La chiesa evangelica prega in dialetto
Inserita il 4/8/2008 alle 16:53 nella categoria: Rassegna Stampa
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BOLOGNA - A Bologna la chiesa evangelica distribuisce volantini scritti in dialetto bolognese, per invitare i cittadini ad avvicinarsi a Cristo e al messaggio del Vangelo.
Il volantino si conclude con un "Che Dio al t bandéssa". È più che un augurio scambiato frettolosamente, mentre ci si saluta sotto i portici di un agosto afosissimo: è un messaggio religioso, è la diffusione di un credo, il tentativo di diffondere un modo di vedere la vita e di vivere i valori ancora poco conosciuto, specie fra i bolognesi. Per convincere i cittadini alla conversione, la comunità evangelica infatti ha scelto di "parlare come mangia", usando il dialetto per diffondere "Mesag pr i bulgnis".
Se la Chiesa cattolica romana su impulso di Papa Ratzinger recentemente ha rispolverato i suoi "latinorum", reintroducendo la messa in latino, le chiese evangeliche della città hanno imboccato una strada opposta, scegliendo di raccontare la parola di Dio usando la lingua dei nonni. Umarell, bolognesi doc, persone legate alle tradizioni emiliane sono il "prossimo" che la comunità evangelica vuole conquistare, visto che al suo interno gli stranieri, provenienti soprattutto da Africa e Sudamerica, sono quasi la metà e grazie ai continui arrivi di immigrati stanno ormai soppiantando i fedeli autoctoni.
È bene correre ai ripari, allora. «Certo, se attiri un bolognese con i tortellini, quello viene di sicuro», sorride il pastore Giacomo Casolari, che guida la chiesa di via Mascherino, «ma qui abbiamo tutti il colesterolo alto, meglio scegliere un'altra soluzione». Ed ecco spuntare la carta "dialetto". Come suona la parola di Dio in "bulgnais"? I volantini distribuiti dai giovani della "Bologna evangelica" ne danno un assaggio, riportando, ad esempio, il salmo 147, che al verso 3 recita "Lò al guarèss qui ch'i an al cor ratt es al fasa al sau frid", egli guarisce quelli che hanno il cuore rotto e fascia le loro ferite.
Un concetto immediato e diretto, ma se non dovesse bastare, ecco che sul retro compare un messaggio più articolato: "Tè, ch't dri a lezer, s't i unest con tè, ed dscruvré ch'ali en sté (e forsi ali èn anc) al delusian ch'ali an purtè int la to vetta dal frid, dal frid che inciòn pol guarir, fora che cal Dio ch'al cgnoss al toc or".
L'idea, confessa il pastore Casolari (cinquant'anni, sposato come permette la sua chiesa, dipendente dell'Atc, a capo di una comunità di un centinaio di fedeli), è venuta ai più giovani, ma la filosofia che la sottende ha proprio molto a che fare con la visione della religione che l'evangelismo porta con sé. Una tradizione cristiana che rifiuta le sovrastrutture, che non ricorre a immagini e icone ma usa pochi simboli solo per veicolare messaggi, come il pesce, che spesso compare sotto forma di adesivo sulle macchine dei frequentatori della sua comunità. In chiesa, poi, la croce è nuda, non c'è il corpo di Cristo, «perché per noi è risorto, mica è ancora inchiodato ». E dunque il dialetto è un modo per raccontare e diffondere «il Cristianesimo possibile nel mondo di oggi, senza formalità».
Per coloro invece che ancora non hanno trovato pace e sentono la necessità di essere guariti da «al delusian, al frustazian e la depresian», l'invito della Bologna evangelica è conciliante e alla mano: «Nueter a san dispunebbil par pregher tig, parché t ev la liberazian, la guarigian e la salvazza». Le preghiere in dialetto pare che valgano lo stesso.
di: Micol Lavinia Lundari da: La Repubblica - Bologna data: 3 agosto 2008
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