Giuni al ministro Ferrero: "Depenalizzare non è la soluzione"
Inserita il 29/5/2006 alle 16:35 nella categoria: Dall'Italia
ASTI - «"Stupefacente" la riflessione del neo ministro sugli spinelli!»: è la reazione di Gianfranco Giuni, sociologo, alle prime dichiarazioni del ministro per la solidarietà sociale Paolo Ferrero in merito alla depenalizzazione delle droghe leggere. «Verso i consumatori occorre aprire il dialogo - aveva affermato Ferrero, che appartiene alla chiesa valdese -, a partire dalla depenalizzazione delle condotte legate al consumo e dal superamento delle sanzioni amministrative verso i consumatori. Ma perché un ragazzo che si fuma uno spinello deve rischiare la galera o il ritiro della patente?».
«Sembra abbia detto una grande novità - continua Giuni, impegnato dal 1979 con l'Arca Teen Challenge nel settore delle dipendenze -, ma ha solo scoperto l'acqua calda. È vero, di cannabis non è mai morto nessuno, almeno per danni diretti, per quanto si sappia, ma che le sue osservazioni siano attendibili e credibili mi sembra un po' esagerato. Di cannabis non è mai morto nessuno, ma di tabacco si. E allora cosa fa con il sigaro in bocca? Mi sembra di cogliere una incoerenza di fondo che squalifica tutto il messaggio e la credibilità di chi lo propone».
«Se la motivazione migliore - rilancia poi Giuni - che il ministro ha trovato per una difesa delle sostanze stupefacenti è la loro capacità di causare la morte, perché, invece di depenalizzare l'uso di sostanze che bene non fanno, ma che hanno delle ripercussioni sulla capacità di concentrazione diminuendola, che riempiono i polmoni di fumo intossicandoli, che disturbano la memoria e a lungo andare possono portare a vissuti paranoici, non illegalizziamo le sostanze che fanno male e che di sicuro creano molti danni alla salute individuale e sociale come il tabacco e l'alcol?».
Secondo il responsabile dell'Arca Teen Challenge, la scelta di depenalizzare un comportamento perché è diffuso e non si riesce a contrastarlo lancia due messaggi molto forti: il primo è che non ci sia nulla di sbagliato o di dannoso in quello, il secondo è che se sono in molti a comportarsi in quel modo occorre cambiare le norme, rendendole relative, senza un riferimento di bene e di male, senza dei principi che ispirino le scelte. «Un calarsi le brache, insomma».
«Che questo provenga da una persona che si definisce evangelica - conclude Giuni -, e che di conseguenza dovrebbe avere dei principi morali ed etici fermi e assoluti, francamente lascia molto perplessi».
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