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   SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSATE ?
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   Autore  Topic: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSATE ?  (letto 17342 volte)
salvo
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #30 Data del Post: 23.12.2013 alle ore 09:34:53 »

In tutto questo rimane sempre l'alone in cui si nasconde o si defila il comportamento dell'uomo che è adultero.
Si parla sempre del marito che può o non può mandare via la moglie e solo di quello, facendo ancora oggi il gioco che fecero quelli che trovarono l'adultera in flagranza di reato.
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #31 Data del Post: 23.12.2013 alle ore 15:12:44 »


on 23.12.2013 alle ore 09:34:53, salvo wrote:
In tutto questo rimane sempre l'alone in cui si nasconde o si defila il comportamento dell'uomo che è adultero.
Si parla sempre del marito che può o non può mandare via la moglie e solo di quello, facendo ancora oggi il gioco che fecero quelli che trovarono l'adultera in flagranza di reato.

 
Domenico ha detto che tutto quello che viene detto dell'uomo vale anche per la donna... quindi il caso contrario.
 

Quote:
Prendendo in esame le parole di Gesù: "eccetto in caso di fornicazione".  
 
Significa che con l'avvenuta fornicazione del coniuge, si ha il diritto a risposarsi?  
 
L'altro coniuge, quello che ha commesso adulterio, non potrà mai più risposarsi?  
 
N.B.: A me interessa invece il caso in cui nessuno dei due coniugi conosceva Gesù e le sue regole per una buona condotta nel matrimonio

 
Grazie Domenico per l'esaurienti spiegazioni
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Così dice il SIGNORE:
«Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa;voi troverete riposo alle anime vostre! GEREMIA 6:16
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #32 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:04:05 »

...Perché allora Mosè ha ordinato di darle un atto di divorzio e mandarla via?
 
Lasciando da parte «l’ordine di Mosè», secondo i Farisei e il «permesso», secondo Gesù, quello che più ha valore è la risposta che venne data a quella seconda domanda. Siccome i Farisei si erano appellati alla parola di Mosè, e loro non erano stati presenti ai tempi in cui venne sancito quell’ordine, la cosa più logica sarebbe stata che Cristo avesse fatto riferimento alle persone di quell'epoca. Egli, invece, disse categoricamente: Per la durezza dei vostri cuori. In questi termini la risposta di Gesù, non parla solamente dei «cuori duri» delle persone ai tempi di Mosè, ma include anche loro, perché in effetti, tra gli uni e gli altri, non c’era nessuna sostanziale differenza. Dopo di ciò, Gesù, affermò:  
 
Or io vi dico che chiunque manda via la la propria moglie, eccetto che in caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chi sposa colei che è stata mandata via, commette adulterio.
 
Le parole di questo testo sono state e sono discussi con vivacità, per il netto dissenso che esiste in campo interpretativo, soprattutto per ciò che riguarda la validità del secondo matrimonio del coniuge rimasto danneggiato dall’infedeltà dell’altro. Coloro che rifiutano di accettare la validità di un secondo matrimonio, sostengono che gli incisi di Matteo 19:9 e 5:32 per ciò che riguarda la frase eccetto che in caso di fornicazione siano da considerare aggiunte redazionali posteriori e che Matteo non riporta le esatte parole che Gesù disse in quella circostanza.
 
La prova ne è data dal fatto che né Marco 10:11, né Luca 16:18, – che poi sono testi paralleli a quelli di Matteo –, hanno la suesposta frase, per non parlare di Paolo, secondo 1 Corinzi 7 che ignora totalmente le parole di Matteo. Pertanto si conclude che, le vere parole che Gesù pronunziò a questo riguardo non siano quelle riportate da Matteo, ma quelle di Marco e di Luca. Dall’altra parte, cioè chi accetta le parole di Matteo 19:9 come forma originale, sostiene che questo testo è una prova scritturale convincente, della validità di un secondo matrimonio per il coniuge rimasto fedele, anche se è vero che si tratta di un testo unico in tutto il NT, senza del quale sarebbe impossibile provare la validità di un secondo matrimonio, quantunque l’altro testo, cioè 5:32, lo presupponga.
 
In conclusione, accettando come originale il testo di Matteo 19:9, stà di fatto che il peccato di adulterio lo commette chi manda via la propria moglie per qualsiasi ragione e ne sposa un’altra.
 
Questo soprattutto perché il primo matrimonio non essendo stato disciolto col ripudio, Dio lo considera valido a tutti gli effetti, anche se un tribunale terreno ne ha sentenziato la sua nullità. Ma per la moglie mandata via dal marito ]i]in caso di fornicazione[/i], che sarebbe l’unica eccezione valida e legittima, il secondo matrimonio del coniuge fedele, a rigore, non può essere considerato peccato di adulterio, senza che la stessa eccezione perda la sua efficacia e si riduce ad una semplice espressione verbale. La stessa cosa dicasi per la moglie che è stata ripudiata ingiustamente se si risposa.
 
3) LE PAROLE DI GESÙ – I TESTI DI MARCO E DI LUCA
 
E i Farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «È lecito al marito ripudiare la moglie?».  
Egli, rispondendo, disse loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?». Essi dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di divorzio e di ripudiare la moglie».  
E Gesù, rispondendo, disse loro: «Fu a causa della durezza del vostro cuore che egli scrisse questa disposizione; ma al principio della creazione, Dio li fece maschio e femmina.
Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie; e i due diverranno una stessa carne; così non sono più due, ma una sola carne.  
L’uomo, dunque non separi ciò che Dio ha unito!». E in casa i suoi discepoli lo interrogarono di nuovo su quest'argomento. Allora egli disse loro: «Chiunque manda via la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei.  
Similmente, se la moglie lascia il proprio marito e ne sposa un altro, commette adulterio»
(Marco 10:2-12).
Chiunque manda via la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio (Luca 16:18).
 
Nonostante che il testo di Marco 10:2-12, sia parallelo a quello di Matteo 19:2-9, appaiano chiare alcune discrepanze che avrebbero dato adito a diverse discussioni; per chiarirle, occorre esaminare il testo e cercare di capirlo nel miglior modo.
 
Secondo Matteo 19:3, i Farisei si accostarono a Gesù per tentarlo, mentre per Marco 10:2 per metterlo alla prova. Anche se la prima ha il senso di farlo cadere nel trabocchetto e la seconda per vedere se Egli conoscesse veramente il problema, sostanzialmente contengono la stessa verità: ci fanno vedere l’insincerità di questi uomini, per il semplice fatto che non vanno da Gesù con l’intento di imparare, ma senza dubbio per criticarlo e pronti ad accusarlo, sulla base della risposta che darà alla loro domanda. Secondo Marco: È lecito al marito ripudiare la moglie, mentre secondo Matteo si vuole sapere se il ripudio è ammesso per qualsiasi motivo.
 
Anche se Marco omette per qualsiasi motivo, (interpretazione sostenuta esplicitamente dalla scuola di Hillel), è chiaro però che la domanda viene posta in base al testo di Deuteronomio 24:1-4. Sostanzialmente, sia la prima che la seconda forma, presentano lo stesso problema; si scorge subito qual è l’intento degli interroganti: vogliono condurre Gesù sul terreno della polemica, per sapere a chi delle due scuole rabbiniche, che si contendevano la giustezza dell’interpretazione di Deuteronomio 24:1-4, Shammai da una parte e Hillel d’altra, Gesù darebbe ragione.
 
A differenza di Matteo che mette in bocca a Gesù una domanda: non avete voi letto che chi li creò da principio, li creò maschio e femmina? Marco, invece, precisa che la domanda consisteva nel chiedere agli interroganti, che cosa vi hanno comandato Mosè. È chiaro che questa domanda-risposta, secondo Marco, si inquadrerà nel contesto della richiesta dei Farisei. Non si deve fare gran fatica per scorgere nelle parole del Maestro, un esplicito riferimento a Deuteronomio. 24:1-4, sul quale era imperniata tutta la discussione riguardante, il problema del ripudio, dato che, di fatto, è il testo su cui si sviluppava l’interpretazione dei rabbini, intepretazione che peraltro non era unanime.  
 
La cosa che maggiormente dà all’occhio, è però costituita dal fatto che, mentre Matteo afferma che i Farisei chiesero: perché allora Mosè ha ordinato]/i]; Marco, invece, precisa che Gesù nel rispondere, disse, [i]Mosè vi ha permesso[.i]. Secondo Matteo, Gesù, afferma che Mosè vi [i]ha permesso, mentre per Marco si tratta di una prescrizione. Ovviamente, questa diversità di affermazioni, ha fatto sviluppare una certa tensione tra gli interpreti, portandoli insistentemente a chiedere chi dei due riferisce le vere parole di Gesù, dato che la discrepanza tra i due evangelisti è troppo marcata, da portare addirittura qualcuno a parlare in termini di contraddittorietà tra i due passi. Crediamo che si possa accettare la soluzione che offre John Murray.  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #33 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:05:35 »

«(1) È certamente possibile che la parola «comandare» nella domanda di Gesù in Marco 10:3 non sia stata intesa come riferimento semplicemente a Deuteronomio 24:1-4. Con la domanda, «Mosè che vi ha egli comandato?» Egli può aver avuto in mente tutto l’insieme della rivelazione mosaica e può aver alluso a Genesi 2:24 come a Deuteronomio 24:1-4. Una tale interpretazione non indicherebbe che Mosè comandasse agli Israeliti di mandar via le loro mogli in determinati casi. La domanda potrebbe essere considerata equivalente a questa: «Quali furono le prescrizioni di Mosè in questa materia?»
 
(2) Anche se si concede che l’allusione nella domanda di Gesù in Marco 10:3 e a Deuteronomio 24:1-4 non ne consegue che Gesù interpreti la prescrizione del Deuteronomio nel senso che comandi agli uomini di ripudiare le mogli. La domanda, «Mosè che vi ha egli comandato?», può semplicemente significare, «quale fu la legislazione mosaica su questo punto?» E non sarebbe legittimo dedurre che ciò implichi che Deuteronomio 24:1 comandi agli uomini di mandar via le loro mogli nel caso di quella determinata «cosa brutta». Né ciò implica che Mosè abbia autorizzato o sancito il divorzio. Lo stesso è vero per quanto riguarda le parole «quel precetto» in Marco 10:5. Antecedente a quest'espressione vi è la dichiarazione dei Farisei: «Mosè permise di scrivere un atto di divorzio e di mandarla via». Bisogna notare che Gesù non dice niente per contraddire alla risposta dei Farisei. Anzi Egli con la sua risposta conferma la loro dichiarazione. In ogni caso, sarebbe veder troppo nell’uso della parola «precetto» se si intendesse nel senso che «Mosè non semplicemente permise di scrivere l’atto di divorzio e di mandarla via; egli anche vi comandò di scrivere lo scioglimento del matrimonio e di mandarla via». È ragionevole dunque supporre che Gesù abbia usato la parola «precetto» per indicare semplicemente il carattere legislativo di Deuteronomio 24:1-4 senza per niente implicare che il divorzio stesso fosse obbligatorio.
 
(3) Dobbiamo tener presente che vi erano certe positive esigenze nella prescrizione mosaica di Deuteronomio 24:1-4. Sebbene essa non comportasse che il divorzio fosse obbligatorio, comportava certamente che se c’era uno scioglimento del matrimonio, alcune regole dovevano essere osservate. Questa considerazione ci potrebbe fornire la causa del perché Gesù si riferisce alla prescrizione del Deuteronomio al versetto 5 in termini di precetto e nel versetto 3, con ogni probabilità, in margini di comando. Si tratta nel suo insieme di una ben precisa prescrizione, anche se non dovrebbe ogni singolo elemento o condizione menzionata essere considerata come un'ordinanza. Può essere che sia impossibile mettere insieme tutti i dettagli delle due narrazioni secondo un ordine cronologico. È possibile che non abbiamo informazioni sufficienti con cui ricostruire l’intero episodio. Però dovrebbe notarsi che non vi è contraddizione fra i due passi di Matteo 19:7,8 e Marco 10:3,5. L'ultimo passo quindi non rende affatto legittimo l’allontanarsi dall’interpretazione di Deuteronomio 24:1-4 data prima o di modificare il valore della conferma data a questa spiegazione da Matteo 19:7,8» [J. Murray, Il divorzio, pp. 50-52].
 
L’omissione della frase eccetto che in caso di fornicazione dai testi di Marco 10:11 e Luca 16:18 rispetto a quella di Matteo 19:9, è senza dubbio lo scoglio più colossale da superare in questo difficile problema che l’omissione pone sull’interpretazione dell’intera questione. Non è invece un serio problema la «novità» esclusiva di Marco riguardante l’iniziativa della moglie di lasciare il proprio marito, particolare che ricorda il diritto Greco-Romano e che una simile prassi era in netto contrasto con le usanze degli ebrei ai tempi di Gesù. Per quanto riguarda poi il testo di Luca, che non solo omette la frase eccetto che in caso di fornicazione, ma addirittura ignora tutta la discussione che Gesù ebbe con i Farisei, limitandosi a riportare le sole parole riguardanti il ripudio e il peccato di adulterio che si commette in caso di un secondo matrimonio, non favorisce certamente la soluzione del difficile problema sull’interpretazione della parola di Gesù.  
 
In considerazione del fatto che nei due testi di Marco 10:11 e Luca 16:18 viene ignorata «l’eccezione», eccetto che in caso di fornicazione, che in un certo qual senso prova la validità di un secondo matrimonio per il coniuge rimasto fedele. Tenuto conto di ciò, un esame particolare gioverà, per vedere come inquadrare tutta la problematica che i testi evangelici pongono sul tavolo degli interpreti, principalmente sull'esistenza di due lezioni autorevoli.
 
Questo naturalmente ci porta ad affrontare un problema di critica testuale, per sapere quale lezione preferire. Si è detto, da parte di alcuni studiosi che, la clausola contenuta in Matteo 19:9, sarebbe un’aggiunta editoriale fatta da Matteo stesso e che non sarebbe mai stata pronunciata da Gesù. Tuttavia si pensa che quest'aggiunta di Matteo sia perfettamente giustificabile perché lo scopo è di rendere più chiaro l’insegnamento del Signore. Se si accetta quest'ipotesi, si ha a che fare con un serio problema per ciò che riguarda l’attendibilità della parola scritta. In altri termini, non si può accettare per vero la parola di Marco e di Luca e rigettare nello stesso tempo quella di Matteo, o viceversa senza che il valore dell’ispirazione delle Scritture sia veramente minacciato. Per chi accetta la Scrittura nella sua interezza, non si possono fare delle cernite o selezioni e indicare quale deve essere accettata e quale respinta. Di conseguenza, ci deve essere un altro modo per affrontare il problema senza che la credibilità per tutta la Scrittura è messa in discussione.
 
Esiste una variante su Matteo 19:9 che, se adottata come testo genuino, eliminerebbe la discrepanza. Infatti, questa variante, invece di leggere: [mē epi “porneia ” kai gamēsē allēn, moichatai] = (se non per cagione di fornicazione e sposa un’altra, commette adulterio) ha [parectos logou “porneias”, poiei autēn moicheuthénai] = (tranne che per fornicazione le fa commettere adulterio). È chiaro che questa lezione elimini la discrepanza tra Matteo 19;9 e Marco 10:11 e Luca 16:18 per la semplice ragione che sarebbe eliminata ogni riferimento ad un secondo matrimonio e questo testo sarebbe identico, quanto al significato, a Matteo 5:32.  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #34 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:07:52 »

In tal caso i testi in Matteo affermerebbero semplicemente che vi è una sola eccezione alla regola che chiunque manda via sua moglie le fa commettere adulterio, cioè una precedente relazione extraconiugale da parte della sposa stessa. Non si direbbe però nulla circa un secondo matrimonio dell’uomo che ha ripudiato sua moglie per adulterio.
 
D’altra parte, i testi in Marco e Luca tratterebbero soltanto della questione del secondo matrimonio dell’uomo che ripudia sua moglie ed affermerebbero che chiunque manda via sua sposa, a causa d’adulterio o per qualsiasi ragione, e ne sposa un’altra, commette relazione extraconiugale. L’intero caso potrebbe essere così riassunto in poche parole: un uomo può mandar via sua moglie a causa d’adulterio e solo per questa ragione, però in nessun caso può mandar via sua sposa e sposarne un’altra.
 
Matteo si riferisce al primo caso due volte, Marco e Luca il secondo. Non rimane più alcuna discrepanza e così non è necessario alcun’altra armonizzazione. Quando però si chiede: quale delle due lezioni deve essere adottata come testo autentico? Appare evidente che il problema non è per niente semplice da risolvere.
 
Il fatto poi che a causare questa discrepanza sono i due manoscritti dell'IV secolo, il Codice Sinaitico e il Codice Vaticano, questo mette maggiormente in risalto la difficoltà del caso. Se poi si tengono presenti gli editori del testo Greco del Nuovo Testamento come Tischendorf, Westcott e Hort, Von Soden, Nestle e Souter che ha preferito la lezione [mē epi “porneia” kai gamēsē allēn, moichatai] (se non per cagione di fornicazione e sposa un’altra), anziché [parectos logou “porneias”, poiei autēn moicheuthénai] (tranne che per fornicazione le fa commettere adulterio), si può maggiormente valutare tutto il problema e nello stesso tempo chiedere perché gli editori in questione hanno fatto questa scelta e non si sono preoccupati che una simile lettura è in netto contrasto con i testi di Marco 10:11 e Luca 16:18.
 
Quello che dà maggiormente peso a questa loro scelta, è sicuramente il fatto che la lezione del Codice Sinaitico, pur essendo diversa da quella del codice Vaticano, è sicuramente la più difficile, siccome non si trova in nessun altro posto in tutto il Nuovo Testamento, e, stando ad una regola di critica testuale, va preferita come prova di autenticità, per questo deve essere considerata originale.
 
Dal momento che esiste questo contrasto tra Matteo, Marco e Luca, il problema non può essere risolto ragionevolmente, se si adottano le due lezioni, da poco menzionata, ci deve essere un altro modo per risolvere il problema che sa evitare il contrasto tra gli evangelisti e salvaguardare nello stesso tempo l’integrità del testo evangelico, così come c'è pervenuto. Quello che diciamo qui di seguito, rappresenta un tentativo per cercare di chiarire il contrasto (diciamo apparente nello stesso tempo cercare di capire il perché Matteo si esprime in una maniera e Marco e Luca in un’altra.
 
L’argomento del ripudio, è senza dubbio l’unico che i tre evangelisti trattano, sia per la domanda specifica che venne posta a Gesù dai Farisei e sia con riferimento a tutta la discussione interpretativa che si faceva dai rabbini su Deuteronomio 24:1-4 per stabilire in quale maniera doveva essere considerata e attuata quella norma. Dal momento che tra i rabbini non c’era unanimità d'interpretazione, si volle interpellare Gesù, (anche se fu ...per tentarlo... o ...per metterlo alla prova... ) perché qualcuno in definitiva lo riteneva ...un dottore venuto da Dio... (Giovanni 3:2), per sapere come risolverebbe quel problema e quale fosse stata la sua interpretazione. Indipendentemente dal fatto che Matteo dica:
 
È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? E Marco: È lecito al marito ripudiare la moglie?
Dal momento che Matteo e Marco nominano la «moglie», va da sé che i due termini di «uomo» e «marito», si riferiscono alla stessa persona: il primo per indicare il sesso maschile e il secondo per metterne in risalto la relazione che intercorreva tra l’uno e l’altra. Il fatto poi che Matteo specifichi: ...per qualsiasi motivo e Marco non fa nessun cenno di specificità, non vuol dire assolutamente che sol perché uno degli evangelisti omette la specificazione che l’altro non dica il vero nel riportarla.  
 
Se si accetta che ogni scrittore sacro ha scritto secondo l’ispirazione che ha ricevuto, non si deve concludere perché uno fornisce un particolare e l’altro l’omette, che uno dica il vero e l’altro no, o come si direbbe in termini di critica testuale, uno riporta le autentiche parole l’altro le ha modificate. È nell’insieme di quello che dicono gli scrittori sacri che possiamo avere il panorama completo della situazione e capire le verità che ci vogliono trasmettere.
 
Dal momento che sappiamo con estrema certezza che tra le scuole rabbiniche, e precisamente quella di Hillel, si sosteneva che una moglie si poteva ripudiare per qualsiasi ragione, per Matteo che scrisse il suo evangelo per gli ebrei, era necessario che riportasse questa specificità, non per dare l’impressione che fosse una sua invenzione, ma perché rispondeva all’attualità del momento e tutti potevano capirne il senso, per il semplice fatto che ne avevano sentito parlare tante volte dai loro dirigenti religiosi.
 
Mentre per Marco, che indirizzava il suo evangelo ad un ambiente pagano, ben diverso da quello ebraico, non era necessario riportare la specificità della domanda dei Farisei, non perché non era stata detta, ma perché presso i pagani non si facevano le discussioni che venivano fatte tra gli ebrei in materia di ripudio; eppure, sia Matteo che Marco trattano lo stesso problema.
 
Dal momento che Gesù non accetta che una moglie possa essere mandata via per qualsiasi ragione (dai testi in questione, cioè quello di Matteo, Marco e Luca non trapela la minima indicazione che Gesù diceva un secco no a quella domanda), non restava una diversa soluzione, se non quella di fare una chiara specificazione per tutta la questione, per giustificare il ripudio.
 
Se non avessimo la dichiarazione di Matteo che stabilisce in termini inequivocabili che una moglie si può mandar via solamente per motivo di fornicazione, non sapremmo mai quale posizione assunse Gesù in quel giorno quando gli venne posta la domanda dai Farisei. Lasciando da parte per un momento la seconda parte di Matteo19:9 che parla specificatamente del secondo matrimonio, notiamo che Matteo 5:32 è in perfetta armonia con 19:9. Tutti gli ebrei sapevano, che non era permesso di tollerare il peccato di adulterio, o infedeltà coniugale, dato che la legge di Mosè diceva chiaramente che quella trasgressione doveva essere punita con la morte.  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #35 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:09:10 »

Il ripudio di una moglie non avveniva sulla base d'infedeltà coniugale, ma per altri motivi. La scritta del ripudio che veniva consegnata nelle mani della moglie mandata via, attestava chiaramente che se quella donna voleva risposarsi, poteva farlo senza essere accusata di peccato di adulterio.
Se si dovesse rivolgere una domanda a Matteo e chiedergli perché nel suo evangelo parla del caso di adulterio o di fornicazione, egli risponderebbe:
 
«È il solo caso perché Gesù riconosce la validità del ripudio, (cosa che la legge di Mosè non prevedeva); tutte le altre idee di cui Mosè faceva concessione, non sono accettate da Gesù e come tali non vengono proclamate come leggi del Suo Regno».  
 
Pertanto, tenendo presente che Matteo ha davanti a sé la domanda dei Farisei che mira a sapere se una moglie poteva essere mandata via per qualsiasi ragione, la dichiarazione di Matteo per cagione di fornicazione, lungi dall’essere considerata un’aggiunta posteriore e non l’autentica parola di Gesù, non solo è la sola che stabilisca la vera motivazione per un legittimo ripudio, ma è anche l’unica, la più efficace per confutare l’intepretazione lassista della scuola di Hillel e nello stesso tempo dare coerenza a tutto quello che viene detto, soprattutto per la ferma posizione che Gesù prese in quella spinosa questione.
 
Per Marco, che non ha davanti a sé i vari motivi per mandar via una moglie, non c'è nessun bisogno di parlare di fornicazione; basta solamente affermare che un marito che manda via la sua sposa (si presuppone per vari motivi non giustificabili) e ne sposa un’altra, commette adulterio. Questo è sufficiente per comprendere che Marco sia in perfetto accordo con Matteo, per il fatto che né l’uno né l’altro approva la tolleranza che si accordava in materia di ripudio.
 
Pertanto, l’omissione di Marco, per quanto riguardi la dichiarazione di Matteo, non deve essere giudicata un elemento di contraddizione né credere che l’evangelista non riporti fedelmente le parole di Gesù. Se poi si accetta il fatto che i due evangelisti hanno messo l’enfasi sull’abrogazione della concessione mosaica di Deuteronomio 24:1-4, allora si può meglio valutare tutto il problema.  
 
Dato che Marco non tratta del problema dell’infedeltà coniugale, che dà legittimità al ripudio, parlare di un secondo matrimonio per il coniuge rimasto fedele è fuori posto a dir poco per non accusare d'incoerenza stilistica. Per Matteo, che affronta specificatamente il problema dell’infedeltà coniugale, non solo si imponeva dire chiaramente che una moglie si poteva mandar via solo per fornicazione e non per altri motivi, ma parlare di un secondo matrimonio per l’altro coniuge rimasto fedele, ciò era la logica conseguenza di un ripudio legittimo.
 
Quando il problema si inquadra in una giusta prospettiva e si valutano tutti gli elementi che affiorano dai testi evangelici, non si ha motivo di parlare di contrasto o di contraddittorietà sol perché uno scritto dice una cosa e l’altro l’omette. Accettando per scontato che la verità si può conosce unicamente dall’insieme dei testi, non solo si è portati ad accettare tutto quello che ci dice Matteo, Marco e Luca separatamente, ma anche i singoli elementi che rendono immancabilmente armoniosa la verità evangelica.    
 
L’INSEGNAMENTO DELL’APOSTOLO PAOLO
 
Dopo di avere esaminato l’insegnamento di Gesù, secondo quello che ci hanno tramandato Matteo, Marco e Luca, è utile esaminare quello di Paolo, per avere un quadro generale e completo sull’argomento del divorzio e un possibile secondo matrimonio, dato che sono loro due che ne parlano, soprattutto per sapere se l’insegnamento di Paolo è in armonia con quello di Gesù. Per fare ciò, dobbiamo considerare i due testi che Paolo ci ha lasciato, che sono: 1 Corinzi 7:10-15 e Romani 7:1-3.
 
1. 1 Corinzi 7:10-15
 
Quello che l’apostolo Paolo scrisse nel capitolo 7 della 1 Corinzi, è la risposta che egli diede ad una precisa domanda che gli venne rivolta per iscritto, dalla chiesa di Corinto, sul problema del matrimonio. Anche se non conosciamo il testo della domanda che la chiesa di Corinto fece all’apostolo Paolo, dalla risposta che Paolo diede, possiamo farci un’idea come consideravano il matrimonio, soprattutto sulla base della fede in Cristo, che Paolo aveva predicato e che loro avevano accettato. È bene ricordare che ai tempi dell’apostolo Paolo, c’era molta corruzione nella città di Corinto, per ciò che riguardava i rapporti sessuali e le varie unioni illeciti che venivano praticati a tutti i livelli. Gli aderenti alla nuova fede in Cristo, cui Paolo predicava ed insegnava, pensavano che in virtù della conversione a Gesù Cristo, il rapporto matrimoniale doveva essere rivisto per vedere come dovevano comportarsi, se continuare come prima o modificare il loro comportamento.  
Qui, ovviamente, bisogna tenere presente che ci troviamo davanti ad una coppia che aveva accettato la fede cristiana. Che il loro matrimonio è stato contratto prima della loro conversione, anche se non viene chiaramente specificato, lo lascia almeno presupporre.
 
Accettando per scontato che il matrimonio di questi credenti sia celebrato prima della loro conversione, essi credono che il rapporto sessuale non potrà continuare come prima; deve essere modificato e limitato. Paolo, non dovette fare tanta fatica per accorgersi che in mezzo alla fratellanza di Corinto, non c’era abbastanza chiarezza, soprattutto quando questi fratelli consideravano il rapporto coniugale, come un qualcosa di vergognoso e di peccaminoso. Questa loro posizione errata, derivava con ogni probabilità, da un eccesso di spiritualità, che non sapevano collegare la fede in Cristo con il rapporto coniugale, sotto il profilo di una vita pratica. L’apostolo, comprendendo questa loro convinzione errata, scrisse:
 
Il marito renda alla moglie il dovere coniugale, e ugualmente la sposa allo sposo. La moglie non ha potestà sul proprio corpo, ma il marito; nello stesso modo anche lo sposo non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie (v. 3,4).
 
Queste parole ci fanno facilmente vedere che, erano sorti dei seri problemi, per quanto riguardava il rapporto coniugale, tra marito e moglie, al punto da ignorarsi e rifiutarsi a vicenda. Il marito diceva alla moglie che sentiva un bisogno di avere un rapporto sessuale: “Non posso distrarmi dalla mia fede per accontentare un tuo desiderio carnale”. A sua volta, anche la moglie, ripeteva le stesse parole al marito.  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #36 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:10:26 »

Si capisce subito che una simile posizione, metteva in serio pericolo la stabilità del matrimonio. L’apostolo per far capire loro che questa convinzione era estremamente errata e dannosa nello stesso tempo, affermò: “Tu, marito, non sei padrone del tuo corpo, lo è tua moglie; tu, sposa, non hai il diritto su te stessa, lo ha tuo sposo”.
 
In pratica questo significa, che quando uno dei due coniugi sente il bisogno di avere un rapporto sessuale, l’altro o l’altra, non può rifiutarsi a questo legittimo desiderio, senza che l’unione matrimoniale sia snaturata nella sua essenza, perché quello che completa il matrimonio, è appunto il rapporto sessuale. Paolo chiama il rapporto sessuale tra marito e moglie, un “dovere coniugale”. Dato che questi credenti si rifiutavano a vicenda, per ciò che riguardava il rapporto sessuale, Paolo dovette precisare che nessuna forma di astinenza sessuale era permessa tra marito e moglie, se non si è di comune accordo. Le parole che si leggono:
 
Non privatevi l’uno dell’altro, se non di comune accordo per un tempo, per dedicarvi al digiuno e alla preghiera; per poi tornate a stare insieme, affinché Satana non vi tenti a causa della vostra mancanza di autocontrollo (v. 5),
 
hanno questo significato. Si capisce subito quanto sia rischioso privarsi del rapporto sessuale, quando uno dei due non lo sente; può facilmente essere tentato da Satana, a motivo della mancanza di autocontrollo. Per quanto riguardasse quelli che non sono sposati e le vedove, Paolo consiglia di rimanere com'è lui, sempreché ci sia l’autocontrollo, altrimenti, invece di “ardere”, si sposino (v.8,9).
 
IL PROBLEMA DELLA SEPARAZIONE
 
Marito e moglie credenti
 
Agli sposati invece ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separasse dal marito, e qualora si separasse, rimanga senza maritarsi, o si riconcili con lo sposo. E il marito non mandi via la moglie (v. 10,11).
 
Qui l’apostolo non specifica i motivi di quest'eventuale separazione. Il fatto che Paolo fa riferimento al comando del Signore e ad un netto rifiuto di un secondo matrimonio, si capisce subito che questa separazione, non è per motivo di “fornicazione”, (altrimenti una seconda unione non sarebbe negata (Matteo 19:9), ma per altri motivi, che Cristo non approvò, (Matteo 19:3). Questo testo Paolino stabilisce in maniera categorica che, due credenti, regolarmente uniti in matrimonio, si possono separare, quindi divorziare, anche se non c’è il peccato di “fornicazione”, ma non possono risposarsi. Dovranno rimanere per tutta la loro vita in quella condizione, a menoché non siano disposti alla riconciliazione (v. 11).
 
Marito e moglie, uno è credente e l’altro no
 
La scena cambia nei (vv. 12-15), per il fatto che uno dei due non è un credente. Paolo comincia col dire:
Ma agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha una moglie non credente, e questa acconsente di abitare con lui, non la mandi via (v. 12). 2941
 
Queste parole ci fanno vedere che il matrimonio sia stato celebrato prima che il marito diventasse un credente, cioè convertito, e non ad uno sponsalizio misto, come si potrebbe pensare. Per i cosiddetti matrimoni misti, Paolo stabilisce chiaramente che il credente si deve sposarsi nel Signore (v. 39) e non mettersi con gli infedeli (2 Corinzi 6:14). Quelli che non tengono presente questa norma cristiana, finiscono, non solo col sposarsi con altri di fede diversa, ma anche possono sviarsi dalla verità e incontrare diversi problemi nella loro vita.
 
Stabilito per certo che il fratello, di cui fa riferimento il v. 12, non era un credente prima del matrimonio, dopo la sua conversione, possono nascere dei problemi con la moglie che non si è convertita, a motivo della nuova fede che il marito ha abbracciato. In questo caso specifico, se la moglie, acconsente di restare insieme e continuare la vita matrimoniale, il marito credente non mandi via la sposa non credente. Lo stesso discorso viene fatto nel caso che è la moglie a convertirsi e il marito rimane inconvertito. Se questi acconsentisse di abitare con lei, e quindi continuare la vita matrimoniale, la moglie non si separi dal marito (v. 13). Per fugare ogni dubbio e incertezza che il rapporto sessuale non può contaminare la vita del credente, l’apostolo afferma:
 
Il marito non credente è santificato nella moglie, e la sposa non credente è santificata nello sposo, altrimenti i vostri figli sarebbero immondi; ora invece sono santi (v. 14).
 
I due vv. 13,14), stabiliscono chiaramente che la parte credente, sia il marito che la moglie, non possono prendere l’iniziativa della separazione, purché la parte non credente acconsente di stare insieme. Col v. 15, la scena cambia radicalmente, perché Paolo dice:
Se il non credente si separasse, si separi pure, in tal caso il fratello o la sorella non fosse più obbligata; ma Dio ci ha chiamato alla pace.
 
Dal momento che la parte non credente, non acconsente di stare insieme col credente, e decide di farla finita col matrimonio, cioè mette in atto la separazione, la parte credente non è più sotto l’obbligo (si intende del vincolo matrimoniale). Per questa particolare situazione, determinata a motivo della fede e non per il peccato di fornicazione, il credente che viene sciolto dal vincolo matrimoniale, può risposarsi, purché sia “nel Signore”, cioè con un altro fedele. Una volta che Paolo precisa chiaramente i termini di questa particolare situazione, è inammissibile usare questo testo per tutti i casi, e applicarlo per “l’incompatibilità di carattere”.
 
A questo punto sorge un grosso problema: come mai l’apostolo Paolo, fa una diversa concessione rispetto a quella che fece Gesù? C’è contraddizione tra l’insegnamento di Gesù e quello di Paolo? È possibile riconciliare l’insegnamento di Paolo con quello di Gesù? Secondo noi, non vediamo nessuna contraddizione tra l’insegnamento di Gesù e quello di Paolo. I due insegnamenti si possono benissimo riconciliare, se si sapranno capire. Cercheremo di spiegarci meglio.
 
Per quanto riguardava l’insegnamento di Gesù, il problema del ripudio o del divorzio, gli venne posto sotto il profilo generale di una qualsiasi cosa. Dal momento che Gesù non accettava lo scioglimento di un matrimonio, che era stato unito da Dio, ciò che Dio unisce l’uomo non lo separi, per un motivo qualsiasi, — quello più banale, come per esempio se la moglie cucinava un piatto e non era di gradimento al marito, o se lo sposo trovava una donna più bella della sposa —, pose la condizione allo scioglimento del matrimonio, l’infedeltà coniugale, cioè il peccato di fornicazione.  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #37 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:11:34 »

A differenza della prescrizione mosaica che prevedeva la pena di morte, per il peccato di adulterio, Cristo non condanna l’adultero o l’adultera, ma riconosce che per questa trasgressione, è possibile la separazione e quindi un secondo matrimonio per la parte innocente.
Per Paolo, invece, non si poneva il problema della genericità o dell’infedeltà coniugale; c’era la questione della conversione alla fede cristiana. Dal momento che era l’inconvertito che decideva di sciogliere il matrimonio, senza accettare nessuna mediazione da parte del credente per evitarlo, era più che logico acconsentire al suo scioglimento e la prospettiva di un secondo matrimonio, anziché vivere in continua lotta, dato che Dio ci ha chiamato alla pace (v. 15).
 
Come si può vedere chiaramente: in campo c’erano due diverse situazioni e due diverse soluzioni. Il fatto poi che Paolo si richiama al comandamento del Signore, — chiaro riferimento a quello che Gesù aveva stabilito, quando diede la risposta alla domanda dei farisei —, è una prova che l’apostolo, è in piena armonia con l’insegnamento di Gesù, e la sua dottrina mirava a coprire un altro campo della vita cristiana. Infine, quando Paolo tira le conclusioni sul problema del matrimonio che ha trattato, ed afferma:
 
La moglie è vincolata per legge per tutto il tempo che vive suo marito; ma se lo sposo muore, essa è libera di maritarsi a chi vuole, purché nel Signore (v. 39).
 
Che cosa vuol dire? Non certamente a quello che Gesù aveva detto in (Matteo 19:9) e neanche a quello che lui stesso aveva dichiarato nei (vv. 10-15), ma alle situazioni che non hanno come punto di riferimento le eccezioni specificate da lui e da Gesù, il matrimonio deve considerarsi per tutta la vita, e che solo la morte di uno dei coniugi, può porre fine ad una normale unione matrimoniale.
 
2. Romani 7:1-3
 
Ignorate voi, fratelli (perché parlo a persone che hanno conoscenza della legge), che la legge ha potere sull’uomo per tutto il tempo che egli vive?  
Infatti, una donna sposata è per legge legata al marito finché egli vive, ma se lo sposo muore, lei è sciolta da quel vincolo.  
Perciò, se mentre vive il marito lei diventa moglie di un altro uomo, sarà chiamata adultera; ma quando lo sposo muore, lei è liberata da quella legge, per questo non è considerata adultera se diviene moglie di un altro uomo
.
 
Questo testo è stato usato per affermare l’inammissibilità dello scioglimento del matrimonio, prima della morte, specialmente da parte cattolica. Ma se questo testo si inquadrasse nel contesto di quella dottrina che Paolo sta insegnando, non si avrebbe nessun motivo di citarlo. Qual è, infatti, questa dottrina? Si trova al (v. 4), che dice:
 
Così dunque, fratelli miei, anche voi siete morti alla legge mediante il corpo di Cristo per appartenere ad un altro, che è risuscitato dai morti, affinché portassimo frutti a Dio.
 
Davanti a queste parole, non si può fare a meno di riconoscere che Paolo, nei (vv. 1-3) ha fatto un paragone, per meglio illustrare la dottrina. «È un esempio tratto dal matrimonio che Paolo usa per illustrare la nostra schiavitù alla legge e poi la nostra liberazione dalla legge mediante il corpo di Cristo» [John Murray, Il divorzio, p. 88].
 
Che l’esempio che Paolo usa, non sia immaginario ma reale, come legge divina universale che regoli il matrimonio, (Genesi 2:24) è fuori d’ogni discussione. Infatti, se il paragone che l’apostolo porta a sostegno della dottrina universale affermata dal (v. 4), non risultasse a verità, l'insegnamento stesso non avrebbe un solido fondamento di credibilità. Davanti ai termini assoluti che (Romani 7:2,3) usa, cioè che un matrimonio non può essere sciolto e celebrarne un altro, se non interviene la morte, è ragionevole domandare perché Paolo parla solamente della moglie com'essendo obbligata al matrimonio durante tutta la vita che vive il marito, e non pone lo sposo nello stesso piano della moglie?
 
C’è forse da supporre che la legge (si intende quella di Dio, cioè quella mosaica), sia applicabile solamente per la moglie e non per il marito? Dal momento che lo stesso Paolo afferma che Dio non fa nessuna differenza tra uomo e donna (Galati 3:28), questa legge che regola il matrimonio, è valida sia per la moglie e sia per il marito. Come per la moglie, se diviene sposa di un altro uomo, mentre vive il marito, è considerata adultera, lo stesso deve essere per lo sposo, se durante che vive la moglie, diventa coniuge di un’altra donna.
 
Questo però Paolo non lo dice. Perché? Si è pensato che probabilmente Paolo avesse in mente (Deuteronomio 24:1-4), quanto usa il paragone in (Romani 7:2,3). Anche se questa supposizione non fosse da scartare, perché appunto nel testo di (Deuteronomio 24:1-4), si parli della moglie che venisse mandata dal marito e non dello sposo che viene mandato dalla sposa, credessimo che ci sia qualcosa di più nella mente dell’apostolo del semplice riferimento a (Deuteronomio 24:1-4). C’è da prendere in seria considerazione la conclusione che fa John Murray, al termine della sua discussione su Romani 7:1-3):
 
«Inoltre sembrerebbe che vi fosse una considerazione più ragionevole e pressante per spiegare perché Paolo in questo passo si riferisce alla donna piuttosto che all’uomo. Dipende dall’uso che egli deve fare dell’analogia. La dottrina che sta illustrando è la morte del credente nei confronti della legge mediante il corpo di Cristo e l’unione del fedele con Cristo nella potenza della sua resurrezione. Il punto centrale della similitudine è che la donna è libera dalla legge matrimoniale alla morte del marito ed è quindi libera di sposare un altro. E la dottrina illustrata dall’esempio è che il credente è liberato dalla legge mediante la morte di Cristo così che egli possa sposare un altro, il Cristo risorto. È chiaro che nella similitudine vi sia solo la donna che possa adeguatamente rappresentare il credente, perché nell’unione del fedele con Cristo è Cristo che occupa il posto del marito e quindi la donna deve occupare la posizione del credente» [John Murray, Il divorzio, pp. 100,101].  
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #38 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 02:13:25 »

CONCLUSIONE
 
Se ci siamo dilungati in questo spinoso problema, non l’abbiamo fatto per ignorare tutto quello che è stato detto da tanti nel corso dei secoli, ma solamente per contribuire alla comprensione della parola di Gesù e restare, nello stesso tempo, coerenti col testo evangelico, accettandolo nella sua interezza, così come c'è stato tramandato. Su un argomento, qual è il matrimonio, se si tengono presenti i tanti giudizi negativi e le valutazioni preconcette che si sono fatte e continuano a farsi su quest'istituto, tutto questo ha influito pesantemente sulla mentalità moderna, da portare molti a considerarlo, non come qualcosa di sacro che ha la sua origine in Dio, ma come qualcosa che ha a che fare con il piacere e la soddisfazione della carne.
 
Anche se sia vero che nel rapporto matrimoniale, inteso come unione di due esseri, un uomo e una donna, non si può negare il piacere, non per questo si deve valutare e considerare solamente sotto questo aspetto. Quando si considera il matrimonio, solamente sotto il profilo del piacere della carne, significa in ultima analisi degradarlo della sua natura e ridurlo ad un semplice passatempo privo di un qualsiasi valore spirituale e morale, dato che viene ignorato il fine principale che è quello di farci comprendere l’amore di Dio e di Cristo, amore che si manifesta nella donazione dell’uno per l’altro. Pertanto, avere idee chiare sulla natura del matrimonio, comportarsi in maniera adeguata per onorare la volontà del Creatore, principalmente per ciò che riguarda il principio divino dell’indissolubilità, significa essere un cooperatore di Dio e nello stesso tempo contribuire per il benessere del nucleo familiare e dell’umanità intera, intesa anch'essa come una famiglia.
 
L’unione matrimoniale non deve essere considerata come un vestito che dopo un certo numero di anni essendosi invecchiato deve essere cambiato. A misura che l’amore pervade e si impadronisce nella vita degli sposi, aumenterà immancabilmente la loro comprensione l’uno per l’altro, e, con maggiore facilità, si sapranno affrontare e risolvere quei problemi che nasceranno spesso, senza che l’affetto e la simpatia diminuiscano col passare degli anni.
 
Se ai nostri giorni la famiglia viene violentamente attaccata e spogliata della sua reale fisionomia e delle sue prerogative, ridotta alla stregua di un luogo dove non c’è sicurezza ma violenza e con essa l’istituto matrimoniale, è perché, le forze dell’inferno, capitanate da Satana in persona stanno facendo del tutto per frantumare e distruggere quello che Dio ha istituito per il bene dell’uomo.
 
Quando la legge di Dio viene ignorata, per assegnare posto e credito all’egoismo umano, che sotto diverse forme cerca di ridicolizzare quello che Dio dice nella sua Parola, non solo l’uomo perde il senso del dovere e della responsabilità, del suo pudore e della sua rettitudine, compiendo atti che non dovrebbe compiere, ma la stessa percezione della morale viene travisato in nome della cosiddetta «evoluzione dei tempi», e si finisce col calpestare certi principi di sana moralità e si alimenta ogni forma di degenerazione tutto a scapito della famiglia umana per ciò che riguarda il vero senso della vita associata. Davanti al serio attacco che le forze dell’inferno hanno sferrato per demolire quello che Dio ha istituito e portato avanti attraverso tanti secoli, è più che mai necessario e urgente nello stesso tempo, che si prenda una ferma posizione, non tanto per difendere una tendenza teologica, coerente con la tradizione degli antichi, quanto per mettere in evidenza quello che Dio ha sancito per tutti e per sempre, per mezzo della Sua Parola.  
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #39 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 18:37:45 »

Il ripudio ebraico
 
Secondo la norma della legge di Mosè, descritta in Deuteronomio 24:1-4 e che gli ebrei praticavano anche ai tempi di Gesù, il ripudio, (o come si direbbe oggi “il divorzio”), non avveniva per casi d'infedeltà coniugale, cioè per peccato di adulterio, ma per altri motivi, che ho già spiegato. Inoltre, nel documento di ripudio che si consegnava alla donna, era chiaramente affermato che la donna ripudiata, poteva risposarsi a chi voleva, senza essere accusata di avere commesso il peccato di adulterio e senza considerare che la donna ripudiata e risposata, commettesse il peccato di adulterio. Per tale peccato, infatti, secondo la stessa prescrizione mosaica, era prevista la pena capitale, cioè la morte.
 
Fornicazione, adulterio
 
Anche se il termine greco porneia, significa anche “adulterio”, c’è da specificare che: “Fornicazione”, è l’atto sessuale che la persona compie (uomo o donna) non sposata; mentre “adulterio”, è l’atto sessuale compiuto da persona sposata (uomo o donna), anche se lo stesso peccato, stando alle parole di Gesù, si commette solamente guardando una donna per desiderarla.  
 
Matteo 5:28 Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
 
Ora, visto che Gesù parla di ripudio e di mandare via la propria moglie, è giusto pensare che porneia, in questo caso, significa “adulterio”, per il semplice fatto che ci sia il vincolo matrimoniale che lo giustifica.
 
Ad essere coerente con ciò che si asserisce, anche se il testo evangelico parla dell’uomo che manda via la propria moglie, per l’infedeltà coniugale, questo però non significa che tale peccato non potrà commetterlo anche il marito, andando a letto con un’altra donna che non è sua moglie. Tale peccato lo può commettere sia la sposa che lo sposo.
 
Tenendo presente che per il peccato di adulterio, è consentito il divorzio, il testo di Marco 10:12, che recita: e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio », anche se manca la specificazione, si può pensare con ragione che il marito abbia commesso il peccato in questione.
 
Il problema del secondo matrimonio
 
Per il coniuge innocente, se non c’è il perdono verso il colpevole, un secondo matrimonio è consentito. Perché affermiamo “se non c’è il perdono”? Per il semplice fatto che non tutti, per simili casi specifici, siano disposti a comportarsi in quel modo. Se si perdona, invece, in pratica significa che viene rimosso il peccato, e chi ha subito il torto, passandoci sopra, potrà continuare a vivere con il proprio coniuge, come se non fosse successo niente.  
 
Il problema dell’adultero o dell’adultera
 
Visto che il peccato di adulterio lo può commettere sia la sposa che lo sposo, ai fini di un secondo matrimonio, sia l’uno che l’altro, è consentito, o dovrà rimanere per tutta la vita in quello stato?
 
Nella spiegazione che abbiamo fornito, abbiamo affermato che Gesù non condanna l’adultero o l’adultera. È opportuno riflettere su l’unico caso che il vangelo di Giovanni ci ha tramandato: la storia dell’adultera (Giovanni 8). In questo racconto si precisa che la donna presentata a Gesù, è stata trovata sul fatto commettendo adulterio. Questo significa che quella donna era sposata.  
 
Secondo la legge di Mosè, quella donna doveva essere lapidata, cioè messa a morte. Gesù, però, chiedendo alla donna che era rimasta sola con Lui, perché i suoi accusatori se n'erano andati, chiese: nessuno ti ha condannata? E alla risposta: nessuno, Signore, Gesù le disse: « Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più » (Giovanni 8:11).
 
Che cosa voleva significare Gesù con quella parola: va’ e non peccare più »? Semplicemente: non continuare a commettere adulterio andando a letto con altri uomini, ma vivi la tua vita con tuo marito.  
 
Davanti a questo caso unico e ben precisato, la domanda posta, se l’adultero o l’adultera, sono condannati per tutta la vita a rimanere in quello stato, senza nessuna possibilità di risposarsi, non mi sembra che possa essere sostenuta.
 
Se il divorzio è avvenuto a causa del peccato di adulterio (il solo caso che Gesù riconosce e consente il divorzio), se l’adultero o l’adultera, cambia vita, cioè non continua a vivere nel peccato di adulterio, ma si è realmente pentito, non vedo perché si debba sbrarrare la strada davanti a quella persona per ciò che riguarda un secondo matrimonio.
« Ultima modifica: 24.12.2013 alle ore 20:09:43 by Domenico » Loggato
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #40 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 22:21:43 »


on 24.12.2013 alle ore 19:33:24, Ramingo wrote:

 
Ciao Domenico,
quest'ultima frase non riesco a comprenderla.
 
Come ti dicevo la Bibbia secondo me non contempla tutti i casi possibili, faccio un esempio.
 
Teniamo presente il coniuge A come il traditore ossia l'adultero.
Il coniuge B come l'innocente, la persona tradita.
Le persone C e D come coloro che fornicano con A.
Teniamo anche presente che l'adulterio spesso non è la scappatella, ma una vera e propria relazione parallela.
 
Nella Bibbia si legge solo che tra due coniugi A e B, se A tradisce, B può ripudiare o perdonare, ossia la decisione sul da farsi spetta soltanto all'innocente.
 
Nella realtà dei fatti, oggi, spesso accade che il coniuge A tradisce e nello stesso tempo ripudia.
Al coniuge B non resta che prenderne atto e basta, perdono o meno, il coniuge A si va a fare la vita con le persone C o D.
 
Quindi se A commette adulterio con C ai danni di B, che significa cambiar vita?
Dal momento che A frequenta C, è e sarà sempre adultero, non credo che si annulla lo stato di adultero se per caso A si pente, lascia la persona C e si sposa con una quarta persona D.
L'adultero A, anche con D sarà adultero, no?
 
Dal momento che A ha tradito e ha anche lasciato volontariamente B (il coniuge originario), A non potrà mai ravvedersi, l'unica maniera per farlo è non frequentare/sposare più nessuno.
 
In questa casistica, al coniuge B "spetta" il diritto di risposarsi, ma il coniuge A non può più farlo giusto?
 
(Se così non è allora non capisco tutto il caos creato sopra all'adulterio, perchè significa che basta il pentimento e tutti si possono risposare.)

 
Ciao Ramingo
 
Cercherò di chiarire ulteriormente la questione.
 
Partiamo dal testo di Marco 10:11-12, che recita: Egli disse loro: « Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei;
e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio »
.  
 
e Luca 16:18, che specifica: « Chiunque manda via la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio.
 
La prima osservazione che d’obbligo fare è: perché il marito o la moglie che ripudia propria moglie e la moglie, il proprio marito, se si risposano commettono adulterio?
 
Anche se i due passi non contengono la specificazione di Matteo, cioè salvo che per motivo di fornicazione, si è portati, con ragione, a pensare che, il ripudio sia avvenuto per altri motivi e non per infedeltà coniugale, cioè adulterio. In questo caso, il matrimonio contratto dalle due persone in questione, davanti a Dio, (anche se un Tribunale Civile ha decretato il suo annullamento) non è stato annullato, cioè è ancora valido; a causa di questo, se il marito manda via sua moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio nei confronti della prima moglie, per il semplice motivo che le seconde nozze non si sono celebrate per motivo di adulterio, il solo caso che permette un secondo matrimonio valido anche davanti a Dio.  
 
Lo stesso discorso vale per la moglie che manda il marito e sposa un altro uomo. Tenuto conto che il primo matrimonio, davanti a Dio, è ancora valido, anche chi sposa il coniuge mandato via commette adulterio, per il semplice motivo che si congiunge con una persona sposata. Questo significa che, un secondo matrimonio è ammesso e valido davanti a Dio, solamente per i motivi che specificano Gesù e Paolo.
 
Ora, passiamo all’esempio che hai fatto. Se il coniuge chiamato A, considerato innocente, si separa da quel chiamato B, ritenuto colpevole, per i motivi cui sopra, il secondo matrimonio, se non ci sarà il perdono da parte di A, non è soltanto ammesso, ma è anche considerato valido davanti a Dio, e il contraente non commette peccato, nel congiungersi con C o D, perché appunto il primo matrimonio, davanti a Dio, non esiste più.  
 
Ora, il problema riguarda il coniuge chiamato B, il colpevole. Se quest’ultimo riconosce il suo peccato e si pente davanti a Dio, sicuramente otterrà il perdono per il peccato commesso, secondo il detto della Scrittura Chi copre le sue colpe non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia (Provervi 28:13)  
 
Davanti ad una simile prospettiva, non vedo come si possa negare a B di contrarre un secondo matrimonio con C o con D e considerarlo ancora un adultero/a. È in questo senso che va intesa la frase “se si pente”. Spero di aver chiarito la questione.
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #41 Data del Post: 24.12.2013 alle ore 23:39:38 »


on 24.12.2013 alle ore 22:47:13, Ramingo wrote:

 
Grazie Domenico,
quello che mi scrivi tu lo capisco, ossia ne capisco il senso, quello che non riesco a capire è come sia possibile una prospettiva del genere.
 
Faccio un esempio.
 
Immaginiamo che io faccio il ladro, svaligio un portavalori e me ne scappo con 10 milioni di euro.
Con il bottino ci compero una villa immensa, piscina, campi da tennis, golf ecc...
Passano 2 anni e mi pento sinceramente di aver rubato il tutto.
 
Ora il frutto del mio pentimento dovrebbe essere la restituzione del bottino o di quel che ne rimane, altrimenti che validità ha il mio pentimento se comunque continuo ad usufruire di quel che ho rubato?
 
Per lo stesso motivo al coniuge traditore come può risultare lecito il godere della presenza, contatto ecc... della persona con cui ha commesso l'adulterio anche se si è pentito di averlo commesso?
 
Questa cosa non la capisco, che valenza ha un pentimento se si continua a godere del frutto del peccato?
 
Scusami mi sento idiota, ma non ci arrivo proprio Sorriso

 
L’esempio che porti non quadra con quel che ti ho detto: ti spiego perché.
 
Il peccato che ha commesso B nei confronti di A, ha causato lo scioglimento del matrimonio e, A, nel frattempo si è risposato. Anche se B, a motivo del pentimento per quel che ha commesso nei confronti di A, vorrebbe ricongiungersi con A, non lo potrebbe, per il fatto che A ha un nuovo partiner, legalmente riconosciuto. Di conseguenza, il pentimento di B, non potrà restituire niente ad A, per il semplice motivo che A si è risposato.  
 
Il suo pentimento resterebbe valido solamente davanti a Dio, il quale ha concesso il perdono per il peccato commesso. Intanto B non ha un partiner, vive come singolo.  
 
La domanda tu hai posto è se B è destinato a rimanere solo per tutta la vita, o se si potrà risposare. Tutto il ragionamento che ti ho fatto, basato sulla bontà e misericordia divina, tende a riabilitare il colpevole, nel senso di dargli una possibilità di risposarsi, È chiaro quel che ti dico?
 
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #42 Data del Post: 25.12.2013 alle ore 03:43:04 »


on 25.12.2013 alle ore 01:26:58, Ramingo wrote:

 
Se è possibile come mai c'è un gran discutere dietro alla possibilità di risposarsi?

 
Secondo me, se “c’è un gran discutere dietro alla possibilità di risposarsi”, è perché i testi biblici con le sue affermazioni, non sono considerati nel suo vasto contesto per cercare di capirle. Uno degli errori in materia interpretativa consiste nell’isolare un’affermazione dal suo contesto, facendola diventare il pilastro portante dell’argomento.
 
Comunque, ho cercato di fare del mio meglio per contribuire alla comprensione del testo biblico. Mi scuserai se non ci sono riuscito.  
« Ultima modifica: 25.12.2013 alle ore 03:44:22 by Domenico » Loggato
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #43 Data del Post: 25.12.2013 alle ore 11:38:00 »

Affidarsi al testo biblico e solo con quello comprendere e spiegare non è nelle corde di nessuno, a meno che chi legge e intende lo faccia illuminato da Dio, per rispondere conoscendo il cuore di Dio.
 
Si prova ovviamente a dare delle indicazioni comunque condivisibili, ma la chiesa dovrebbe avere lo Spirito di Cristo per discernere fra un caso  e l'altro, perché può essere vero che certe situazioni siano simili ma non uguali solo per il fatto che c'è chi è sincero e sinceramente pentito e chi invece no.
Quando per la legge di Mosè, quella donna doveva essere lapidata, per Gesù ha potuto essere perdonata. Ma si può sempre e per tutti usare lo stesso metro?
Certo è che il perdono di Gesù è accompagnato dall'invito a non peccare più.
Una cosa è dunque l'abitudine e altro è l'incidente; non per questo cambiano nome, perché sempre di adulterio si tratta, fosse anche solo una volta.
Ora, dal mio osservatorio personale, come avevo scritto in un post precedente "E' sicuramente un tasto dolente, ma la mia domanda è la seguente. Visto che oggigiorno le comunità sono sempre più "promiscue", impedire il ri-matrimonio senza se e senza ma può causare danni ancora più gravi spiritualmente parlando. In merito a ciò, Gesù ebbe a dire che il desiderare una donna per averla è commettere adulterio con lei nel cuore. Bene, la situazione di alcuni potrebbe rientrare in questa condizione, essendo privo ma senza forza per resistere, della compagnia desiderata", io credo onestamente che, al di là delle posizioni che ognuno di noi ritiene giuste e se ne assume le responsabilità personali, ciò che resta sommamente importante è la salute delle anime.
Io ho anche sentito altrove ragionamenti in merito che vedono la persona coinvolta (non responsabile) in adulterio, costretta a rimanere sola/o, perché alla base è scritto che se si risposa diviene adultero/a.
Ora io dico, se una persona è suo malgrado coinvolta e non sente più di stare con chi l'ha tradita, non ha forse i diritto di risposarsi?
Stando alle parole di Gesù, se una moglie può essere mandata via solo in caso di adulterio e chiunque la sposa diventa a sua volta adultero, chi sposa quella/o che adultero/a non è, in quale condizione si viene a trovare, visto che l'unione è per sempre?
Stando alla logica, se l'unione è indivisibile secondo il comandamento, da quando al comandamento si deroga? E perché? E quando si deroga, in base a quali criteri? Il comandamento è divino e dunque il responso se ci deve essere, deve essere divino, vista la delicata materia che trattiamo, perché in nome e per conto della sessualità si sta facendo passare di tutto.
Non è forse e spesso la sessualità il motore della disobbedienza?
Le ragioni per cui in genere ci si separa, oggi come ieri, che possono essere molte  e varie, ovviamente, mancano della comprensione delle parole che Gesù disse in chiusura alla domanda in merito: "Ma al principio non era così".  
Iddio odia il ripudio, ma conosce la sua creatura da sempre ed ha anche detto Lo spirito mio non contenderà per sempre con l'uomo; poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne.
Ci sarebbero tante considerazioni da fare, considerando anche il comportamento del popolo di Dio, al quale era stato concesso il divorzio solo in caso di adulterio. Con mille ragionamenti avevano ovviato a quella legge, perché stava loro stretta, in quanto le ragioni che spesso spingevano al divorzio erano frivole e senza rispetto per la parte debole.
Chiunque intenda divorziare si ricordi che Iddio conosce il cuore ed è giudice giusto.
Ripararsi dietro le umane ragioni non ci da il diritto di disobbedire al comandamento, anche perché Lui che avrebbe potuto legittimamente divorziare dall'opera sua, anziché farlo, ha pagato il prezzo del nostro purgamento.
Con tutta la comprensione del caso e la buona volontà, sia ognuno onesto almeno davanti a Dio.
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Re: SUL DIVORZIO, 1^ corinzi 7:27-28 CHE NE PENSAT
« Rispondi #44 Data del Post: 26.12.2013 alle ore 14:52:20 »

Domenico ti ringrazio infinitamente...
hai confermato ciò che mi sentivo nel cuore...  
ora sono certa che veniva da Dio (sono agli inizi sai com'è...) e non dai miei ragionamenti umani  Vai vai! Amici Ciao
 
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«Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa;voi troverete riposo alle anime vostre! GEREMIA 6:16
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