Il Corriere e gli "altri"

Editoriale del 15/6/2012

In Nigeria i cristiani continuano a morire, "ma non è guerra di religione": questa, in estrema sintesi, la posizione espressa in questi mesi, e ribadita nei giorni scorsi, dal Corriere della Sera. Certo, bande di estremisti islamici trucidano i cristiani in maniera a volte perfino plateale, arrivando a sparare davanti alle chiese al termine delle funzioni domenicali, eppure per il principale quotidiano del nostro Paese si tratta "solo" di scontri tribali: tra pastori e agricoltori, tra nord e sud - evidentemente una banale, ancorché cruenta, riedizione di un confronto che si vive anche in alcuni paesi della civilissima Europa -, tra modernità e tradizione, e forse tra campagna e città; niente sembrerebbe, in via Solferino, in grado di accreditare la tesi di una persecuzione religiosa, perpetrata per spaventare o eliminare fisicamente chi non pensa che "l'educazione occidentale è peccato": in due parole, Boko Haram. Che i fanatici siano tutti islamici sembra non importare a nessuno: si preferisce derubricare l'islam a un semplice pretesto per menare le mani, alla pari di un'ideologia politica o di una fede calcistica.

Chi obietta che questa posizione è sostenuta anche da leader religiosi nigeriani, dimentica un dettaglio.
È naturale che i pastori d'anime impegnati sul campo tentino di circoscrivere il dramma per calmare le acque, e senz'altro fanno bene a esprimersi in termini concilianti, per evitare che la reazione dei cristiani superi la legittima difesa, dando vita a una escalation di violenza difficile da estinguere.

Quelle parole di responsabilità, però, non dovrebbero venir prese come alibi da parte di un Occidente troppo occupato dai propri problemi per aver tempo, o voglia, di comprendere i drammi altrui.

Basterebbe un po' di buonsenso. L'esperienza ci insegna che non tutte le violenze sono uguali. Non è onesto mettere sullo stesso piano la violenza di chi punta a sterminare il vicino di casa considerandolo un eretico indegno di vivere, e la reazione di chi tenta solo di difendere la propria famiglia dai soprusi.
Basterebbe partire da questa considerazione, e magari da una preparazione meno approssimativa: parlare di una «nuova domenica di sangue in una Nigeria segnata dalla violenza» dove sono state «prese di mira due chiese di altrettante confessioni non cattoliche» suona troppo simile alle generalizzazioni scolastiche che credevamo ormai superate, quando i cristiani o erano "cattolici" o erano, semplicemente, "altri"; aggiungere poi che «a Jos una esplosione ha distrutto la chiesa di una delle sette cristiane dell'Africa occidentale» dipinge arbitrariamente le "altre" realtà aggiungendo al quadro un tratto deteriore, e in qualche modo devitalizza la notizia dell'ordigno che «ha ucciso quattro persone».

Parlare infine di «chiesa di Brethen» conferma lo scarso interesse per gli "altri", in questo caso due cristiani uccisi a colpi di mitra: bastava poco per non sbagliare il nome ("Church of brethren"), e poco di più per scoprire che la "chiesa dei fratelli" non è una strana setta nigeriana ma esiste in tutto il mondo, ed è una realtà evangelica attiva - rispettata – anche nel nostro Paese.

In rete abbondano notizie e analisi strampalate sul mondo evangelico, tanto da rendere ormai una fatica di Sisifo rettificare caso per caso. Non può lasciarci indifferenti, però, trovare tali e tante imprecisioni in appena tre frasi, in prima pagina, sul Corriere della Sera.

Per questo è lecito, e forse doveroso, sperare in una presa di coscienza. Ci auguriamo che il Corriere voglia mantenere un'adeguata, diversa autorevolezza rispetto a un blog - o a un quotidiano - qualsiasi. Lo chiediamo da lettori. Lo chiediamo da cristiani.

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