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"Evangelico" come?

(21/11/2006, 11:36)

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"In fede e in malafede", titolava ieri la pagina culturale della Stampa. Nella titolazione si spiega: «A cosa crede chi crede? Fra atei devoti e bestseller evangelici, il pamphlet di un filosofo laico insinua un dubbio razionale sul reale oggetto della devozione. Un teologo aperto al dialogo gli risponde. E polemizza».

Scorrendo la pagina, troviamo l'intervista al "filosofo laico" (Maurizio Ferraris), la replica del "teologo aperto" (Enzo Bianchi, priore di Bose), e la polemica. Troviamo la discussione sugli "atei devoti", ma non troviamo i "bestseller evangelici". Unico riferimento vagamente riferibile, quello al Codice Da Vinci di Dan Brown, che è definibile "evangelico" solo in quanto "riferito ai vangeli", per giunta in senso lato.

Forse la distinzione sembrerà speciosa, se non si considera che le parole usate creano un immaginario, approvano o delegittimano, segnalano o additano. E per questo vanno usate con la giusta cautela, specie in tempi che vedono nel mirino le realtà religiose minoritarie.

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