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Bush prega a Pechino

Inserita il 12/8/2008 alle 12:03 nella categoria: Rassegna Stampa

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PECHINO - Accolto da un'ovazione e canti religiosi George W. Bush alle 8.07 del mattino varca la soglia della chiesa protestante di Kuanjie gremita in ogni ordine di posti che gli rende omaggio come paladino della libertà di fede in Cina.

La strada Dongbangiao Jie sulla quale si affaccia la chiesa è presidiata da Navy Seals, cecchini, uomini del servizio segreto presidenziale e agenti della polizia cinese nel timore che fra la folla di fedeli possa nascondersi un attentatore, ma il timore svanisce quando Bush riceve l'abbraccio della folla, composta soprattutto da cinesi ma anche qualche occidentale, procedendo fra le colonne quadrate fino all'altare di pietra con una semplice croce tutta di legno.

George W. e la First Lady prendono posto nella seconda delle sedici file di panche. Al loro fianco la figlia Barbara, Marvin Bush e la moglie Margaret, Doro Bush Koch, l'ambasciatore in Cina Clark Randt e signora, il capo di gabinetto della Casa Bianca Josh Bolten e un nugolo di alti funzionari.
Siamo nella chiesa dove vengono formati molti dei sacerdoti che poi vanno a ufficiare nelle «case-chiese» semiclandestine dove pregano milioni di cristiani in tutta la Cina e per il pastore Li Jian-an avere di fronte gran parte della famiglia Bush significa vedersi riconosciuto il ruolo di avamposto della libertà religiosa nella Repubblica Popolare.

È un momento solenne che l'organista sottolinea con un lungo preludio di musica religiosa prima che il coro intoni «Lode al Signore, l'Onnipotente». Bush e Laura cantano assieme ai fedeli, poi lui mette gli occhiali per leggere in inglese le preghiere che il pubblico pronuncia in cinese interrompendo con riconoscibili «Amen» le diverse citazioni della Bibbia. La coppia presidenziale tradisce emozione e fra i fedeli cristiani di Pechino corre un brivido quando un secondo pastore, Meng Maoru, intona l'inno «Andrò dove tu vuoi che vada» facendolo seguire da un sermone, sempre in cinese, a conferma che la Chiesa non è un'enclave straniera, ma una roccaforte di credenti locali.

L'inglese si affaccia alla fine della messa, quando un coro di giovani canta «Amazing Grace» e «Edelwiess» prima di tornare al mandarino per il conclusivo inno «In avanti soldato di Cristo» sulle cui note i Bush escono a passo lento, fermandosi sui gradini esterni per foto, saluti e strette di mano quasi fossero nella texana Midland, dove a predicare è l'amico Bob Fu, pastore-dissidente fautore proprio del movimento delle «case-chiese».

Il presidente si sente a casa e parla a braccio: «È stata una grande gioia, un vero privilegio, un momento toccante pregare in questo posto, dimostra che Dio è universale, Dio è amore e nessuno Stato, nessun uomo o donna, devono temere l'influenza della fede che porta amore, Dio vi benedica».

Parola più, parola meno, è lo stesso messaggio che tre ore dopo Bush ripete al presidente cinese Hu Jintao incontrandolo nella sala Han Yuan Dian del complesso Ying Tai, dove gli imperatori Qing offrivano banchetti ai principi stranieri. Hu accoglie l'ospite con tutti gli onori e dopo un colloquio lo invita a pranzo - con moglie, figlia, fratelli e cognata - per sottolineare l'importanza che la Cina assegna al legame con gli Usa.

Le aspre polemiche della vigilia sembrano acqua passata perché a prevalere è la reciproca realpolitik tesa a far prevalere gli interessi comuni. A porte chiuse Bush e Hu parlano di sanzioni all'Iran, verifiche sul disarmo della Corea del Nord, legami Usa-Taiwan, equilibrio dollaro-yuan (è presente anche il ministro del Tesoro Henry Paulson) e del futuro accordo sugli investimenti. Ma per l'ospite ciò che più conta resta la libertà di fede che definisce «aspetto fondamentale dei rapporti bilaterali». Da qui la richiesta di «legalizzare» il movimento delle «case-chiese» consentendo a ognuna di queste di essere registrata, uscendo dalla clandestinità.

«La risposta di Hu è stata molto aperta - racconta un alto diplomatico Usa presente al colloquio - ha detto che molto è stato già fatto, come dimostra il fatto che Bush ha pregato a Pechino, e che molto altro potrà avvenire su questo terreno». La promessa di Hu sulla maggiore libertà di fede è il risultato che Bush più cercava nell'ultimo viaggio asiatico da presidente e per puntellarlo i consiglieri della Casa Bianca hanno recapitato ai cinesi ulteriori, dettagliate richieste: moltiplicare i punti vendita delle Bibbie; salvaguardare i diritti dei dissidenti incarcerati; dialogare sul Tibet con il Dalai Lama. Hu non ha chiuso la porta, confermando di voler sorridere all'ospite, facendogli anche i complimenti per l'oro di Phelps.

di: Maurizio Molinari
da: lastampa.it
data: 12 agosto 2008

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