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Gli Speciali di Evangelici.net

A FORMA DI LACRIMA
L’onda di dolore in Sri Lanka
REPORTAGE - di Debbie Meroff


Con più di 60.000 vite immolate ad una ventennale guerra civile, l’isola dalla forma di lacrima aveva già ampiamente pagato il proprio tributo alla sofferenza. La violenza non si era placata neppure dopo il cessate il fuoco del 2002, perché i buddisti lanciarono immediatemente una campagna contro i seguaci delle fedi minori.

Ma la mattina del 26 dicembre il terrore è arrivato da una direzione totalmente inaspettata. Il mare che circonda l’isola, solitamente amichevole, si è sollevato e abbattuto sulle coste con la potenza di un’esplosione atomica. Ha travolto case in muratura, ha spazzato via autobus, barche e treni, ha perfino divelto molti binari ferroviari. Uomini, donne e bambini non hanno avuto alcuna possibilità di sfuggire all’onda e alcuni corpi sono stati trovati a più di tre chilometri nell’interno.


Senza aspettare l’intervento delle ONG, a volte lente a reagire, gli abitanti si sono messi all’opera con grande spirito di sacrificio. Così hanno fatto molte organizzazioni locali, come la National Christian Evangelical Alliance (NCEASL) che si è mossa insieme alle chiese cristiane. I gruppi di OM hanno da subito lavorato al loro fianco, offrendo manodopera e risorse di ogni tipo.

Così anche oggi, come ogni giorno, il nostro malandato camioncino su cui sventola una bandiera con la scritta “Alleanza del soccorso” visita i campi di accoglienza sorti lungo la costa orientale.

Stipati nel cassone ci sono gli aiuti che la NCEASL ha raccolto nella città di Colombo: pacchi di cibo, articoli per l’igiene personale, utensili da cucina, latte in polvere, giocattoli, biancheria e taniche d’acqua.

Avevamo individuato nei giorni scorsi un gruppo di 40 famiglie rifugiate in una biblioteca civica, che fino ad allora non aveva ancora ricevuto alcun soccorso. Abbiamo fatto arrivare anche a loro i primi aiuti e al più presto costruiremo dei gabinetti e delle docce.

Il pastore di una chiesa vicina si è unito a noi. La NCEASL ha infatti assegnato un pastore ad ogni campo profughi in modo da assicurare la cura pastorale. Mentre passiamo in mezzo ad una zona devastata, dove tutte le case sono sate distrutte, vediamo i proprietari che vanno qua e là raccogliendo le loro poche cose ancora integre. Ma in molti casi rimangono solo le fondamenta. Una vecchia signora siede vicino ad una casa sventrata. Piange.

Nel campo successivo la realtà della natura umana diventa evidente, anche nei suoi lati deteriori: alcuni individui cercano di avere più razioni di cibo registrandosi in due campi diversi. Ma presto riusciamo a creare un database più efficiente per evitare questi abusi. Mentre si sbrigano alcune pratiche burocratiche io raduno una quarantina di bambini per farli giocare. Mentre loro ridono e scherzano, i loro genitori abbozzano un sorriso. Per un breve istante le preoccupazioni sono dimenticate.

Nell’ultima tappa del nostro giro, a Kaddekaller, troviamo 358 famiglie accampate in una scuola. Hanno ricevuto cibo e vestiti, ma dato che le scuole riapriranno alla fine di gennaio, dovranno spostarsi da un’altra parte. Il supervisore di questa zona ci guida verso uno spazio adatto ad accogliere delle tende e noi gli assicuriamo che la NCEASL si prenderà cura del progetto. Molti teli impermeabili sono infatti già disponibili nella nostra base e contiamo sull’aiuto dei locali per la costruzione di recinzioni e basamenti per le tende.

Dato che il ponte principale di Batticaloa è stato distrutto dall’onda, dobbiamo ripercorrere a ritroso la lunga strada fatta fino a qui. Anche il secondo ponte è danneggiato, ma è stato rabberciato quel tanto da consentire il passaggio di piccoli veicoli come il nostro. Mentre attendiamo il nostro turno, di fronte a noi un elicottero britannico sbarca truppe di appoggio.

Siamo a casa, nella nostra base di Batticaloa, ma la lavagna appesa al muro è ancora piena di compiti urgenti che devono essere svolti. I giorni seppur interminabili come questo sembrano purtroppo non essere abbastanza lunghi.

Lo Sri Lanka continua infatti ad aver bisogno di tutto; se è stata superata l’immediata emergenza data dalle decine di migliaia di morti, ora bisogna occuparsi dei due milioni di senzatetto. Ci sono migliaia di case da ricostruire. Migliaia di sorgenti sono state contaminate. Terre un tempo fertili sono state rovinate dall’acqua salata e dalle sostanze nocive portate dallo tsunami. Nelle pozze di acqua fetida si riproducono a milioni le zanzare portatrici di malattie.

Dalla capitale Colombo OM continua a coordinare il flusso di volontari che arrivano dall’estero e a destinare i fondi che arrivano per ovviare ai bisogni, anche quelli più semplici: affittare gli escavatori per rimuovere macerie, realizzare impianti di depurazione dell’acqua, impacchettare i beni di prima necessità. OM inoltre sta pianificando di fornire ai bambini che presto torneranno a scuola dei kit che conterranno libri, quaderni e materiale di cancelleria.

Lo scorso 17 gennaio un nostro gruppo ha cominciato una serie di corsi di consulenza su come affrontare traumi come quello appena occorso. Il primo è stato tenuto nella città di Hambantota, nella zona meridionale dell’isola, dove 4.500 persone sono morte e 4.000 case sono andate distrutte.

Più di ogni altra cosa, i sopravvissuti hanno bisogno di parlare di ciò che è successo. Ed essi hanno bisogno del messaggio di speranza che solo Dio può portare loro.

Un pastore locale, che per giorni ha aiutato a radunare i corpi delle vittime e che da allora usa la propria chiesa come centro di accoglienza, ha dichiarato: “Non possiamo lasciarci sopraffare da questa situazione; deve risuonare una canzone nuova nelle nostre anime”.

Debbie Meroff

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