Dalle croci alle icone
Editoriale del 9/5/2007, 12:09
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E così il cerchio si chiude, e le intenzioni si chiariscono. Eppure c'è qualcosa che non torna, nelle decisioni della clinica Mangiagalli di Milano, dove la direzione, in un afflato di correttezza religiosa, ha abolito i crocifissi per fare spazio alle immagini di Maria. «Con più di duemila donne, di etnie e religioni diverse, musulmane comprese, che frequentano la Mangiagalli, questa iniziativa ci sembrava doverosa», spiega Basilio Tiso, il direttore santario.
Maria è quindi un'immagine più spendibile: venerata anche dai musulmani, le si prospetta un ruolo da mediatrice culturale (o religiosa), ponte tra le culture: «Occorre avere rispetto per tutte le religioni - spiega Tiso - le nostre corsie sono diventate multietniche e proprio per evitare contestazioni o forme di discriminazione, abbiamo deciso di mettere, al posto del crocefisso, l'immagine della Madonna, gradita anche alle donne musulmane».
Appunto, gradita alle donne musulmane. Forse anche alle donne indù, dato che può essere identificata con la dea della fertilità; e perfino alle donne neopagane, dato che ricorda altre olimpiche presenze. Inspiegabilmente, però, al mezzo milione di evangelici italiani non pensa nessuno.
Forse è colpa nostra: siamo stati troppo tolleranti. Vent'anni fa, in tempo di Concordato, chiedevamo rispettosamente che nelle nostre classi venissero tolti i crocifissi, per rispetto a noi che non credevamo in un Dio ancora morto, ma risorto, che ha lasciato la croce una volta per tutte e che una volta per tutte ci ha dato vita. Eravamo uno, forse due per classe, ma soprattutto eravamo civili e ragionevoli: sapevamo che un simbolo, per quanto offensivo, non avrebbe cambiato i nostri risultati scolastici né le nostre certezze spirituali, e ci limitavamo a chiedere. Le sale comunali dove chiedevamo di incontrarci quando i nostri locali non reggevano il peso di un raduno, erano contrassegnate dalla foto del Presidente e dall'immancabile simbolo della religione maggioritaria, quasi una bandiera piantata a marcare il territorio. Abbiamo timidamente segnalato che la sala era pubblica, in tempi in cui la parola "laicità" non era ancora contemplata dal vocabolario, ma di fronte al sorriso arrogante del solito piccolo funzionario, espressione di una realtà e di una volontà opportunista più ampia, non abbiamo battuto ciglio e ci siamo adattati.
Un giorno sono arrivati altri. Più risoluti, diciamo così. Hanno cominciato a sollevare la questione sul piano legale, ma soprattutto agitando il dramma di un'anima offesa da un simbolo, come se quel simbolo impedisse loro di vivere la propria religione minoritaria più di quanto dieci anni prima lo avesse impedito a noi. Non si sono fatti problemi di passare alle vie di fatto, facendo volare i simboli fuori dalla finestra e ricevendo denunce ma anche visibilità gratuita da parte di un circo mediatico a quanto pare compiacente, che ha amplificato, acriticamente, le loro pretese. Hanno chiesto e ottenuto spazi pubblici, talvolta anche i palasport, assecondati dai soliti benpensanti secondo i quali un "no" avrebbe sollevato il trauma del conflitto di civiltà, come se si potesse dire "sì" all'infinito.
Le pretese hanno provocato una reazione pubblica negativa, certo, in una società che è ancora capace di esprimere qualche riflesso condizionato cristiano. E magari hanno contribuito a svegliare qualche paladino di una tradizione, di un sistema di valori e di principi che - inspiegabilmente - di fronte al relativismo aveva sempre detto poco, aprendo così la strada a quel pensiero debole pronto a farsi inglobare dal primo pensiero forte di passaggio.
E siamo a oggi. Non è vero che le icone "non discriminano nessuno" Se i secondi sono appena accettabili, le prime cozzano contro alcuni tra i principi più basilari della fede cristiana evangelica: fede in Cristo solo, senza corredentori o intercessori. E qui, sì, ci permettiamo di risentirci: non per l'immagine esposta, ma per la mancanza di educazione, tatto, e rispetto nei nostri confronti.
Certo, ci verranno a dire che la Mangiagalli è solo una clinica, mica il sistema sanitario nazionale. Certo, un direttore sanitario non è un ministro. Ma è una tendenza che rischia di portare lontano. Perché se oggi le minoranze bellicose accettassero lo scambio tra crocifisso e madonna, e noi invece osassimo dire qualcosa in contrario, ci vedremmo affibbiare - ironia della sorte - la patente di intolleranti: "ma come, va bene a tutti, perché a voi no?". Con tutte le conseguenze del caso di fronte all'opinione pubblica, già educata dai media a vederci come "sette", e quindi - potenza evocativa delle parole - presenze potenzialmente pericolose.
Ci siamo illusi che parlare in maniera pacata e senza pretese, rispettare le regole anche quando non le condividevamo, far valere la sobrietà e la ragionevolezza ci avrebbe dato, alla fine, almeno il nostro. E invece no, evidentemente abbiamo sottovalutato la società dei talk show, dei reality, dei mercati mediatici, dove chi urla e minaccia ha sempre ragione.
Ora il cerchio si chiude: non ci siamo lamentati ieri, non potremo lamentarci oggi. Colpa nostra, ma non solo: chissà infatti dov'erano vent'anni fa coloro che ora si atteggiano a difensori delle minoranze, e che plaudono ogni espressione giudiziaria in favore delle realtà religiose più combattive: forse avevano altro cui pensare, forse dovevano preoccuparsi di arrivare al posto che occupano oggi con i voti della maggioranza, prima di difenderlo con quelli - presunti - di chi voterà tra qualche anno. Chapeau.
pj@evangelici.net
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