Nella biografia di Kim Ki-Duk, regista coreano protagonista domenica scorsa alla Milanesiana, si legge: «Dopo cinque anni come sottufficiale un'improvvisa vocazione religiosa lo porta a trascorrere due anni in una chiesa con l'intenzione di diventare predicatore. La passione per la pittura lo allontana però dalla vita spirituale: si trasferisce a Parigi per studiare belle arti».
Come sceneggiatura ricorda un racconto più antico: «... e altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine; cioè coloro che hanno udito la parola; poi gli impegni mondani, l'inganno delle ricchezze, l'avidità delle altre cose, penetrati in loro, soffocano la parola, che così riesce infruttuosa».
Chissà se ce n'è abbastanza per una riedizione cinematografica.