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C'è pasqua per te

Editoriale del 5/4/2007, 15:16

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Pasqua. Già il vocabolo evoca sentimenti di diffidenza in buona parte degli evangelici italiani, per i quali qualsiasi riferimento a una tradizione precedente agli anni Cinquanta, valida o non valida che sia, è da deprecare.

Inutile negarlo: gli evangelici italiani hanno qualche problema, quando si parla di riti. E d'altronde l'immaginario collettivo, quando si parla di riti, riporta alla mente occasioni fredde, cupe, prive di significato per chi vi partecipa. Ma un rito, inteso come momento solenne, non è per forza qualcosa di negativo, anzi: anche gli incontri domenicali, i culti, hanno una loro componente rituale nella pacifica regolarità che seguono.

Forse dovremmo man mano cominciare ad accorgerci che l'assenza di momenti, occasioni, appuntamenti solenni - siano essi personali, di famiglia, di chiesa - non è in assoluto qualcosa da rivendicare come purezza cristiana tout court. Gli ebrei ricordano la pasqua con una cena, il sèder di pesach. Un rito che ha ordinato Dio stesso, ben sapendo che l'uomo tende a dimenticare, e ha bisogno anche di momenti forti, simbolici, per ricordare: la forma al servizio della sostanza. Un rito, la cena di pesach, che nulla ha da vedere con il sacrificio, e molto con la gioia: si tratta, in fondo, di un momento conviviale, non di una penitenza, perché Dio conosce le sue creature e i loro desideri.

Quale differenza rispetto a noi, che ci consideriamo cristiani evangelici. Non rinunciamo alla gioia di un pasto solenne, ma nel rottamare tradizioni o riti abbiamo ridotto la cena a una banale occasione per rimpinzarci: perfino l'abitudine occidentale del "discorso" formale, unica occasione per ricondurre un pasto al suo significato, non si usa più. Ed è un peccato, perché se la festa deve commemorare qualcosa, è essenziale che ne tratteggi i contorni.

Eccoci quindi nuovamente al punto di partenza: si ripropone il problema di trovare un modo per dare alla pasqua un significato. Proviamoci, magari ispirandoci ai suggerimenti biblici.

Se la pasqua deve essere una festa, che non sia solo un tripudio di portate, ma un momento in cui la famiglia legge insieme i testi che narrano le vicende che si vogliono ricordare: le sofferenze, la morte, la risurrezione di Gesù il Messia, eventi che hanno avuto un ruolo essenziale nella storia e hanno ancora oggi una parte essenziale nella vita di ogni cristiano consapevole.

Le modalità per commemorare questi fatti non mancano, e spaziano dalla solennità all'informalità, dai racconti dei quattro vangeli alle profezie di Isaia; ci sono perfino utili strumenti per integrare questo materiale in un unico racconto. In questo momento ognuno può avere un suo ruolo attivo con la lettura e la riflessione, e anche i bambini, con le loro domande, possono essere parte integrante del ricordo (è un consiglio che peraltro arriva dal primo Pedagogo, Dio stesso).

Tutto questo per adempiere a una richiesta divina: ricordatevi di me. Ricordate ogni giorno, certo. Ogni domenica, volendo. E, perché no, magari dando maggiore intensità al ricordo una volta all'anno, approfittando del fatto che - volenti o nolenti - siamo assorbiti da un contesto pasquale fatto di riti che, quelli no, non ci appartengono.

Ricordatevi di me. Una delle peggiori disgrazie, per l'uomo, è perdere il ricordo di quel che era. Una delle peggiori colpe per il cristiano è dimenticare il sacrificio di Cristo, che ha lavato i suoi peccati. E la sua resurrezione, che gli donato la vita.

pj@evangelici.net

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