Scontro di civiltà in Turchia
Inserita il 23/4/2007 alle 11:27 nella categoria: Rassegna Stampa
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MILANO - "Ma dove siamo?" - si chiede un pastore protestante intervistato dall'agenzia AsiaNews dopo il massacro di cristiano a Malatya - "Sono disgustato da queste atrocità che sembrano ripetersi sempre più con maggiore violenza, proprio in quella che si vanta di essere una nazione laica e democratica a maggioranza musulmana. Ma dove è il rispetto per le differenze, per le minoranze etniche e religiose presenti sul territorio? Ci eravamo quasi abituati al continuo sottofondo di accuse e calunnie di proselitismo, di distribuzione di soldi e di fede, ci eravamo quasi abituati ad essere continuamente bollati come 'infedeli acchiappa-musulmani', che – poverini – si lasciano da noi plasmare e convincere da una manciata di dollari infilati in una Bibbia. Ma mai avremmo pensato che sarebbero potuti arrivare ad un gesto così atroce come quello di ieri, perpetrato nel nome di quel Dio, oltraggiato da noi cristiani". Anche la Turchia è perduta per l'Occidente? Secondo il pastore, che vuole rimanere anonimo, tra i politici e gli opinion-maker "nessuno vuole realmente prendere posizione" nonostante le condanne all'odio religioso.
Mentre i mass media: "Continuano ad imbottire il cervello della gente, convincendola che i cattivi siamo noi, che vogliamo cancellare la loro identità, cambiare il loro credo, strapparli dalla loro fede". Sembra la stessa scena che si ripete anche in Egitto, in Algeria, in Pakistan, in Bangladesh, in tutta quella parte di mondo musulmano "moderato" in cui il radicalismo inizia a prender piede, prima conquistando l'egemonia culturale, poi facendosi regime. Ma la Turchia non è persa. Ce lo ricorda quel mezzo milione di Turchi che è sceso in piazza ad Ankara, sabato scorso, contro il presidente Recep Tayyp Erdogan nel nome della laicità dello Stato. Sentire le voci dei manifestanti turchi per credere: "La Turchia è secolare e deve restare secolare", "La via del presidente si avvicina troppo alla sharia", "Un imam non può essere presidente", "Democrazia non vuol dire tollerare i reazionari", questi erano gli slogan più cantati e urlati di fronte al mausoleo di Kemal Ataturk, il fondatore della moderna Repubblica Turca. I dubbi sulla laicità di Erdogan, che pure ha mantenuto una linea politica moderata, democratica e filo-europea, sorgono a causa del tentativo (non riuscito) di criminalizzare l'adulterio, imporre restrizioni ai locali che servono alcolici e facilitare l'accesso all'università agli studenti delle scuole religiose che formano gli imam.
Non tutti sono d'accordo nel condannare Erdogan e nell'attribuirgli tutti i mali dell'islamizzazione turca. Anzi, storici dissidenti come Taner Akçam puntano il dito contro i militari laici (che starebbero "gonfiando" il problema islamico) e l'ideologia nazionalista, mentre considerano Erdogan come un riformatore più democratico dei suoi rivali. Ma la gente che manifestava sabato scorso è scesa in piazza spontaneamente per reazione alla paura dell'Islam radicale. "Vogliono trasformare lentamente la Turchia in un nuovo Iran o in una nuova Arabia Saudita" protestava uno dei manifestanti di sabato scorso. "Ho visto una certa dose di colpi di Stato in Turchia e ognuno di essi ha riportato il Paese indietro di un decennio. Ma Erdogan presidente ci rispedirebbe a 100 anni fa". Secondo Zeyno Baran, esperta di politica turca presso lo Hudson Institute, le manifestazioni per la laicità dello Stato sono una reazione a un decennio di passività dei musulmani moderati. "Lo scorso fine settimana, per la prima volta da tanto tempo, abbiamo visto il potere del popolo in azione nelle strade e nelle piazze della Turchia" scrive Baran. E uno studio condotto dalla Rand Corporation e appena pubblicato, sembra proprio confermare la tesi degli ottimisti: i radicali islamici e gli estremisti politici sono una minoranza molto ben organizzata e visibile, ma pur sempre una minoranza. Secondo lo studio della Rand, i musulmani moderati non si vedono perché: "I radicali islamici hanno avuto successo riuscendo a emarginare, intimidire e tacitare i musulmani moderati – cioé coloro che sottoscrivono tutti i valori fondamentali di una cultura democratica".
Secondo i ricercatori della Rand, i radicali islamici, anche in Turchia, devono il loro successo all'organizzazione, alla capacità di creare network informali e alla grande disponibilità di risorse, mentre la maggioranza silenziosa dei moderati è disorganizzata e priva di punti di riferimento. "Questa asimmetria di risorse ed organizzazione spiega perché i radicali, una minoranza esigua in tutti i Paesi musulmani, conquistano un'influenza del tutto sproporzionata rispetto al loro numero". Lo studio della Rand Corporation conclude che è necessario per gli Stati Uniti (ma l'invito resta valido anche per l'Unione Europea, se vuole accettare la Turchia come proprio membro) aiutare i musulmani moderati ad organizzarsi, a creare il loro network, proprio come si fece durante la Guerra Fredda contro i regimi e i movimenti comunisti.
di: Stefano Magni da: www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=87&id_art=1653&aa=2007 data: 20/04/2007
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