire la fede, che è di fondamentale importanza e grandemente trattata. La tensione tra le due cose non solo sfuma i confini della logica, ma li frantuma proprio: non è umanamente comprensibile il tutto. E infatti, proprio a questo riguardo, Paolo confesserà successivamente il limite dell’uomo.
Infine, dopo lunga attesa ed una sintassi contorta affinché il pensiero fosse sul proponimento intaccabile ed il libero arbitrio di Dio fosse chiaro, è espresso quanto detto a Rebecca in Genesi: il minore servirà il maggiore.
La successiva citazione di Malachia riafferma v. 12b. Cioè i destini di Giacobbe ed Esaù nono sono solo visti, ma determinati dall’amore/odio di Dio. È poiché Dio ha amato Giacobbe prima che nascesse che per lui è decretata la preminenza. Viceversa per Esaù.
Ma stiamo parlando di individui o popoli? Individui.
Giacobbe ed Esaù sono descritti come individui in vv. 10b-11a in quanto, concepiti, nati, e facenti opere – terminologia che non si applica a nazioni. Come già accennato, la terminologia qui usata si applica alla salvezza individuale, spesso in testi vicini a questo: “elezione” (11:5, 7); “chiamata” (8:28); “non per opere” (Rom. 4:2-8; 11:6). Paolo ovviamente non ritiene che i popoli e le nazioni – nemmeno Israele – debbano la loro elezione alle opere, quindi non ha ragione di negarlo, contrariamente a quanto avviene per il singolo. Inoltre, una descrizione di come le nazioni agiscono nel piano salvifico, non ha senso all’interno dell’argomentazione che Paolo sta portando avanti: sta cercando di giustificare v. 6b, cioè che non tutti gli individui del popolo Israele-fisico sono in realtà individui dell’Israele-spirituale. Per far ciò, Paolo deve provare con l’AT che c’è un modo per discriminare all’interno del popolo tra individui. Asserire che Dio ha scelto Israele piuttosto che Edom, semplicemente, non ha senso nell’argomentazione. Il focus è sulla relazione degli individui (Isacco-Ismaele; Giacobbe-Esaù) con la promessa di Dio. Il problema che Paolo sta discutendo non è come Dio si usi di popoli (o anche individui) nel dispiegamento del suo piano, ma: quali individui, e su che base, fanno parte del popolo del patto (cioè il problema posto in v. 6b)? Questo “appartenere al popolo di Dio” è ciò che lega i patriarchi ai problemi attuali di Paolo. Come Dio forma questo popolo? L’analogia che poi verrà ulteriormente sviluppata consiste nel fatto che come un tempo Dio scelse uno e rigettò l’altro per formare il suo popolo, così, ora sceglie uno e rigetta l’altro per formare l’Israele spirituale. Il tutto, secondo elezione nel suo proponimento, con l’unico criterio della chiamata. Di qui la differenza che Paolo pone: uno non è scelto, poiché appartiene ad un popolo (o alla chiesa), ma è poiché è scelto, che appartiene ad un popolo (o alla chiesa).
Ma tornando al v. 13: che vuol dire che ha amato l’uno e odiato l’altro? È più facile definire innanzitutto l’amore, poiché la citazione di Malachia spiega quanto detto prima. Amore è elezione, scelta, ed infatti i termini si sovrappongono spesso anche nelle traduzioni. Odio è più difficile da definire perché non se ne è parlato in precedenza, quindi l’unico modo per farlo è sulla base della sua opposizione ad amore: mancanza di elezione, rigetto. Amore e odio non sono sentimenti che Dio percepisce, sono azioni che compie (come è normale che sia una volta rimosso un platonismo annacquato). Osserviamo un grande paradosso qui, che turba lo stesso Paolo al v. 14 e poi dal v. 19: Dio ama il mondo, ma allo stesso tempo trattiene il suo amore, che è azione elettiva, lontano da alcuni.
« Ultima modifica: 25.03.2016 alle ore 06:16:49 by Amenachos » Loggato
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #206 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:55:57 »

A questo punto, Paolo si ferma un attimo con la sua argomentazione. L’ha sparata grossa, grossissima, e sa bene che è cosa naturale che sorgano delle obiezioni, anche molto forti. Siamo uomini, sentire queste cose ci dilania, non hanno senso! Non è giusto! È esclusiva iniziativa di Dio la scelta e il rigetto dell’individuo: non c’è ragione esterna al libero arbitrio divino. Quindi, nei vv. 14-23, bisogna rispondere alle possibili obiezioni. Per fare ciò, Paolo adotta lo stile della diàtriba (botta e risposta), già usato anche in precedenza, mentre rinchiudeva tutto il mondo sotto il peccato tra Rom. 2:1 e 3:8. Saranno state obiezioni che aveva già sentito. Come detto, è la risposta naturale che l’uomo ha nel sentirsi ripetere così insistentemente la totale sovranità di Dio nella salvezza: se Dio decide a prescindere da tutto, dall’esistenza stessa dell’individuo, chi scegliere e chi rigettare, come può essere giusto (v. 14)? E come può rimproverare qualcuno, visto che è il suo volere quello che conta (v. 19)? Alla prima domanda, Paolo risponde a partire dalla Scrittura (vv. 15-18), alla seconda domanda con una serie di domande retoriche (vv. 20-23). Sono risposte che a chi ha posto simili domande non dovrebbero suonare troppo soddisfacenti. Al posto di lenire le precedenti affermazioni, che so, magari mostrando che Dio sceglie in risposta ad una nostra scelta o altro, Paolo le riafferma in maniera ancora più sferzante. Dio non solo ha misericordia verso chi vuole cosa che ha già detto per Isacco e Giacobbe, ma addirittura indurisce chi vuole (v. 18). È una agire che è diretto ad uno scopo ben preciso (vv. 22-23), ma che non può essere qualificato, è l’agire del Creatore verso le creature (vv. 20-21). L’argomentazione di Paolo è sferzante e ha turbato molti: Dodd, per esempio, dice che nell’argomentazione paolina, questo è un passo falso; O’Neill dice che l’insegnamento è immorale; Origene, Diodoro, Teodoro di Mopsuestia, Crisostomo, Pelagio e anche Erasmo in un primo momento ritennero che queste parole non potevano essere di Paolo. Queste critiche si basano su un falso assunto: la giustificazione da parte di Paolo delle vie di Dio deve a tutti i costi incontrare le nostre presupposizioni e i nostri standard logici. Ma l’approccio di Paolo è diverso: la sua teodicea ha successo se riesce a giustificare l’agire di Dio secondo gli standard posti non dalla logica, ma dalla Scrittura (vv. 15-18), e secondo il carattere di Dio in quanto Creatore (vv. 20-23). Dio è, fondamentalmente, giudicato secondo lo standard di Dio. Secondo questo metro di giudizio, Paolo può dire che Dio è giusto. Paolo non offre una soluzione logica alla realtà biforme: Dio, nella sua sovranità, elegge gli esseri umani – Gli esseri umani, secondo la scelta responsabile della loro volontà, devono credere per essere salvati. In ciò non può essere criticato, perché raggiunge lo stesso il suo obiettivo: dimostra che Dio è giusto a prescindere dalla soluzione a questo enigma. E in ogni caso, non pare che la tensione sia comprensibile finché siamo sotto questo cielo.
 
Ma, come per le sezioni precedenti, passiamo all’analisi del testo più nel dettaglio.
 
Al v. 14 inizia la diatriba, con la prima possibile accusa. Dio è allora ingiusto se agisce così? No, assolutamente! Ma non gli basta negare, spiega anche il perché. Come al solito usa la Scrittura per mostrare che il caso di Giacobbe ed Esaù non è isolato, ma riflette la natura di Dio. Come già fatto, cita passi in cui è Dio stesso a parlare. La prima citazione è da Es. 33:19b. Nelle parole di Dio a Mosé c’è una delle caratteristiche principi di Dio: egli concede la grazia a chi vuole. È assolutamente padrone del libero arbitrio. Ed è proprio secondo questo standard, cioè chi è Dio, come egli si dichiara e si rivela, che Paolo può dire: no, Dio non è ingiusto, perché agisce secondo la rivelazione che dà di sé. Al v. 16 Paolo dà la spiegazione della citazione: non dipende da chi vuole, né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia. È una sorta di massima, infatti usa il presente. Anche qua, il contesto è sempre salvifico, perché tutta questa pappardella serve a plasmare il principio che egli applica per spiegare la salvezza di Giudei e Gentili nei suoi giorni (cfr. 9:3, 6a, 22-23, 24). Anche qua però si va oltre la positività dell’affermazione del verso precedente – cioè Dio che fa misericordia. Ora c’è anche l’aspetto negativo: non dipende da ciò che uno vuole, desidera, è pronto a fare, né da come uno corra nell’esecuzione del desiderio e volontà. Fondamentalmente, Paolo qui va a minare ogni base umana: l’agire di Dio non dipende da nulla che l’uomo può fare o provare, nemmeno se vuole. Intacca la volontà stessa dell’uomo.
I vv. 17-18 formano un parallelo con vv. 15-16: citazione, spiegazione. Ma questa volta sviluppano l’elemento negativo inizialmente espresso nel rigetto di Esaù. Anche il v. 17, come il v. 15 è una risposta alla domanda sull’ingiustizia di Dio. La citazione è nuovamente dallo stesso libro, Es. 9:16. La cosa interessante è che Paolo usa “exègheira” (“ti ho scuscitato”), terminologia che differisce sia dalla LXX, sia dal TM (si avvicina più a questo). Con tale modifica evidenzia in maniera ancora più forte l’iniziativa di Dio. Molto importante è il fine: dimostrazione della potenza di Dio e proclamazione del suo nome su tutta la terra. Paolo rende chiaro che le azioni “negative” (prendendo il punto di vista dell’obiettore) di Dio, hanno uno scopo buono. Ed è lo scopo più grande immaginabile. In Gios. 2:10 vediamo che questo scopo si adempie. Allo stesso modo, l’implicazione e l’utilità dell’esempio all’interno dell’argomentazione sono che l’indurimento di parte di Israele (cfr. 11:5-7, 25) ha come scopo la proclamazione della potenza di Dio e del suo nome tra i Gentili, finché il numero sia completato. L’indurimento del Faraone, di cui si dice al v.18 è ciò che ha permesso alla potenza di Dio di manifestarsi. Pertanto Dio indurisce chi vuole. Sappiamo dalla narrazione di Esodo che il Faraone indurisce il cuore (7:13) in adempimento al fatto che Dio aveva detto che glielo avrebbe indurito (4:14). Il v. 18 riassume tutto quanto detto ai vv.15-17: per quanto riguarda Mosé, misericordia, per quanto riguarda il Faraone, indurimento.
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #207 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:57:04 »

Linguisticamente, il v. 18 è strettamente legato ai vv. 22-23, il che ci aiuta comprendere, che siamo sempre nell’ambito della salvezza e non dei processi storici, inutili ai fini dell’argomentazione che Paolo ha impostato nell’introduzione. In quei versi si parla di “vasi di misericordia preparati per la gloria” e di “vasi d’ira preparati per la distruzione”. La misericordia di Dio porta alla gloria, l’indurimento alla distruzione. L’indurimento è legato, nella Scrittura, alla condizione spirituale di perdizione, poiché non si adempie all’obbedienza. L’indurimento ricorre più in là nel discorso, in Rom. 11:7, 25 ed esclude da salvezza. L’indurimento che Dio compie, porta l’individuo ad essere insensibile alla sua parola e quindi alla perdizione. Il criterio con cui indurisce, è lo stesso con che usa per fare misericordia, che abbiamo già visto. Dio decide, sulla base della sua sovrana volontà, a chi concedere una misericordia che porti infine alla gloria, e a chi dare indurimento che porti a dannazione. Simili affermazioni sono la parte più tosta, probabilmente. E infatti Paolo sa bene, probabilmente, per esperienza, quale sarà il tipo di reazione. Essa verrà per l’appunto indirizzata nei versi successivi. Alcune precisazioni vanno fatte. L’indurimento a dannazione che Dio compie secondo il suo sovrano volere è nei confronti di persone che sono già per natura in uno stato di condanna e di aperta ribellione nei confronti di un Dio giusto: mantiene le persone nello stato di peccato in cui già si trovano. Ciò non vuol dire che l’indurimento si basi su diversi gradi di peccaminosità. Esso dipende da come Dio vuole. La tensione esiste anche qui: Dio indurisce chi sceglie di indurire; gli uomini, a motivo del peccato, sono responsabili della loro condanna definitiva. Il conferimento di misericordia e l’indurimento non sono atti equivalenti: da un lato, la misericordia è offerta a chi non la merita; dall’altro lato, l’indurimento è per chi è già in uno stato di condanna.
Nei vv. 19-23 la diatriba diventa ancora più sferzante nello stile. Le risposte di Paolo sono taglienti, a dimostrazione che l’interlocutore fittizio è un vero e proprio opponente. Le domande retoriche incalzano.
L’obiezione è ovvia: se è Dio che indurisce secondo il suo volere, allora come può anche permettersi di rimproverare? Nessuno può resistere alla sua volontà, non è umanamente possibile. Se è Dio ha indurire, allora crolla il concetto della giustizia di Dio nel giudizio. Se una persona è responsabile, ha senso che sia giudicata, ma se è Dio ad indurire, come può l’uomo essere responsabile? La cosa interessante è che Paolo non spiega queste cose: non menziona opere o fede come base dell’indurimento, è esplicito, soprattutto in vv.22-23, nell’attribuire il tutto al campo della salvezza e non a processi storici, non dà nessuna spiegazione logica di questa tensione. E neppure nega la responsabilità umana, che è anzi più in là menzionata per quanto riguarda Israele in 9:30-10:21. Non è sua preoccupazione riconciliare il tutto. Anzi, risponde in maniera ancora più incisiva.
Uomo, tu, proprio tu che sei polvere, osi replicare in tal modo? Ricorda che sei argilla, un vaso e nulla di più. Hai la stessa autorità che avrebbe un vaso di rivolgersi così al vasaio. È bene porsi domande, è spontaneo. Ci devono essere domande. Una simile argomentazione non può lasciarci senza domande, né può lasciarci emotivamente indifferenti! Ma bada alle intenzioni con cui poni le domande: vuoi trovare ingiustizia in Dio? Pensi che sbagli nel rimproverare se è lui che indurisce? Sei polvere. Non è umanamente categorizzabile questa verità. Il vasaio può fare uso dell’argilla come vuole. È un creatore che plasma secondo i propri desideri. Da qui la metafora si sposta sul piano umano. Il v. 22 presenta una protasi senza apodosi, che deve essere implicata dal lettore. Qual è la tua obiezione, se siamo di fronte al caso in cui Dio ha tollerato con grande pazienza dei vasi d’ira preparati a distruzione, quando capisci che il suo proposito nel fare ciò è stato dimostrare la sua ira, rendere conosciuta la sua potenza, e, soprattutto, fare conoscere le ricchezze della sua gloria ai vasi di misericordia, preparati fin dalla fondazione del mondo per la gloria?
Paolo ripete quando già detto al Faraone: Dio agisce con i vasi d’ira, coloro che sono induriti, per dispiegare la propria gloria e potenza e far conoscere il proprio nome. La pazienza di Dio non è tale solo perché possa a suo tempo mostrare l’ira contro i vasi preparati per la distruzione, ma anche perché possa mostrare le ricchezze della gloria. È interessante osservare come l’indurimento e la preparazione di vasi di ira risulti nella manifestazione ulteriore di misericordia e ricchezza per i vasi di misericordia. Vasi che, come diceva Romani 8, sono preparati prima della fondazione del mondo.
 
In questo excursus dei vv. 14-23 Paolo ci dà indicazioni preziose. Di fronte all’obiettore, non cede di un passo, anzi incalza e rafforza l’insegnamento dato in risposta alla domanda su chi entra a fare parte del popolo di Dio e secondo quali criteri.
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #208 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 05:58:11 »

Il v. 24 riprende il tema di vv. 6-13: è la chiamata di Dio l’unico criterio. E torna anche il lessico famigliare di quella sezione: “figli di Dio” (v. 26); “seme” (v. 29); “chiamata” (vv. 24, 26). Questa volta non usa più i patriarchi per il proprio insegnamento, ma le parole dei profeti. C’è un procedere, nelle citazioni, secondo il canone: prima i patriarchi (vv. 7-13), poi Esodo (vv. 14-18), poi i profeti (vv. 21, 24-29). A questo punto non commenta più le citazioni come prima, le spara una dopo l’altra a confermare quanto già detto. I vv. 24-29 vanno oltre vv. 6-13 in quanto adesso includono anche gli individui provenienti dai Gentili. La conclusione è radicale e spezza l’orgoglio giudaico: non è per discendenza, secondo la carne, che sia la garanzia dell’inclusione nel popolo di Dio. Ma è per l’elezione sovrana e la chiamata. La parola di Dio non è caduta, perché alcuni individui di Israele e altri tra i Gentili entrano a fare parte del popolo di Dio in accordo all’agire sovrano presentato dalla Scrittura stessa e in adempimento alle profezie espresse.
 
I chiamati del v. 24 sono quei vasi di misericordia cui è riservata la gloria. La relazion tra v. 23 e v. 24 richiama quella che avevamo visto in Romani 8 per predestinazione e chiamata. Ma qui interessa lo scopo: è sia per Gentili, sia per Giudei. Le citazioni veterotestamentarie addotte a prova, sono a mo’ di chiasmo:
 
A. Dio chiama i Giudei (v. 24)
B. Dio chiama i Gentili (v. 25)
B’. Conferma nell’AT della chiamata ai Gentili (vv.25-26)
A’. Conferma nell’AT della chiamata ai Giudei (vv.27-29)
 
È Osea che supporta la chiamata dei Gentili. Paolo cita liberamente da Os. 2:23 al v. 25, e letteralmente Os. 1:10a secondo LXX in v. 26. Inverte l’ordine dei versi, cambia quello delle proposizioni di Os. 2:23 e usa parole differenti rispetto a LXX e TM.
Una grande differenza è che Paolo per Os. 2:23 usa il verbo “chiamare” al posto di “dire” presente sia in TM, sia in LXX. Lo fa perché vuole dire qualcosa di preciso. Inoltre inverte anche l’ordine delle proposizioni rispetto al testo del profeta, facendo sì che questo verbo sia in prima posizione. E lo stesso verbo torna alla fine della seconda citazione di Os. 1:10, a formare una struttura ad anello. Tutto ciò per far capire dove sta il punto chiave di tutto. La “chiamata”. È anche particolare che Paolo usa un testo riferito alle tribù del Nord e lo applica ai Gentili: l’Israele rinnovato, il residuo oggetto della misericordia di Dio, è la Chiesa, di cui fanno parte anche i Gentili. Allo stesso modo, è in una terra desolata, che i Gentili ricevono la chiamata di Dio.
È una citazione di Is. 10:22-23 che invece viene applicata a Israele nei vv. 27-28. Il testo, con qualche eccezione, è quello della LXX. Il soggetto del verbo nella prima proposizione (in LXX e in MT) è “il popolo di Israele”, mentre in Paolo è “il numero dei figli di Israele”, che è la stessa espressione che troviamo nella citazione di Os. 1:10 appena fatta. Ciò giustifica la giustapposizione dei due testi. Al v. 28 Paolo omette molto del testo della LXX. Il proposito delle citazioni da Isaia è dimostrare che Dio chiama vasi di misericordia anche da Israele, andando così a chiudere il cerchio nel punto in cui tutta la discussione è iniziata. L’AT mostra che Dio sceglie solo alcuni, il rimanente, affinché siano l’Israele spirituale del v. 6. Nei profeti, il discorso sul residuo ha sempre, accanto ad un messaggio di speranza, anche l’aspetto del giudizio. Non tutti gli individui facenti parte del popolo di Israele saranno salvati..non tutto Israele è in realtà Israele.
L’ultima citazione è ancora un messaggio di speranza: un seme è lasciato. Nonostante tutta la ribellione, non avverrà come per Sodoma e Gomorra. Tale speranza apre la via al discorso che culminerà al cap. 11.
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Re: Dio ama il peccatore?
« Rispondi #209 Data del Post: 25.03.2016 alle ore 09:13:57 »

Vlady, hai scritto tantissima roba. Hai messo troppa carne sul fuoco per quel che permetta di analizzare un forum in modo aperto.
 
Ci tengo però a sottolineare una cosa di quelle che hai detto e diretto a me. Sia chiaro che a me dispiace che tu non abbia capito il mio intento e ti senta attaccato. Anzi devo dire che questa cosa non solo mi ha recato dispiacere, ma mi disturba proprio.
Io non ti ho "obiettato" su cose che tu non stavi disquisendo. Almeno non è così che la penso io. E siccome lo hai scritto pubblicamente ti rispondo pubblicamente. Sono 2 le cose che non hai percepito bene dei miei interventi, e voglio dare la colpa allo scritto con cui comunichiamo, perchè ti conosco di persona e non voglio credere diversamente.
 
1) Io ti ho obiettato su punti che tu non hai toccato esplicitamente ma che davi per scontati e che invece a mio modesto parere sono "il punto di partenza" da analizzare PRIMA di fare certe discussioni.
Se tu parli di torta di mele e discuti sul profumo e sul colore, per me è normalissimo, nel fare il confronto con la mia, chiederti: che mele hai usato? Quali altri ingredienti? Come li hai mischiati? E quanto l'hai cotta? Come? in quale forno?
Ritengo banale e superficiale stare a discutere solo sui risultati di un procedimento, senza andare in profondità per capire COME si è arrivati a certe conclusioni.
Quindi perdonami, ma il mio BATTERE IL CHIODO su come analizzi la scrittura e trai le tue conclusioni è secondo il mio modo di vedere NECESSARIO. E questo è il mio punto di vista, e come tale vorrei fosse rispettato come tale e non venga inteso come accuse o fastidi o altro genere di interpretazione. Si tratta di approfondimenti che secondo me sono utili per capirsi, conoscersi e arrivare a punti comuni per prosegure.
 
2) Questo punto, che metto come secondo ma non è meno importante è l'esperienza che ho sul forum. Io so benissimo perché è successo spesso, che all'affermazione X di chiunque, che non è chiara o che ha il sapore dubbio... c'è sempre l'utente meno preparato di turno che interviene quotando e affermando cose che tu o io non intendevamo. Quindi anche qui... tu hai scritto che io non ti ho ascoltato e non conosco la tua convinzione quindi desidereresti essere ascoltato e non "pregiudicato". Ma anche qui, per l'ennesima volta, sottovaluti i miei interventi. Non è che io ti abbia incasellato in questa o quella "dottrina". Sei stato tu a scrivere "io la penso così". La mia non è una deduzione, ma una constatazione. Quindi avendo letto come la pensi e avendo io STUDIATO molto di come la pensi (ti ricordo  che all'università l'insegnante di Teologia è un riformato e che quindi la pensa come te), mi sono permesso di cercare di "avvicinare" il mio pensiero al tuo, facendo leva sui metodi e sulle perplessità che anche io HO a riguardo. Visto che io ho opinioni diverse...
Tutto qui. Niente di personale. Spero quindi che tu capisca che non ho niente di personale, magari ho dei modi diversi dai tuoi, ma sentirmi dire che ti ribatto su cose di cui non parli o non obietti, mi infastidisce. Perché per me quello è APPROFONDIRE i metodi che ti portano a certe conclusioni. Se io arrivo ad altre, il motivo lo voglio trovare nei metodi NON certo nei sentimenti o altre cose.
 
Adesso mi leggo i tuoi papiri e mi segno cosa ritengo più utile da ragionare insieme.
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