NEW YORK - «Io non indosso la mia fede sulle maniche della camicia». Questa era la frase preferita dal candidato presidenziale democratico John Kerry, quando nel 2004 voleva rimarcare la sua differenza da George Bush riguardo la concezione laica dello stato, e la propensione a vivere in privato la propria religiosità. Eppure, se il senatore del Massachusetts si fermava a fare shopping nei negozi della catena «Forever 21», la sua fede cattolica la portava stampata sui vestiti e sulle buste. O magari la indossavano le due figlie, naturalmente a sua insaputa, visto che l'azienda californiana è specializzata in capi chic per giovani. Questa è una di quelle storie che shoccano gli europei e marcano la diversità fra le due sponde dell'Atlantico, perché nel Vecchio continente nessun designer si sognerebbe di fare proselitismo attraverso le etichette dei vestiti. Eppure Don Chang e sua moglie Jin non ci hanno pensato su un momento, stampando versetti della Bibbia e altri messaggi religiosi sulla loro merce. E gli affari non ne hanno risentito: anzi. «Forever 21» è una catena enorme di negozi di abbigliamento, tipo «Gap» o «Banana Republic». Ha circa 360 punti di vendita in 40 stati americani, più succursali in Canada, Singapore e Dubai. Nella sola a New York ce ne sono sei. Vende capi per giovani alla moda, ma economici, e il suo fatturato annuo tocca i 700 milioni di dollari.
Don Chang, il fondatore, è un coreano emigrato a Los Angeles nel 1981. Di mestiere piazza vestiti, peraltro piuttosto sexy, ma la sua vera vera passione è Cristo. Lui e la moglie Jin sono evangelici convinti, e a differenza di Kerry pensano che la fede debba avere un ruolo evidente nella vita di tutti i giorni. Anche nel lavoro, quindi. Perciò hanno deciso di lanciare piccoli messaggi ai clienti, incorporati nella merce. Ogni busta di «Forever 21», ad esempio, sfoggia in un angolo la scritta «John 3:16». Cos'è, la misura di quella minigonna appena acquistata per un pugno di dollari? O la lunghezza del collo dell'ultima camicia di grido? No, è il famoso versetto del Vangelo di Giovanni, che recita così: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». Chi compra qualcosa da «Forever 21», insomma, fa pubblicità a Cristo. Qualche cliente sostiene che pure le etichette dei vestiti nascondono simili messaggi subliminali.
Interrogati sulla questione, i portavoce della compagnia californiana non hanno mostrato alcuna vergogna: «È vero, si tratta di una dimostrazione della fede del nostro proprietario». Alcuni clienti atei, laici, musulmani, ebrei, o semplicemente affezionati alla concezione privata della fede, si sono lamentati. La maggioranza, però, o non ha fatto caso al messaggio, oppure lo ha accettato come una curiosità intrigante. «La verità è che di questi tempi la religione va di moda», ha spiegato al giornale New York Sun Pamela Klein, specialista di marketing alla Parsons School for Design. «È una tendenza che si avverte nell'aria. Per esempio Madonna si fa crocefiggere, durante i suoi concerti. Qualcuno l'ha criticata, ma la sostanza non cambia: oggi interessarsi a Dio è cool, è fico». E infatti «Forever 21» ha fatto proseliti negli Stati Uniti: «In-N-Out Burger», una popolare catena di fast food della West Coast, stampa il riferimento allo stesso passo del Vangelo sul fondo dei bicchieri di carta della cola e un altro (Rivelazione 3:20) sulla carta utilizzata per fasciare i cheeseburger. Il fondatore di «Forever 21» è un cristiano serio, e magari non ama il paragone con le provocazioni di Madonna. Secondo la Klein, però, la sua scelta è stata molto acuta: «Non ha piazzato scritte enormi o troppo esplicite: ha solo lanciato piccoli messaggi in codice. Chi non è interessato non li nota, e probabilmente non si offende per il tentativo di proselitismo. Gli altri, però, restano affascinati, perché li leggono come segnali personali mandati apposta a loro».
Chang cerca non solo di indossare la fede sulle maniche della camicia, ma anche di metterla in pratica nella gestione degli affari. Nel 2001 il Garment Worker Center, Sweatshop Watch, e l'Asian Pacific American Legal Center avevano accusato «Forever 21» di sfruttare i suoi lavoratori con paghe misere, orari impossibili e niente protezioni sociali. Quindi avevano agitato lo spettro di un boicottaggio nazionale dei suoi prodotti. Chang deve essersi messo una mano sulla coscienza, oltre che sul portafoglio minacciato dallo sciopero dei consumatori, e qualche tempo dopo ha fatto concessioni per chiudere la disputa senza litigare.
Una roba del genere dovrebbe conquistargli anche l'applauso di Kerry. Nell'attesa, però, ha ricevuto la benedizione di William Donohue, presidente della Catholic League for Religious and Civil Rights e noto censore della vita pubblica americana: «Certo, scrivere i versetti di Giovanni sopra una busta della spesa non è la cosa più riverente che si possa fare: sa di commercialismo. Però non è un insulto a va applaudito». Quasi come il velo islamico, insomma, anche l'etichetta di un vestito può tornare utile alla maggior gloria di Dio.
di: Paolo Mastrolilli da: La Stampa (www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200608articoli/9388girata.asp) data: 22/8/2006