Equivoci in Codice
Editoriale del 18/5/2006, 11:20
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Ora che esce in versione cinematografica, anche chi non ha la passione per la lettura potrà dire la sua sul Codice Da Vinci, e unirsi al coro di commenti che, ormai da due anni, occupano militarmente le pagine dei giornali, le rubriche radiofoniche, i programmi televisivi e migliaia di spazi Internet, dagli immancabili siti ufficiali ai siti dei fan e degli oppositori, passando per newsletter, forum, blog dedicati.
Insomma: con un effetto valanga la più grande operazione mediatica degli ultimi anni ha sorpreso tutti, e tutti hanno cominciato a parlarne. Il numero dei commentatori è di gran lunga superiore rispetto a quello delle copie del libro fino a oggi vendute, ma questo è un particolare che, appunto, si potrà risolvere con l'uscita del film.
Più di qualche amico lettore ci aveva fatto notare che uno degli ormai pochi posti a non aver dato retta al "Codice" era proprio la nostra testata. Non è stata ovviamente una svista o una dimenticanza: avevamo deciso di restare fuori dal balletto di tesi, commenti, repliche per concentrarci su cose serie, almeno fino a quando il caso non fosse diventato - come ora, in effetti è - un fenomeno di costume.
A chi ci chiede il perché di questa allergia, rispondiamo che il Codice Da Vinci è un malinteso. Per sfatare ogni possibile equivoco basterebbe leggere con attenzione non tutto il libro, ma soltanto la copertina: quella copertina dove, nemmeno troppo defilata, compare la dicitura "romanzo". Sarà utile ricordare che il romanzo è un racconto, lungo e articolato, dove non ci sono limiti alla fantasia dell'autore, che ha - ricorda De Mauro nel suo dizionario - "libertà di invenzione". Favole, insomma: e sappiamo cosa la Bibbia dica, delle favole. Già questo basterebbe per non prendere troppo sul serio i voli pindarici e le clamorose conclusioni del miracolato autore. Un autore che, inizialmente, aveva minimizzato la polemica, prima di capirne le potenzialità e cavalcarla come guru dei cristiani da infarinatura, versione aggiornata dei medievali cercatori del Graal.
Dan Brown, romanziere di successo, sa come ottenere l'attenzione. E sa che l'invenzione "tira" di più quando c'è un dettaglio capace di farla apparire vera. È una delle prime regole della disinformazione, cavallo di battaglia del KGB per decenni: per far credere a una notizia falsa basta darle un contesto universalmente riconosciuto come vero. L'attendibilità dei dati veri creerà un meccanismo che porterà a credere anche al resto.
Così, se prendiamo una serie di fonti esistenti e diamo loro delle caratteristiche non reali; se riattiamo alcuni avvenimenti mitici e li inseriamo in contesti geografici noti; se montiamo qualche equivoco lasciato colpevolmente in sospeso nei secoli e lo ammantiamo da grande scoperta; se rispolveriamo qualche dottrina eterodossa che può ancora esercitare un certo fascino sul cristiano meno preparato e le diamo la dignità di dottrina martire, ecco pronta una miscela di grande impatto, dove i più non sapranno riconoscere il vero dal falso, e prenderanno tutto per verosimile. Con tutti gli equivoci del caso.
Se tutto questo è successo, se oggi si levano lamenti disperati per l'impatto del Codice Da Vinci sulla solidità spirituale dei cristiani, se è necessario pubblicare decine di libri (non articoli: libri) a confutazione delle deboli tesi di Dan Brown, non è colpa del miracolato autore. La colpa è invece delle chiese. Quelle chiese che hanno inteso come un optional la crescita dei cristiani loro affidati, e hanno relegato lo studio e la conoscenza della Bibbia a un momento in bassa priorità, serale di scarso interesse, diventato di quando in quando una banale palestra per i giovani predicatori, un occasione per ribadire il messaggio domenicale, la continua riproposizione di temi elementari, da scuola domenicale. Un comportamento che ha lasciato sguarnito il campo delle risposte a tematiche importanti, argomenti attuali, domande pressanti che ogni credente prima o poi si pone, o che gli vengono poste.
La chiesa non può fare tutto: non può spaziare dall'apologetica alla missiologia applicata, dall'archeologia biblica alla storia del cristianesimo, dalle dottrine fondamentali all'esegesi. Può però, e anzi deve, dare indizi, tracce, spunti, far nascere l'interesse per poi indirizzare verso canali accreditati (che non sono, evidentemente, i romanzi) dove trovare le risposte.
E Dan Brown? In fondo, un merito ce l'ha. L'ha segnalato lui stesso in una recente intervista: «Io non ho la risposta. Lascio che gli studiosi della Bibbia e gli storici combattano per trovarla. Il dibattito, però, è benvenuto: considerate che è domenica sera e siamo qui a discutere di religione, invece di guardare in tv le Casalinghe disperate».
E smuovere i cristiani assopiti del Ventunesimo secolo senza ostentare miracoli e senza parlare evangelichese è già un'impresa.
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