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Algeria, libertà religiosa e convivenza

Inserita il 22/12/2006 alle 11:37 nella categoria: Rassegna Stampa

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MILANO - In teoria l'Algeria è un regime musulmano moderato. Ma solo in teoria: dal mese scorso, è in vigore una legge che regola le religioni non musulmane. Nei fatti si tratta di una norma che legittima la persecuzione. Nell'Afghanistan dei Talebani, le religioni al di fuori di quella musulmana erano proibite, i loro fedeli discriminati e segregati, i loro simboli distrutti. In Arabia Saudita, il solo portare una Bibbia entro i confini del Regno è considerato "proselitismo" dalle autorità e tassativamente proibito. È di due giorni fa la notizia che la Bibbia è stata addirittura vietata sui voli della British Midlands per Riyad e Jedda. In Iran le religioni al di fuori di quella musulmana non sono state distrutte, ma segregate. Molto probabilmente l'Algeria avrebbe potuto arrivare fino a questo livello di repressione, se, negli anni '90, gli islamisti avessero vinto la Guerra Civile. Il presidente Bouteflika, attualmente in carica, è l'uomo che ha sconfitto il movimento radicale islamico GIA, dopo più di 8 anni di un conflitto costato al Paese almeno 100.000 morti. La guerra scoppiò quando il movimento islamista FIS vinse il primo turno delle elezioni nel dicembre del 1991 e, non accettando l'esito delle urne, l'esercito prese il potere con un colpo di Stato. Il GIA si "vendicò" scatenando la rivolta.

Attualmente i radicali islamici sono stati militarmente sconfitti, anche se alcune fazioni della guerriglia (fra cui spicca il GSPC, sigla legata strettamente ad Al Qaeda) continuano a condurre attentati. Sembrerebbe, dunque, che in Algeria abbiano vinto i laici, dopo la sconfitta degli islamisti. Ma, come in tutti gli altri casi di governi moderati di Paesi musulmani, il governo attuale non è affatto "laico" nella nostra accezione del termine. Abbiamo ricevuto il testo della legge commentato da un esponente locale della Chiesa Evangelica. Si tratta di un caso esemplare di legge che fa apparire tollerante il regime, ma i cui contenuti rivelano una forte intransigenza religiosa, a partire dalla data, che è quella del calendario islamico (Aouel Safar 1427, cioè 1 marzo 2006). E dal nome dato alla legge: "Condizioni e regole per l'esercizio di religioni non musulmane", considerando che l'Islam è religione di Stato. La legge è stata promulgata proprio mentre l'attenzione dei media occidentali era concentrata sul caso di Abdul Rahman, il cittadino afghano condannato a morte perché si era convertito al cristianesimo.

La legge algerina non proibisce direttamente l'apostasia, ma vieta tassativamente ogni forma di proselitismo, così che i cittadini musulmani non siano indotti in tentazione da altri culti. Nel Capitolo III (reati penali) si legge: "La pena va da 2 a 5 anni di carcere e una multa da 500.000 a 1 milione di Dinari Algerini per chiunque: inciti, costringa o utilizzi mezzi di persuasione per tentare di convertire un musulmano a un'altra religione, o mirare allo stesso fine all'interno di luoghi finalizzati all'insegnamento, all'educazione, alla sanità, alla cultura, all'addestramento…" La stessa pena è riservata a chiunque: "Produca, conservi o distribuisca materiale stampato o audio-visivo o su qualsiasi altro supporto, il cui fine è quello di destabilizzare la fede di un musulmano". Questo comma è formulato in termini talmente vaghi da giustificare qualsiasi censura su arte e documentazione non allineata a una visione del mondo "islamically correct". Oltre a ciò, la legge prevede anche una serie di restrizioni burocratiche che impediscono la crescita delle religioni non musulmane. Tanto per cominciare: non si possono costruire o restaurare chiese senza l'autorizzazione dello Stato: "Le strutture finalizzate al culto devono essere registrate dallo Stato, che assicura la loro protezione".

"Questo articolo suona bene" – commenta l'esponente della Chiesa Evangelica locale – "ma vuol dire che il governo deve approvare ogni luogo di culto… e raramente lo fa". Idem dicasi per un altro articolo: "Una commissione nazionale per gli affari religiosi è stata creata dal Ministero per gli Affari Religiosi". Tra le altre cose la commissione è incaricata di: "sorvegliare sulla libertà religiosa" e di "approvare la formazione di associazioni di stampo religioso". "Questo vuol dire che un ministro del governo (che è molto spesso un fervente musulmano contrario al cristianesimo) deve approvare prima la formazione di ogni chiesa o associazione cristiana, per far sì che questa sia legale". I luoghi di culto, inoltre, devono essere aperti al pubblico e "ben identificabili dall'esterno". Chi non rispetta queste regole è punito severamente dalla legge: da 1 a 3 anni di carcere e una multa salata. Per chi non è musulmano è anche proibito raccogliere donazioni, regali e carità senza aver ottenuto l'autorizzazione dalle autorità. La punizione, in questo caso, va da 1 a 3 anni di carcere, più la solita multa.

Vita dura anche per i missionari e per i volontari religiosi di altri Paesi: se uno straniero viola una di queste disposizioni di legge, per esempio prega o parla di religione in un luogo non autorizzato o non sufficientemente "identificabile dall'esterno", prima viene incarcerato e poi espulso. Il pensiero di finire per uno, tre o anche cinque anni in una delle carceri algerine dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare qualsiasi proselitismo. Per le religioni non musulmane sono applicate anche le leggi che, normalmente, sono intese per combattere il radicalismo islamico. Si legge infatti che: "La pena va da 1 a 3 anni di carcere più una multa da 250.000 a 500.000 Dinari per chiunque, verbalmente o tramite distribuzione di documenti scritti, oppure usando supporti audiovisivi, in un luogo dedicato a un culto, faccia discorsi contenenti provocazioni a resistere all'applicazione della legge, o tenda a incitare una parte di cittadini alla ribellione". La pena è raddoppiata se il colpevole è un "leader religioso". Il governo, in questo modo, interviene per regolamentare da cima a fondo l'attività delle chiese e delle religioni non musulmane, intervenendo anche su chi può predicare e chi no, chi può insegnare e chi no. Di fatto non è consentita alcuna autonomia reale alla chiesa e alle altre religioni locali.

Le cause di questa repressione sono tante. Si può dire che le autorità "laiche" algerine hanno paura dello scoppio di una seconda guerra civile: gli islamisti, anche se sconfitti, possono sempre ritornare a prendere le armi se si accorgono che il governo sta concedendo "troppa" libertà alle altre religioni. Si può anche dire che la maggioranza assoluta della popolazione algerina non è tollerante e dunque il governo la asseconda. Oppure il governo, pur se laico, non lo è fino in fondo: considerando gli altri Paesi musulmani e i loro bassissimi standard di libertà religiosa, questo è quasi il massimo della tolleranza che ci si possa aspettare. Fatto sta che questa legge è recentissima, perché è entrata in vigore solo il mese scorso, anche se è stata approvata sette mesi fa. È indice di inasprimento della repressione e non di maggiore apertura del governo. Ed è coerente con una forte tendenza all'islamizzazione che, negli ultimi anni, sta coinvolgendo un po' tutti i governi musulmani considerati più laici e moderati, i cui sintomi più evidenti sono stati la sollevazione per le vignette su Maometto e quella seguita al discorso del Papa a Ratisbona, entrambe fortemente incoraggiate, per non dire promosse, dai governi.

di: Stefano Magni
da: L'opinione
data: 21/12/2006

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