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Ricerca Cesnur sull'indifferenza religiosa

Notizia inserita il 21/6/2012 alle 10:07 nella categoria: Rassegna Stampa

TORINO - Gli atei sono fermi all'8 per cento ma il 70 va in chiesa solo per matrimoni e funerali. È quanto si apprende da un'analisi di Andrea Tornielli - apparsa su La Stampa - dei dati che emergono da una ricerca condotta da Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur (Centro Studi sulle nuove religioni) e Pierluigi Zoccatelli.

TORINO - Gli atei veri e propri, in Italia, non arrivano all'8 per cento. E più del 70 della popolazione frequenta la messa soltanto in occasione di matrimoni e funerali e può essere quindi qualificata come "lontana" dalla Chiesa [cattolica romana, ndr].

È la via italiana alla secolarizzazione quella che emerge da una ricerca curata dal sociologo Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur, insieme a Pierluigi Zoccatelli, intitolata «Gentili senza cortile. "Atei forti" e "atei deboli" nella Sicilia centrale».

Si tratta della quarta ricerca sull'indifferenza religiosa che il gruppo di lavoro ha prodotto monitorando con sondaggi e analisi un'area della Sicilia corrispondente alla diocesi di Piazza Armerina e comprendente città e paesi delle province di Enna e Caltanissetta. Un territorio variegato di duemila chilometri quadrati, dove si trovano centri industriali e aree rurali, e che i parametri confermano essere rappresentativo della realtà italiana.

Il dato più significativo della ricerca riguarda la mancata crescita, negli ultimi vent'anni, degli atei: sono fermi al 7,4 per cento. Di questi, solo il 2,4 per cento possono essere definiti "atei forti", cioè in grado di motivare il loro ateismo con ragioni ideologiche: sono più presenti «tra le persone più anziane e meno istruite, dove sorprendentemente è ancora forte anche un ricordo dell'ateismo comunista».

Il rimanente 5 per cento, gli "atei deboli", sono meno ideologici ma considerano comunque Dio e la religione come irrilevanti in un mondo dove contano il lavoro, il denaro e le relazioni affettive: sono più numerosi fra i più giovani, in quella che don Armando Matteo ha chiamato «la prima generazione incredula», e fra le persone più colte. Se si proietta il numero degli atei sul totale della popolazione italiana, si può affermare che si tratta di circa tre milioni di persone. Il loro numero però rimane pressoché costante dal 1990 a oggi.


Oltre agli atei "forti" e "deboli", esistono "i lontani dalle forme istituzionali della religione", che non si proclamano atei, ma si dichiarano credenti o anche cattolici. Sono il 63,4 per cento e si tratta di persone che professano un cattolicesimo meramente culturale, dato per scontato senza porsi ulteriori interrogativi sui contenuti della fede e senza preoccuparsi dell'incoerenza sul piano della pratica.

Questi "lontani"riuniscono le persone che si dichiarano «spirituali ma non religiose», con posizioni influenzate anche da mode culturali come quella del New Age o di filosofie orientali; e quanti «credono, ma non partecipano attivamente alla vita religiosa». Se sommati agli atei veri e propri, arrivano al 70,8 per cento. Esiste dunque una solida maggioranza di italiani che o professano l'ateismo, o sono indifferenti alla religione, o professano una fede fai-da-te mettendo insieme diverse credenze.

Nella ricerca si è cercato di indagare anche sulle cause che hanno fatto a poco a poco allontanare così tanti italiani dalla religione e in particolare dalla Chiesa cattolica. Dai risultati emerge che le ragioni ideologiche, come ad esempio l'idea che la scienza renda superata la religione, sono assolutamente minoritarie. Mentre ai primi posti nelle risposte c'è la sensazione che la religione abbia poco da dire sui problemi concreti della vita di ogni giorno. Come pure è presente il rifiuto degli insegnamenti morali delle confessioni religiose. Mentre appare particolarmente significativa la crescita di un’ostilità verso il cattolicesimo motivata dagli scandali della pedofilia dei preti e dalle ricorrenti polemiche sulle ricchezze e sui privilegi fiscali della Chiesa [cattolica romana, ndr].

La ricerca ripropone anche un dato che mostra la discrepanza tra le dichiarazioni rese durante le interviste telefoniche circa la partecipazione alla messa domenicale e la partecipazione effettiva, che i ricercatori hanno potuto sondare monitorando tutte le celebrazioni nell'area interessata in un determinato giorno. A fronte di un 30,1 per cento di dichiarazioni, si è riscontrata una presenza reale nelle chiese del 18,5 per cento.

di: Andrea Tornielli
da: LaStampa.it - http://bit.ly/PhKzgh

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