Felipe Melo «Dedico il gol a Dio»
Inserita il 10/11/2008 alle 09:58 nella categoria: Rassegna Stampa
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ROMA - «Si può adorare solo Dio, non un calciatore». Felipe è il nuovo idolo degli ultrà, ma non diteglielo. Lui nella vita ha altre priorità. La fede, prima di tutto. Poi la famiglia. Il calcio viene dopo. Molto dopo.
«Dedico il mio gol a Dio, che è mio amico. E poi a mia moglie e ai miei figli, che erano allo stadio». Il più grande dei suoi figli si chiama Lineker, come l'ex calciatore, l'altro David, nome che nella Bibbia significa molto. Dettagli. Quello che rimane è quel gol sbucato all'improvviso.
Felipe ride. «Il portiere aveva tanti giocatori davanti, non ha visto arrivare il pallone». Diplomatico. In realtà sul primo gol della Fiorentina Coppola ha un po' dormito, ma non importa. Il gol c'è, e questo basta. Anche perché Felipe ha rotto la monotonia del duopolio Gilardino-Mutu. Ora anche i centrocampisti segnano. Siamo già a due, Kuz e Felipe. «Avevo la porta davanti, ho cercato l'angolo più lontano e mi è andata bene - dice ancora il brasiliano - È stato un gol importante perché ha dato una svolta alla partita. E perché ha segnato un centrocampista. Sono molto contento». Occhi al cielo e braccia alzate, dopo la rete Felipe ha guardato all'insù. «Dio ha guidato il mio tiro». E subito dopo la partita ha telefonato a suo padre. «Sarà felicissimo per me. Non so se ha visto la partita, più tardi lo chiamo».
Felipe è diventato indispensabile per la Fiorentina. Ha personalità e carattere, ha grinta e qualità. È l'uomo che serviva lì in mezzo, alla faccia di tutti quelli che per settimane hanno rimpianto Liverani. Parole. Questo brasiliano innamorato di Dio ha piedi veloci e potenza. Ora che ha imparato anche i tempi giusti, non commette più errori. E in più si è convinto che qualche volta può anche tirare in porta. Erano anni che a Firenze girava sempre la stessa frase: ci vorrebbe uno alla Dunga. Eccolo, adesso c'è. (...)
È uno di quelli che fa gruppo. In campo ogni tanto incita i tifosi a incitare la squadra e dentro lo spogliatoio a volte fa la voce grossa. Un leader silenzioso, umile, attento, consapevole. Fede e pallone, ma anche rabbia e grinta. E molto fair play. «Io mi affido sempre a Dio». È lui che dà i tempi, è lui il punto di riferimento davanti alla difesa. In questi mesi ha imparato che il calcio italiano è più difficile di quello spagnolo, che qui i centrocampisti non ti fanno giocare e se perdi un pallone lì in mezzo può essere un problema. Felipe ha capito ed è cambiato. Ora gioca più facile, niente dribbling e più velocità nel dare via il pallone. Se poi c'è spazio ogni tanto fa qualche metro e si avvicina alla porta. Proprio quello che voleva Prandelli. «Sto bene e la Fiorentina è una grande squadra. Io lavoro sempre per aiutare i compagni. Se poi faccio gol, sono contento».
Dio, il pallone e nuove sfide. Felipe non si ferma mai. Un gol, la festa, i sorrisi però da domani si ricomincia. Domenica c'è un'altra partita. «Non ci si può fermare e per andare avanti ci vuole regolarità. Il mio obiettivo è giocare così sempre». E magari segnare anche qualche altro gol. «Sì, fare gol è bellissimo», dice. Poi alza di nuovo gli occhi e le braccia al cielo.
di: Giuseppe Calabrese da: la Repubblica data: 10 novembre 2008
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