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La speranza rubata

Editoriale del 9/7/2008, 11:17

Scrive il Corriere: «Dal 1992 vive in uno stato vegetativo. E per anni il padre si è battuto per interrompere l’alimentazione forzata che la tiene in vita. Adesso, il caso di Eluana Englaro è a una svolta: dopo una lunga battaglia legale, infatti, la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Fino alla sua morte. Il provvedimento è immediatamente efficace, secondo quanto appreso da fonti giudiziarie, e può essere già attuato».

È stato il padre, in una battaglia legale durata quasi dieci anni, a ottenere il diritto a sospendere l’alimentazione. «Dolore? Mia figlia è morta 16 anni fa», ha dichiarato quando ha saputo della notizia.

Il tema richiede una certa dose di serietà, ma soprattutto di delicatezza: delicatezza per una ragazza che da sedici anni vive in stato vegetativo, delicatezza per una famiglia che ha pianto tutte le sue lacrime e che sicuramente prima di decidere - dopo sette anni - di chiedere l’eutanasia per la propria figlia deve aver riflettuto a lungo e con dolore sulla scelta.

Nonostante tutto, e con tutto il rispetto dovuto a chi soffre, chissà perché di fronte a casi come questo ci torna in mente Berlicche, e la riedizione che ne fa ogni settimana Tempi. Il diavoletto che parla con il suo discepolo-nipote, e che ben rappresenta sul piano logico il punto di vista diabolico, direbbe più o meno così: «lascia che tutti si concentrino sul dolore. Il dolore di una ragazza che ha perso sedici anni di vita in un letto di ospedale, il dolore di una famiglia che non ha più speranza. E’ proprio la speranza, caro nipote, quella che dobbiamo rubare agli uomini se vogliamo portarli dalla nostra parte. La fede? Quella è facile, in fondo in questi anni il battage laicista ha giocato ampiamente a nostro favore, e perfino i nostri avversari, i cristiani, sono possibilisti nei confronti dell’eutanasia, e talvolta perfino dell’eugenetica: la società dell’apparenza non può sopportare l’idea di malati senza termine di guarigione, o di bambini che nascono con qualche difetto fisico.
Hai fatto un buon lavoro, ne convengo, nel convincerli che l’apparenza sia così importante da sostituirsi - per il bene di tutti, ovviamente - alla sostanza. Ora non ci resta che togliere all’essere umano l’ultima difesa dai nostri attacchi: la speranza, appunto. Se la scienza riesce a convincere un genitore che vita di un figlio non è più degna di essere vissuta, siamo a buon punto.
Coraggio, nipote, manca poco: gli umani dicono che la speranza è l’ultima a morire. L’ultima: poi, finalmente, toccherà all’uomo. E il nostro compito (scusa se non dico “missione”, ma ricorda troppo da vicino il nostro Avversario) sarà compiuto».


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