MILANO - Giunti alle ultime battute di campagna elettorale, è forse comprensibile che si parli (e straparli) molto più di previsioni di voto e di Alitalia che di immondizie.
Eppure il problema c'è, non riguarda solo il disastro Napoli (sul quale grava un silenzio davvero ingiustificabile); riguarda tutti indistintamente perché qui ne va di mezzo quella necessaria "difesa del creato", da interpretarsi anche come educazione al consumo etico e responsabile, che è uno dei temi ormai divenuti ricorrenti nei discorsi di Papa Ratzinger.
Va dunque accolta con favore la notizia che una catena di distribuzione commerciale ha iniziato, prima in Italia, la vendita di alcuni prodotti, (dai detersivi in giù) eliminando il più possibile gli involucri (una delle cause prime della produzione delle immondizie).
In altre parole, ciò significa che, a cominciare dalle prime sedi italiane di questo marchio, si potrà, per esempio, comperare la nuova dose di detersivo necessaria per la casa portandosi da casa l'involucro (tanica o bottiglia di plastica che sia) e autoservendosi della dose desiderata facendola sgorgare da apposito rubinetto collocato su specifici banconi. Il che significa da un lato l'impegno responsabile di ciascuna famiglia a non gettare gli involucri vecchi ma a riutilizzarli, dall'altro un'immediata diminuzione del numero di vuoti a perdere fin qui gettati nelle immondizie.
Va nella stessa direzione anche il diffondersi, in questa o quella parte del Paese (chi scrive si riferisce a quanto accade per esempio a Nord Est), di una rete di distribuzione, sanitariamente controllata, di un alimento ad alto consumo popolare come il latte che può esser attinto direttamente da determinati pubblici "rubinetti" dove il prezioso liquido arriva direttamente dai produttori.
Certo, si tratta solo dei primi piccoli passi verso la soluzione del problema, che però indicano una tendenza da incoraggiare in tutti i modi verso quell'educazione a stili di vita "sobri" che sono, ad un tempo, un mezzo per diffondere la consapevolezza che le risorse del pianeta non sono infinite (a cominciare da acqua, petrolio, ecc.), a migliorare la coscienza civica ed etica collettiva nonché a rendere meno pesante il totale della spesa nelle nostre famiglie, una gran parte delle quali, oggi – complice l'impennarsi della spesa energetica, del prezzo di pane, pasta, farina, ecc. –, stenta ad affrontare non solo la quarta settimana del mese, ma, in non pochi casi, anche della terza.
Stando così le cose, è da apprezzare il fatto che qualche diocesi abbia fatto del tema ecologico il punto centrale di documenti ecclesiali relativi, ad esempio, alla "sobrietà" di comportamenti relativi al consumo da assumere da parte dei fedeli nel corso dell'appena passata Quaresima. Anche se, in certi casi, questi documenti hanno ingenuamente assunto accenti e caratteri che meglio si adatterebbero ad una qualunque associazione dei consumatori. Il messaggio cristiano è qualcosa di più e di diverso.
Certo, insistendo su questi pur ottimi "decaloghi" di "igiene sociale", (ciascun credente si impegni a produrre due chili e mezzo di rifiuti di meno, i fedeli si preoccupino di spegnere nottetempo tv e pc, per non sprecare elettricità, non vadano all'ipermercato fonte di tentazione di spesa inutile...), le chiese locali dicono e predicano, cose che "uniscono" anziché dividere.
E può dunque darsi che, così facendo, quando decidano di parlare di quel che divide (per esempio aborto, idea di famiglia, ecc.) possano trovare maggior ascolto presso "i lontani". Ma sarà così? Ce lo auguriamo. A patto che non si dimentichi mai che il messaggio evangelico non può esser appiattito sull'unica, anche se importantissima, dimensione sociale. Ce n'è una antropologica che, certo, può anche "dividere": ma è soprattutto su questa, (che risponde in un modo politicamente scorretto alla domanda di fondo: chi è l'uomo?) che si decidono le sorti del nostro futuro di credenti.
Nella «difesa del creato» l'educazione al consumo etico e responsabile è solo un aspetto. Il messaggio evangelico non può essere appiattito sull'unica, anche se importantissima, dimensione sociale.
di: Gabriella Sartori da: Avvenire data: 9 aprile 2008