Iraq, rilasciata Asya Mohammad
Inserita il 13/11/2008 alle 13:46 nella categoria: Chiesa Perseguitata
BAGHDAD (Iraq) - La giovane Asya Mohammad, condannata per aver ucciso lo zio musulmano che voleva darle una lezione perché divenuta cristiana, è stata rilasciata lo scorso 10 novembre, dopo due anni di prigione. Porte Aperte l'ha intervistata.
Il 9 giugno 2006, Asya, detta Maria, stava lavorando nel negozio di utensili da cucina del padre, vicino Dohuk, in Iraq, quando lo zio musulmano, con il nonno e il cugino arrivarono per darle una lezione.
Lo zio di Maria, Sayeed, accusava le donne della loro famiglia di essere una disgrazia, perché si permettevano di lavorare in pubblico. In realtà la sua rabbia era rivolta a tutta la famiglia per il fatto di essere diventata cristiana.
Il padre di Maria, Ahmad, si era convertito al cristianesimo nel periodo in cui aveva lavorato a Beirut, nel 1998. Ritornato in Iraq nel dicembre del 2002, iniziò a condividere la sua fede con la sua famiglia, e moglie, figlia e figlio decisero di battezzarsi nel 2003.
Il nonno di Maria, un religioso musulmano, era infuriato per la loro conversione. Sayeed, lo zio di Maria, aveva tentato per cinque volte di uccidere il fratello e gli aveva bruciato la casa.
Quel 9 giugno del 2006 Sayeed iniziò a picchiare la madre di Maria ferendola al volto con un coltello, prima che la donna riuscisse a fuggire. Poi si è scagliato contro la quattordicenne Maria e il suo fratellino minore Chuli, iniziando a picchiarli e a prenderli a calci.
Nella lotta per cercare di svincolarsi dalla presa di Sayeed, mentre le strappava i capelli, Maria ha afferrato uno dei tanti coltelli da cucina e istintivamente ha colpito lo zio per auto difesa, uccidendolo quasi all'istante.
I nonni hanno chiesto la pena di morte e hanno messo su di lei una taglia di 50 mila dollari. I suoi genitori e i fratelli sono stati costretti a nascondersi per un periodo, mentre suo padre non può ancora tornare ad abitare nella sua casa per le minacce di morte che ha ricevuto.
Alla fine la sentenza del tribunale stabilì cinque anni di reclusione, in un carcere minorile, riconoscendo evidentemente le attenuanti della legittima difesa e della giovane età.
Due giorni dopo essere uscita di prigione, Porte Aperte l'ha intervistata telefonicamente, trovandola profondamente felice e grata per le tante cartoline ricevute mentre era in carcere. Dall'intervista emerge la fede rinnovata e rafforzata di questa ragazza, che nell'affrontare la durissima vita della prigione non ha mai dimenticato l'amore di Dio. «La mia speranza è in Gesù» risponde sorridendo ad una domanda del nostro intervistatore, tradotta dal padre, felicissimo di riavere la figlia in famiglia.
Dentro il carcere Maria ha avuto anche modo di studiare e di questo è grata a Dio. Nei saluti finali, ha ribadito fortemente la gratitudine verso tutti coloro che le hanno scritto, persone, fratelli, sorelle, giovani e vecchi, chiese e gruppi, un aiuto che l'ha sostenuta nei due lunghissimi anni di reclusione.
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