Cose turche e media italiani
Editoriale del 19/4/2007, 12:17
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"Turchia, attacco contro i cristiani: strage nella casa editrice della Bibbia". È la triste notizia che ieri compariva in tutti i telegiornali e oggi riempie le pagine dei quotidiani.
Servizi dei telegiornali, analisi, approfondimenti, programmi dedicati al fatto hanno caratterizzato la programmazione televisiva. Tra gli ospiti, ovviamente, giornalisti, gli immancabili politici (per i risvolti di competenza) e qualche sacerdote; sui giornali oggi campeggiano le dichiarazioni di vescovi e influenti personaggi della curia.o
Un dettaglio viene trascurato: come riporta quasi solo il Corriere, "L'editore Zirve" era "gestito da protestanti presbiteriani", e presbiteriane erano le quattro vittime. Era una casa editrice evangelica, quindi. E i martiri stavolta sono cristiani evangelici.
È chiaro: di fronte alla persecuzione non esiste denominazione che tenga, e un evangelico soffre quanto un cattolico: vale in Turchia come in Cina, in Iran, in Nigeria, alle Maldive, nelle Filippine, in Arabia Saudita, in Corea del nord, come in tutti gli altri numerosi paesi che non riconoscono la libertà di confessione religiosa, e di cui proprio in questi giorni Porte Aperte ci rammenta con l'annuale mappa di "dove la fede costa di più".
Ciò che turba sul piano comunicativo, però, è questa tacita, implicita, forse inconscia conventio ad excludendum da parte dei media nella civilissima Italia. Non potendo usare, per una volta, "cattolico" come sinonimo di "cristiano", i media si sono chiusi in imbarazzato silenzio. Ieri in tv nemmeno un ospite, un rappresentante del mondo evangelico; oggi sui giornali neanche una dichiarazione, un intervento da parte di qualche realtà legata alla confessione religiosa delle vittime. Nessuno si è preso la briga di chiederci - eppure gli esponenti e le associazioni di rilievo non mancano, da Porte Aperte, all'Alleanza evangelica - cosa pensiamo, quanti siamo, quanti missionari abbiamo, quanto è numerosa la chiesa perseguitata, se abbiamo contatti diretti con le zone di crisi.
Per una volta si poteva parlare di evangelici in positivo, senza descriverli come sette segrete con riti strani, senza enfatizzare le tendenze dottrinali estreme di certe chiese o le pratiche folkoristiche di altre.
Per una volta si poteva parlare di evangelici come cristiani a tutti gli effetti, missioni che portano la buona notizia di Cristo in zone difficili, persone che rischiano la vita, chiese che vivono in semplicità il messaggio del vangelo. Si poteva dare un quadro rassicurante, sereno, addirittura normale di una realtà cristiana (eh sì, cara Rai, cara Mediaset, caro Corriere: siamo cristiani, anche se preferite non ricordarlo) che per gli italiani è ancora una grande sconosciuta. Occasione persa.
Non è stata, probabilmente, malafede: sarebbe un insulto alla memoria di chi è stato ucciso e alla presenza di chi ancora c'è, e un cristiano - anche solo nominale - non può arrivare a tanto. No, non è malafede: si tratta - purtroppo - solamente di tanta, tanta, tanta ignoranza.
pj@evangelici.net
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