Un documentario contro gli evangelici
Inserita il 26/3/2007 alle 13:49 nella categoria: Rassegna Stampa
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MILANO - Fossi un evangelico sarei arrabbiato con Alexandra Pelosi. La trentaseienne giornalista ha appena messo a segno il migliore colpo della carriera: approfittando dell'eco prodotto dalla recente elezione di mamma Nancy a speaker della Camera, è riuscita a focalizzare l'attenzione mediatica attorno alla programmazione della sua inchiesta "Friends of God" sulla rete Hbo. L'oggetto della sua produzione del resto è caldissimo, in vista della corsa elettorale del 2008: si parla di evangelici, la sterminata nazione nella nazione che conterebbe 80 milioni di aderenti, ma che ancora non ha imparato, per volontà o disinteresse, a rapportarsi nel modo giusto coi grandi organi d'informazione, finendo puntualmente oggetto d'impietose vivisezioni.
Alexandra Pelosi ha fatto esattamente questo: ha vestito i panni dell'intellettuale radical, è montata in macchina ed è andata a vedere che fanno, come si organizzano e cosa sono disposti a dire questi soldati di Dio, numericamente in grado di condizionare l'andamento politico della nazione, ma apparentemente più che altro preoccupati a perseguire stili di vita congregazionale che, in ottica "urban style", si collocano tra lo stravagante, il demenziale e il pernicioso. Insomma Alexandra, con la sua videocamera e il suo cognome che apre diverse porte, ha fatto un po' d'intrigante turismo religioso, con spirito più capricciosamente arrogante di quello di Michael Moore, del quale pure ricalca lo stile della voce narrante fuori campo e la tentazione di correre sempre alle conclusioni. Nei 60 minuti del documentario – riverito da tutti i supremi quotidiani del paese – la Pelosi se ne va in cerca di quel tanto di sbalorditivo ed eccentrico che in un salotto della Grande Mela faccia squittire di divertito scandalismo: la funzione domenicale del reverendo Joel Osteen della Lakewood Church a Houston, Texas, che si svolge in un'arena davanti a venticinquemila entusiasti partecipanti di tutte le età, razza e colore. O le roboanti dichiarazioni di Ted Haggard, ex presidente dell'associazione nazionale degli evangelici, che si affanna a garantire ad Alexandra che i suoi adepti sono persone normali, soltanto rinate nella fede in Cristo, ma che sono felici perché sono americani, perché si proteggono a vicenda e soprattutto perché fanno un sacco di sesso con la legittima partner: "Almeno una o due volte al giorno", confermano i vitaminici trentenni convocati per l'occasione. "E in che percentuale vostra moglie raggiunge l'orgasmo?", chiede Alexandra, finto-eccitata. "Sempre!", confermano gli allocchi, mentre Haggard annuisce soddisfatto – salvo che nel successivo fermo fotogramma la Pelosi c'informa che il malcapitato è stato dimissionato da tutti gli incarichi, travolto da uno scandalo di prostituzione omosessuale.
Per la Pelosi il pianeta degli evangelici va visitato così, restando sull'increspatura visibile del fenomeno: sottolineando quanto siano buffi, cafoni, creduloni, inguaribilmente provinciali e tendenzialmente pericolosi – se li si lascia fare al di là del lecito. Il reverendo Jerry Falwell, ad esempio, secondo lei, è l'incarnazione del condizionamento psicologico che ha permesso a Bush di rastrellare la gran maggioranza di questo elettorato, facendone il vettore del suo doppio viaggio alla Casa Bianca. E il sostegno a un candidato che sia apertamente un guerriero del Signore, antiabortista e antiomosessuale, diventa la principale preoccupazione dei predicatori della Bible Belt e dei circuiti-tv dedicati. Per la Pelosi, gli evangelici possono anche continuare a essere un colorito pezzo d'America, ma soltanto a patto di restar confinati nella bizzarria, come quelle del signore che ha aperto il minigolf evangelico (la nona buca è il Santo Sepolcro, vuoto perché l'occupante è in servizio) o il miliardario che costruisce enormi croci bianche che gli costano 25 mila dollari l'una e ha il progetto di piantarne 5 in ogni stato d'America. Altre domande la giornalista non se ne fa, fasciata nel suo impermeabilino manhattanite: non parla della spirito di solidarietà che anima la comunità, non accenna alla capacità di agire a sostegno di chi ha bisogno.
Non s'insospettisce neppure per quell'atmosfera di serenità e palpabile benessere, che si respira in mezzo a questa gente, che comunica un'imbarazzante positività. Sono 80 milioni, ci credono, sono rassegnati a essere fraintesi, ma chiedono d'essere rispettati. "Friends of God" invece è un'inchiesta miope e snob. C'è una moltitudine che va altrove: liberi di ignorarne le motivazioni. Ma limitarsi a sfotterli è davvero un piano oscurantista.
di: Stefano Pistolini da: Il Foglio data. 3/2/2007
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