La chiesa evangelica cresce in Cina
Inserita il 3/9/2008 alle 11:35 nella categoria: Esteri
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PECHINO - Nonostante le palesi difficoltà, la chiesa evangelica in Cina è in netta crescita, grazie anche ai cristiani cinesi che testimoniano la loro fede con coraggio.
A rendere forte la chiesa evangelica in Cina è la coerenza dei credenti stessi, che vivono e testimoniano la loro fede nelle scuole, nei luoghi di lavoro e anche all'interno del Partito comunista cinese, come fa, ad esempio, Jesson Tian, studente di agricoltura biologica, che dopo la conversione al cristianesimo si è allontanato dall'ateismo impostogli dai genitori, ma non ha rinunciato all'affiliazione al PCC.
Secondo un pastore evangelico della città di Guanzhou, sono molti i credenti che fanno anche parte del partito comunista, pur vivendo una sincera fede cristiana «perché - spiega Tian - io amo il partito. Ci ha salvato dalla Guerra, dalla fame, dalla malattia. Ma amo di più Dio perché solo Lui ha creato ogni cosa. Spesso spiego alla gente che sono un membro del partito, prima di parlare di Cristo, perché penso che così si fidino di più di me» e intanto continua il suo impegno di evangelizzazione all'interno dell'università che frequenta.
Trovare un punto d'incontro con le autorità, piuttosto che professare il cristianesimo clandestinamente, è l'obiettivo della chiesa nominata "urbana", nella quale sempre più credenti si ritrovano, perché considerano la chiesa ufficiale governativa troppo compromessa con lo Stato, dal quale è sorvegliata, e, viceversa, troppo antagonista quella clandestina.
Il tentativo della chiesa urbana cinese, denominata anche "terza chiesa", è quello di cooperare con le autorità, per mostrare loro che permettere ai cristiani di operare liberamente è buono per la società cinese e che non si evince nessuna contraddizione nel vivere fedelmente come cristiani e come cittadini cinesi patriottici.
Lo stesso discorso è posto anche per quanto riguarda il lavoro e la possibilità di diventare imprenditori, come è capitato a un missionario cinese, detto zio Daniel, che dopo aver trascorso molti anni in missione nelle zone rurali della Cina ha fondato diverse fabbriche in una città che si sta espandendo rapidamente; «Ero molto povero - racconta zio Daniel -, non avevo una casa, avevo moglie e figli, ma niente cibo. Credevo che la povertà fosse un simbolo d'onore, ma un giorno un fratello in Cristo mi disse che stavo sbagliando a trascurare così la mia famiglia e mi aiutò a iniziare un'attività lavorativa».
Dopo dieci anni di missione l'uomo decise di tornare a casa e ora è un imprenditore, ma si considera sempre un missionario, perché «la mia priorità è quella di aumentare la produttività del mio business per edificare per il regno di Dio e mandare altri disposti a servire nel mondo».
Grazie a esempi simili a quelli di Daniel, che da oltre venticinque anni è responsabile di chiese in Cina, diversi missionari sono sostenuti dai profitti delle imprese cristiane, e l'influenza che deriva da scelte tanto insolite quanto coerenti con il proprio cammino cristiano è evidente, «infatti - continua Daniel - io vedo la mano di Dio nell'assenso politico ed economico del Paese. Dio ha messo i suoi occhi sulla Cina. Lo vedo nella politica del governo, nel suo cambiamento politico-economico e in quello della nostra moralità".
Nonostante diversi cambiamenti le persecuzioni e gli abusi dei diritti umani sono presenti in Cina e questo è spunto di riflessione per chi si chiede, come ha fatto Hsu, «perché le civiltà europee hanno raggiunto e mantenuto un grado maggiore di libertà rispetto ad altre culture?». Hsu, ex giornalista della televisione statale, da studente ricercava il significato della libertà; la sua ricerca lo portò a studiare la storia europea e a capire che «gli occidentali non sono più interessati degli altri alla ricerca della verità». Attraverso i suoi studi, Hsu concluse che «prima di ottenere la libertà, serve un fondamento. In Occidente quel fondamento è il cristianesimo» e spera che i cristiani in Cina possano fornire un beneficio alla società nello stesso modo in cui il Cristianesimo europeo fece in Occidente secoli fa.
«Dopo Piazza Tiananmen - prosegue lo studioso -, alcuni studenti hanno perso la speranza. La gente in Cina ha perso la fede nella saggezza umana. La rivoluzione culturale si è rivelata un disastro, ma questo risveglio spirituale è un risultato inaspettato». Hsu, come un crescente numero di intellettuali cinesi, crede che «la fede in Dio come Signore è l'inizio della libertà e che c'è bisogno di uno standard di verità assoluta: bisogna convincere la gente che il Dio degli ebrei e dei cristiani è il Dio dell'universo».
Le sfide che i cristiani cinesi stanno vivendo sono notevoli, in particolare per i credenti delle chiese urbane, a causa del loro precario status legale, pur operando spesso con il beneplacito e la collaborazione delle autorità, e mentre il governo cerca di organizzare il più grande progresso economico della storia umana, la chiesa non è meno ambiziosa e cerca di diffondere il Vangelo dalle città costiere al vasto entroterra e al di là dei confini occidentali cinesi. [sr]
Fonte: christianitytoday.com Traduzione di: Giorgio Conte
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