"Gesù, profeta senza croce": ecco, nella brillante sintesi del Corriere, il modo in cui il mondo islamico conosce e riconosce colui che per i cristiani è il figlio di Dio. L'occasione per segnalarlo è un film prodotto in Iran, "Gesù, lo spirito di Dio", dedicato alla storia di Cristo in versione islamica.
Il titolo potrebbe suonare sorprendente, ma descrive una realtà religiosa, quella islamica, che per molti versi non è così lontana da quella cristiana.
Come i cristiani biblici, anche i musulmani devoti al Corano sono monoteisti (anzi, si considerano più monoteisti dei cristiani), hanno un alto senso di moralità, e talvolta indulgono a un fondamentalismo letteralista che non rende onore al messaggio.
Ciò che distingue le due realtà dottrinali è però - ahinoi - un punto focale e ineludibile.
Come sappiamo - ma forse non tutti, visti i drammatici livelli di cultura cristiana - il Gesù della Bibbia è figlio di Dio e viene nel mondo come vero Dio e vero uomo, comunica un messaggio di riconciliazione con il Padre, muore per lavare i peccati e risorge per donare la vita a chi accetta il suo sacrificio.
Il Gesù descritto nel Corano è diverso: è un grande profeta verso cui i musulmani hanno grande rispetto, e che - segnala Missori - alla fine dei tempi tornerà nel mondo. Ma non è figlio di Dio. Non muore, ma scampa alla morte salendo al cielo, mentre al suo posto sale sulla croce Giuda il traditore. E quando tornerà, spiega Vittorio Messori, «Condannerà ebrei e cristiani. I primi accusati di averlo ucciso, i secondi per aver falsificato il vangelo e cancellato i riferimenti a Muhammad».
Insomma, lo stesso Gesù viene declinato in due maniere diametralmente opposte: il Gesù dei cristiani è il salvatore, e il suo messaggio ha senso solo in funzione di quella morte e risurrezione che i musulmani invece negano. Forse, per senso di giustizia, talvolta anche noi abbiamo pensato che non era giusto: non era giusto veder morire Gesù, che aveva portato al mondo guarigione, speranza, amore. Una sceneggiatura efficace avrebbe previsto un lieto fine, magari proprio mettendo in croce il discepolo traditore al posto di Gesù, con una nemesi che sarebbe stata percepita più "giusta".
Naturalmente si tratta di ipotesi, fantasie, iperboli. Come la Bibbia spiega, se fosse stato così come a noi sembrerebbe più "giusto", il vangelo non sarebbe lo stesso, e la stessa vicenda terrena di Gesù non avrebbe avuto motivo di essere.
È stato proprio quel sacrificio, che non a caso l'apostolo Paolo chiama "lo scandalo della croce", ad aver dato corpo alla nostra salvezza. Èd è solo per quella croce vuota che la nostra fede ha un senso.
Si può discutere su molte cose, e i cristiani sono maestri nel confronto (e talvolta purtroppo anche nello scontro) su questioni maggiori e minori, ma il fondamento resta lo stesso, rassicurante nella sua stabilità. Anzi, è proprio in funzione di questa certezza che possiamo confrontarci serenamente e liberamente: la certezza che qualcuno ha pagato per noi, e che comunque vada non saranno le nostre opere, le nostre opinioni, i nostri pensieri a salvarci, ma la grazia di un Dio morto e risorto per noi.