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Un natale di opportunità

Editoriale del 21/12/2009, 14:09
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«Mentre festeggiamo la fine dell'anno...», scrive una missione evangelica nella lettera stagionale ai suoi sostenitori. Una lettera rivolta prevalentemente a cristiani convinti, e non a laici.

Rispondendo alla nostra curiosità su questo afflato politically correct, i responsabili hanno confidato, con garbata ironia: «... se ci roviniamo la piazza augurando buon Natale è la fine!».

Italia, anno di grazia 2009: stretti tra tentazioni laiciste e la paura di derive religiose, gli evangelici guardano il natale con diffidenza. Avversione. A volte addirittura con timore.

Probabilmente pochi lo ammetteranno: i più sosterranno la loro indifferenza per la festa in questione, e argomenteranno con la solita, superficiale lezioncina sulle "origini pagane" del natale.

Non avrebbe senso stare qui a discutere su convinzioni religiose che nessuno vuole mettere in discussione: siamo certi che, come ogni anno, nessuno cambierà di uno iota la propria posizione o le proprie tradizioni familiari, anche quelle che spacciamo per "non-tradizioni".

Ovviamente non sarebbe giusto sorvolare sul fatto che la Bibbia non segnala la data in cui Gesù è nato (che, certo, non sarà stata il 25 dicembre), né ci invita a celebrarla: non c'è quindi niente di sbagliato, biblicamente parlando, a ignorarla.

Il problema è che, spesso, ci limitiamo a fingere indifferenza, e dissimuliamo i nostri festeggiamenti con acrobazie logiche e verbali che forse convincono noi e le nostre chiese (la più classica: "è solo un'occasione per stare in famiglia!"), ma che difficilmente convinceranno chi ci sta attorno.

Di fronte al natale abbiamo due possibilità. Possiamo fingere di ignorarlo del tutto e vivere la festa con questa indifferenza un po' falsa. Oppure, accettando l'idea che non sarà comunque un giorno come gli altri, possiamo tentare di viverlo con distacco, ma allo stesso tempo con coerenza.

Possiamo, per esempio, spogliare il natale della sua aura consumistica. Che non significa limitarsi a scambiare i regali il giorno prima o il giorno dopo, pur di non farlo nella fatidica data del 25, ma donare alle persone care qualcosa di più significativo e meno stressante di un pacchetto infiocchettato: il nostro affetto, la nostra comprensione, il nostro tempo, distribuito nel corso dell'anno.

Possiamo, a voler essere ancora più integralisti, bandire dalla nostra tavola panettone e pandoro, dolci tipici di una festa che non ci appartiene.

Possiamo, volendo, perfino evitare il lauto pranzo "in famiglia", che spesso serve solo a lavarsi la coscienza per il disinteresse che mostriamo nel corso dell'anno, e che si distingue dal pranzo dei "non credenti" solo per il tassativo divieto di citare la parola "natale". In fondo, scrive giustamente Claudio Magris sul Corriere, «nella grotta di Betlemme, quella notte, non ci sono suoceri, prozii, cognati, cugini di nipoti acquisiti; tutto quel clan che il 25 dicembre si ha il dovere di invitare e frequentare, anche se in esso ci sono, accanto a persone amate, persone del tutto estranee e alle quali siamo estranei, persone le quali negli altri 364 giorni dell'anno per noi sostanzialmente non esistono e per le quali non esistiamo».

Possiamo addirittura, perché no, dedicare quella giornata a chi soffre, e magari ha bisogno del nostro aiuto, del nostro conforto, del nostro amore, oltre che di un pezzo di pane.

Questo sarebbe, sì, un natale diverso e coerente: qualche detrattore potrebbe scambiarlo per un natale ateo, ma i nostri gesti di amore vero, genuino nei confronti dei nostri cari e del nostro prossimo lo colpirebbero più di tanti sermoni sul 25 dicembre.

C'è anche una terza possibilità: volendo, contro tutte le aspettative, potremmo tentare vivere questo natale cristianamente.

Perché è pur vero che il natale non è una festa cristiana in senso stretto, ma bisogna onestamente riconoscere che le tanto avversate "origini pagane" sono solo incidentali, non certo di sostanza.

Dopo decenni passati a sparare al sol invictus, forse faremmo bene a sfruttare questa, come ogni altra occasione che la società ci offre. Se - come pare - questo è l'unico periodo dell'anno in cui la gente è disponibile a pensare a Dio, sarebbe opportuno che ci impegnassimo a trasmettere qualcosa di significativo a chi ci sta vicino, anziché arroccarci dietro solstizi romani, abeti luterani e altre storie che nemmeno conosciamo bene.

Un atteggiamento costruttivo, d'altronde, è sempre più saggio di un approccio categorico.

E chissà che, in questo modo, non riusciamo davvero a portare alla società quella speranza e quella gioia che tutti attorno a noi cercano con frenesia ma senza esito.

biblicamente - uno sguardo cristiano sull’attualità

pj@evangelici.net

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