Il peso di un grazie
Editoriale del 10/8/2007, 22:24
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Uno studio del Pew research center ci informa che la gratitudine è uno dei fattori chiave per una buona e duratura relazione matrimoniale: non è quindi la condivisione dei lavori di casa a pacificare un rapporto, ma la capacità di vedere e ammettere l'impegno dell'altro e la riconoscenza nei suoi confronti.
Sembra una conclusione banale, ma non lo è: l'essere umano tende a dare sempre per scontata la gratitudine, con tutte le conseguenze (negative) del caso. Dire grazie è una tra le cose più semplici, ma forse proprio per la sua abbordabilità è, allo stesso tempo, una tra le più trascurate; probabilmente perché non riusciamo a percepire il potenziale risolutivo di quelle parole sul piano psicologico, morale, spirituale.
Essere grati, per un cristiano, è uno stile di vita, o almeno dovrebbe esserlo. Fa bene a chi ci sta attorno, e fa bene a noi stessi. Sul beneficio per chi ci ha aiutato probabilmente non è necessario soffermarsi: sentirsi gratificati dal riconoscimento del proprio impegno è il motore per operare con una motivazione diversa, maggiore, migliore, e allo stesso tempo per rendere l'impegno nei confronti degli altri più piacevole. Ma l'utilità del ringraziamento coinvolge anche chi beneficia dell'aiuto e ringrazia: la consapevolezza liberatoria di essere parte di un meccanismo e tassello di una società aiuta a comprendere l'importanza di chi ci sta vicino, a essere meno egoisti, a dare un respiro più profondo al nostro stile di vita, ritrovando valori di base che - come il ringraziamento - spesso trascuriamo, presi dai nostri assilli quotidiani.
“Siate riconoscenti” è una delle indicazioni di Paolo ai primi cristiani, e l'apostolo di Tarso la sapeva lunga.
Essere riconoscenti in famiglia è un modo per instaurare una relazione coniugale sana, ma è anche una medicina per relazioni sociali migliori in tutti gli altri contesti che ci toccano direttamente. L'ufficio, per esempio: il ringraziamento è motivante per i collaboratori, i colleghi, perfino per i superiori. Il vicinato è tra i contesti che beneficiano del ringraziamento: in un mondo arido di contatti umani, mette sui binari giusti la relazione di prossimità.
E poi, la chiesa. Talvolta dovremmo chiederci se siamo abbastanza grati ai responsabili che ci seguono, ai fratelli che ci estendono il loro interessamento e la loro preghiera (oltre che il loro aiuto), a coloro che un giorno forse lontano ci hanno indirizzato verso un rapporto personale con Dio, dandoci la chiave per rivoluzionare in senso positivo la nostra vita. Chissà se siamo grati ai tanti missionari che hanno lasciato tutto - carriera, lavoro, affetti - per fare quel che non siamo stati in grado di fare noi: andare e portare il messaggio di speranza del vangelo in maniera incisiva e intensa in parti del mondo dove noi non possiamo. O magari anche vicino, ma investendo doni, energie, talenti in una direzione che a noi non sarebbe possibile percorrere per mancanza di competenze.
Sappiamo tutti molto bene cosa significa per un figlio ricevere la gratitudine sincera del padre, per una moglie quella del marito (o viceversa), per un dipendente quella del superiore (o viceversa). Sappiamo anche quanto sia triste, difficile, critico lavorare in un contesto dove chi potrebbe (per non dire "dovrebbe") non sa dire grazie. Essere grati è il minimo che possiamo fare verso chi, direttamente o indirettamente, lavora per noi.
E, andando un passo oltre, essere grati è una condizione che non dobbiamo dimenticare di applicare anche a Colui che ha fatto tutto per noi, dando la sua vita per consentirci, oggi, di vivere un'esistenza piena di gioia, serenità, speranza. Spesso, per negligenza, diamo per scontati i suoi doni, dalle piccole cose al sacrificio, e questo porta la nostra prospettiva spirituale a restringersi: scivoliamo prima nell'ingratitudine e da lì, passo dopo passo, verso l'insoddisfazione e la depressione.
Un predicatore sosteneva che il nostro ringraziamento verso Dio è il minimo che possiaom fare, e che Dio apprezza il nostro grazie: eppure spesso ci dimentichiamo di tributarglielo. Certo: per questa nostra mancanza non ci negherà il suo aiuto, né ritirerà il suo sacrificio. È vero, non possiamo fare nulla per completare la nostra salvezza, né possiamo donare a Dio qualcosa che non sia già suo; è altrettanto vero però che la nostra gratitudine rallegra il Padre, e apre davanti a noi nuove prospettive.
Vale la pena provarci. E scopriremo che in fondo - si tratti di partner, parenti, vicini, colleghi o del Padre - la gratitudine aiuta per primi proprio noi stessi.
pj@evangelici.net
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